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Discussione: Grazie Benedetto

  1. #1
    שמע ישראל
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    Predefinito Grazie Benedetto

    Grazie pastore di tutti noi, grazie per essere andato in terra turca, tra i nostri fratelli cristiani e musulmani, sulle orme di nostro fratello don Andrea Santoro, morto come Paolo
    per aver voluto donare al Padre la propria vita per testimoniare l'umiltà del Figlio.

    Grazie Benedetto XVI, il mondo insanguinato dal maligno ha bisogno di Cristo e di pastori come te.

    Grazie, Padre, per averci dato Benedetto.

  2. #2
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    Predefinito

    C'E' CHI DICE CHE OCCORRE BEN ALTRO


    Vittorie del relativismo?
    Maurizio Blondet
    01/12/2006
    Benedetto XVI con il presidente turco Erdogan, davanti alla foto di Kemal Atatürk (fondatore e primo presidente della Repubblica Turca)

    «Il Papa rende omaggio alla tomba di Ataturk. Se andrà in Russia, visiterà il mausoleo
    di Lenin?
    »: così un folgorante sms dell’amico Siro Mazza.
    Ma naturalmente non è per deridere, tanto è stata evidente la buona volontà, di Benedetto nel suo viaggio in Turchia, il desiderio di un uomo buono di non urtare, di non offendere i duri ospiti diffidenti.
    Non so però come scacciare un’impressione di tristezza che questo viaggio ha lasciato.
    Il viaggio ha segnato un nuovo passo verso la conciliazione con l’Ortodossia: ma è difficile non vedere che tale conciliazione avviene con una Chiesa estinta, almeno nella terra dove finì i suoi giorni terreni la Vergine, e da cui fu assunta in cielo.
    Bartolomeo di Costantinopoli, che ha ricevuto il Papa nei paramenti e negli splendori che furono di Bisanzio, governa un piccolo gregge spaurito di 70 mila anime; i cristiani tutti sono in Turchia 150 mila.
    Ne valeva la pena, è ovvio.
    Allo Spirito si affideranno i risultati, i tempi e i luoghi della riunificazione che l’offerta del Papa vuol produrre.
    Si noti che è sempre la Chiesa cattolica a fare il primo gesto, ad offrire le rinunce più grandi: giusto, giusto.
    Bisogna scacciare la tristezza.
    E tuttavia, è probabile che Benedetto avrebbe potuto fare a meno di porre fiori sul mausoleo di Ataturk, il dunmeh, il massone cripto-giudeo, se non ci fosse stato l’infortunio di Ratisbona che ha acuito tutte le diffidenze e le ostilità pericolose dei laicisti armati turchi come dei turchi islamici. Non fosse stata pronunciata quella frase sull’Islam, la visita avrebbe potuto limitarsi al livello sub-istituzionale, il viaggio del primo sacerdote cattolico per incontrare il primo sacerdote bizantino, nella neutrale indifferenza dello Stato turco.
    Nel colloquio con il premier Erdogan l’islamista (che alla fine l’ha incontrato, correndo un rischio politico nel farsi fotografare con Benedetto) il Papa non avrà detto precisamente di essere favorevole all’entrata della Turchia nella UE: ma deve aver detto qualche frase di compromesso, conciliante, se Erdogan ha potuto interpretarla a suo modo.
    E in ogni caso, devono essere state parole diverse dalla posizione di Ratzinger cardinale, che non era favorevole all’ingresso di 70 milioni di musulmani - e del popolo più duramente orgoglioso ai nostri confini - nella nostra ecumene.
    Anche questa è una conseguenza di Ratisbona?

    Per noi cattolici si pone tuttavia il problema se ha ragione il Papa, o se aveva ragione Ratzinger.
    E il problema è drammatico perché dal Concilio e dopo, non ci resta che essere «papisti»: sono tante le innovazioni, i cambiamenti, le sfumature dei dogmi un tempo certi, le incertezze gettate sulla Nuova Alleanza (con cardinali giudaizzanti che credono alla vigenza della Vecchia, e negano ciò che scrive il Vangelo: che gli ebrei hanno rifiutato Cristo) che ci teniamo stretti alla promessa che fu fatta a Pietro, e l’interpretiamo fiduciosamente così: è il Papa che ha ragione.
    Dunque non il cardinal Ratzinger.
    Egli fu contrario - come hanno ripetuto e sottolineato malignamente i media - alle adunate super-ecumeniche di Loreto, con buddhisti, indù e pellerossa, insieme a musulmani ed ebrei, riuniti in comune preghiera; ne additò le insidie sincretiste e «new age», la falsa convinzione che confermava nei semi-cristiani d’oggi che ogni religione si equivale.
    Ma si capiva perché Giovanni Paolo II lo fece: era convinto dell’idea, altamente politica, che ogni credente è meglio di ogni non-credente materialista, che ogni pulsione all’aldilà nobilita l’uomo in qualche modo, mentre lo degrada l’adesione al suo destino zoologico.
    Qual è invece la convinzione di Benedetto?
    La lezione che si può tentar di ricavare è - forse tristemente - una: che i fatti hanno conseguenze, e che non si può sfuggire alle conseguenze di atti, da quelli conciliari ai gesti simbolici successivi, le richieste di perdono ai persecutori di Cristo, la preghiera al muro del pianto, le visite alle moschee. In ogni caso quell’ecumenismo sincretico, sia o no new age, «ha vinto».
    Nella Moschea Blu, invitato a farlo dal capo turco dei musulmani che era al suo fianco, il Papa si è raccolto, volto verso la Mecca.
    Ha pregato?
    E’ stato solo un segno di rispetto per la religione dell’altro?
    Non sappiamo, ed è questo il punto.
    Dev’essere stato un duro colpo per quei tradizionalisti cattolici che sostengono che Allah non è lo stesso Dio unico dei cristiani o degli ebrei.
    Ma se il Papa - che ha sempre ragione - s’è comunque rivolto alla Mecca, vorrà pur dire qualcosa.

    Bisogna sapere se questo è stato un gesto paragonabile a quello dei gesuiti secenteschi che in Cina non esitarono a celebrare i culti confuciani: sapendo, teologicamente avvertiti, che il confucianesimo non si vuole una religione ma un culto dell’etica, fondato sul rispetto degli antenati. Ma l’Islam non è un confucianesimo.
    La Ka’aba cui i fedeli si rivolgono è la loro Roccia, la pietra che per noi è Pietro.
    Anche quel gesto non può che avere conseguenze.
    Per esempio questa: se Allah è il Dio unico che ci accomuna, allora anche l’Islam «salva».
    Tanto più vero, visto che i cardinali giudaizzanti non esitano a proclamare che il giudaismo stesso è ancora una via aperta di salvezza.
    Allora, ci sono conseguenze: per esempio che non serve convertire musulmani, visto che non serve convertire gli ebrei che attendono ancora il Messia di loro gusto.
    Magari è vero.
    Magari è profondamente giusto porre l’accento sulla unità fondamentale della razza umana decaduta, sulla fraternità universale, su Cristo che salva attraverso il Suo sacrificio tutti coloro a cui non basta l’aldiquà.
    Ma non si può fare a meno di ricordare che Francesco, lo stigmatizzato «alter Christus», andò a cercare di convertire il Saladino.
    Andò per sete di martirio (invece il Saladino lo trattò con ogni onore): ma evidentemente pensava che se uno restava musulmano, era la sua anima ad essere in pericolo.
    Doveva fare lo stesso il Papa?
    Esporsi al martirio pur di proclamare, là nella Moschea Blu, che solo Cristo salva, e che la sola carità verso i musulmani è convertirli?
    Non l’ha fatto.
    E attenzione, non per paura.
    E’ che «non si può più fare».
    Non più dopo il Concilio, dopo l’abbraccio agli ebrei, le richieste di perdono a Galileo e agli Aztechi, i gesti ecumenici e simbolici.
    Mai come in Turchia si sono viste le conseguenze del Concilio, dell’immenso restauro (non restaurazione) delle verità cristiane, che continua ad essere in corso come in una fabbrica del Duomo senza fine.


    Proteste turche per la visita del Papa

    Occorrerebbe una vastissima radicale sistemazione teologica, per fare stare insieme il gesto di Francesco d’Assisi e il Papa volto alla Mecca, i passi di san Giovanni e san Paolo che un cardinale (Martini) ha osato chiamare «antisemiti» e l’asserzione che il Patto con i giudei è tutt’ora valido.
    Ma come si può?
    Occorrerebbe precisare, fare recise distinzioni e discriminazioni tra «vero» e «falso», il che significherebbe inevitabilmente produrre nuovi scismi, e nuove ostilità; d’accordo, se è in gioco la salvezza delle anime, la pietà urgente che fratelli si dannino eternamente.
    Ma è questo che ci sta a cuore?
    La Chiesa post-conciliare vive tutta di ambiguità, di tacite messe tra parentesi e nel dimenticatoio, di vaghezze pastorali, di rigetto di posizioni dogmatiche limpide e decise: e forse è persino un bene, forse è volontà di Dio che da ultimo, nei tempi della grande apostasia, gli ultimi credenti si volgano a Dio solo ammettendo di non sapere molto di preciso su di Lui e sul Suo progetto, invocandolo come peccatori ottenebrati.
    Il fatto è che non lo sappiamo.
    Speriamo che tutto ciò che avviene, anche il fumo e la vaghezza, sia un fatto provvidenziale.
    Ci sostiene una certezza: che Cristo vide le prostitute e i pubblicani precederci nel Regno dei Cieli, e nel raccontare il Giudizio non disse: sarete giudicati se ortodossi e musulmani, bensì: se avevo fame e mi avete dato da mangiare, se ero nudo e mi avete rivestito.
    Saremo giudicati dalla carità e dall’umiltà, dal chiedere misericordia come il pubblicano, e in questo siamo tutti mancanti: musulmani, ebrei e cristiani.
    Cristo sta vincendo nonostante le apparenze, perché c’è - nascosto e trascurato dai media - chi dà da mangiare, chi si sforza di entrare per la porta stretta, chi offre e soffre per i nostri peccati di noi cattivi credenti e persino miscredenti…
    Questa è la fede.
    E mi rifiuto personalmente di credere che i musulmani seguano una religione falsa; sono i cattivi musulmani, come i cattivi cristiani e i cattivi ebrei, a seguire la falsa religione del potere, della sopraffazione terrena e di Mammona.
    Ma questa mia convinzione personale è un «fai-da-te» di nessun valore: come cristiano cattolico, attendo dal Papa la guida: non un’opinione, ma la verità.

    In questo senso, tristemente, la visita in Turchia non ha portato molti lumi.
    Sotto un certo aspetto, è stata la conferma che vige nel nostro mondo una sola, ultima religione: una religione che non pretende adesione intima, ma esige atti esterni di sottomissione.
    Esterni, ma concreti.
    Portare fiori ad Ataturk, un anticristo laico, e anti-musulmano.
    Farsi fotografare con la kippà.
    Visitare in devoto raccoglimento Auschwitz sotto le telecamere.
    Bruciare insomma un grano d’incenso alle autorità «huius mundi», magari con una segreta riserva mentale.
    Ratzinger «ha dovuto».
    E con ciò, ha confermato che la sola religione egemone rimasta, quella che esige ed ottiene dai capi delle religioni atti di sottomissione, è quella contro cui predica coraggiosamente ogni giorno: il relativismo.
    Fu chiesto ai cristiani di non bruciare incenso al nume dell’imperatore; coloro che cedettero, i lapsi, gli «scivolati», furono assoggettati a dure penitenze per la salvezza della loro anima: la Chiesa d’allora, per nulla relativista, impose l’espiazione per urgente carità spirituale.
    Oggi è cambiato.
    Non si può non vedere che è relativismo portare fiori ad Ataturk; relativismo è volgersi alla Mecca, se non ci si crede.
    Relativismo mettere tra parentesi la salvezza delle anime, se è questa ad essere in gioco.
    Non sto accusando né deridendo, si badi, sto constatando con dolore un male che infetta ciascuno di noi.
    Anche noi aderiamo a questa falsa fede ogni giorno, l’assorbiamo senza coscienza.
    Qualcuno di noi protesta - e fa bene - quando il Papa viene deriso da comici ributtanti; qualcuno ha protestato per le vignette insultanti su Maometto.
    Ma nessuno si chiede come mai i comici non satireggiano, che so, Padoa Schioppa o Mario Draghi, o Giuliano Amato, che tanto lo meriterebbero.
    Non vedete l’untuoso rispetto da cui sono ufficialmente circondati i Napolitano, i Ciampi?

    Quando vige questo speciale «rispetto», sacralizzazione, intoccabilità ufficiale, da mausoleo, non è dato sbagliarsi: è il potere massonico che si fa onorare con i gesti pubblici, anche se non col cuore.
    Ciampi, Amato e Napolitano sono i nostri Ataturk, e ottengono il culto che spetta ai sacerdoti della falsa fede terminale, quella senza cuore, quella dell’aldiquà.
    I comici lo sanno benissimo, e si guardano bene dal prendere in giro i principi «huius mundi», che possono nuocere alla carriera televisiva; ma anche noi li onoriamo pagando, con le tasse spropositate, i loro spropositati emolumenti.
    Anche noi bruciamo il grano d’incenso, in quanto ci lasciamo insegnare da loro che la «laicità» ci salva dalle «guerre di religione».
    Anche noi adoriamo con atti esterni il relativismo; e anche il capo turco musulmano funzionario di Stato, soggetto ai generali dunmeh di Ataturk…
    Occorrerebbe ben altro che una restaurazione conservatrice, un ritorno alla liturgia di prima.
    Ben altro.

    Maurizio Blondet




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  3. #3
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    Le critiche di Blondet (pur non deliranti stavolta) confermano la mia ottima opinione su Benedetto XVI. Che è un Papa con responsabilità altissime, prima di tutto vive tra gli uomini e a questi deve pensare, così come vi pensa Cristo. Un Papa non può permettersi di proclamare la verità di Gesù Cristo nella Moschea Blu, perchè le tensioni e i disordini, i morti provocati, sarebbero un insulto alla sua missione di salvezza degli uomini.
    E del resto non ne ha bisogno, il cristianesimo non ha bisogno di proclamarsi contro altre religioni nei loro luoghi per avere un valore. Nessuno, se non qualche fanatico, può pensare che un Papa che si raccoglie in preghiera in una Moschea rinnega il cristianesimo. Il cristianesimo e le sue verità (financo indipendenti dai Papi) sono validi sempre, e anzi poi come strumento di applicazione tra gli uomini possono quindi contempalre anche gesti "politici" come questi.
    Against all odds

  4. #4
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    Relativismo e sincretismo, diamo una definizione...

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da antonio Visualizza Messaggio
    Se stiamo a quel che Blondet ha detto: il Papa che prega in una moschea e rivolto verso la Mecca, ecco questo e' relativismo.
    Perche' avrebbe implicitamente riconosciuto il valore di quella religione,
    ma di religione valida non puo' che esservene una e non si puo' perdere occasione alcuna per ribadire questo concetto.
    Questo e' quel che asserisce blondet.
    Ora, siccome accuse simili furono rivolte a papa Woytila, per fatti non dissimili, mi aspetto che chi ebbe da ridire allora lo faccia anche oggi.
    Il Papa non ha pregato verso la Mecca Allah. Ha pregato Dio in una posizione che conferma in noi l'idea che abbia pregato per la comprensione e l'amicizia tra le due religioni.
    Against all odds

  6. #6
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    devo essere sincero, sono rimasto piacevolmente sorpreso da ratzinger in questi giorni. il messaggio che ha mandato è stato molto forte.
    ha mostrato al mondo che vivere e pregare insieme non è un'utopia. quando si riesce a fare avvicinare culture diverse in conflitto tra loro attraverso la religione (che spesso viene considerata essa stessa motivo di conflitto) allora si sta facendo qualcosa di veramente grande e veramente utile.
    il viaggio in turchia è stato un successo.

  7. #7
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    Da clerus.org:

    Relativismo

    La teoria secondo cui non ci sono verità o valori assoluti, ma sono tutti determinati da periodi, società e persone particolari. Il relativismo puro. (" Tutte le asserzioni e tutte le verità sono relative ") contraddice se stesso. Forme più miti di relativismo sottolineano il fatto che i presupposti storici, culturali e religiosi condizionano il significato e la verità che uno può cogliere. L'approccio relativistico di Ernst Troeltsch (1865-1923) portò la teologia contemporanea al grosso problema di illustrare l'assolutezza di Cristo in modo da mostrare come egli, in modo definitivo e insuperabile, sia la pienezza della rivelazione per tutti gli uomini di tutti i tempi. Nell'area delle definizioni dogmatiche, le formulazioni condizionate storicamente vanno distinte dalle verità perenni che sono insegnate. Cf Coscienza classica; Critica biblica; Cristologia; Dogma; Idealismo; Modernismo; Pluralismo.

    Relativismo culturale

    Questa teoria, difesa con convinzione da diversi antropologi, e particolarmente da M. J. Herskovits, ed anche, sia pur con minore vigore, da Ruth Benedict, sostiene che i valori e le istituzioni di una società non hanno altra spiegazione, né altra legittimazione se non dalla cultura stessa di quella particolare società. La diversità dei modelli culturali includerebbe una sorta di autonomia dei modelli etici. Ciò significa, in altri termini, affermare l'autovalidazione dei valori culturali e, quindi, in conseguenza, la profonda incompatibilità tra le culture, delle quali nessuna sarebbe superiore all'altra. La teoria ha avuto successo negli anni 1930-1950, ma ha avuto anche vive critiche per il principio ch'essa postula del relativismo morale secondo il quale i concetti di bene e di male non hanno un valore universale, ma variano secondo i tempi e le società. Questa era già la tesi del sofisti greci. Il relativismo antropologico, d'altra parte, sembra negare l'effetto cumulativo del progresso culturale e lo sviluppo di una civiltà dell'universale.

    Il relativismo culturale, inoltre, si avvicina alle posizioni dello storicismo che privilegia, in forma unilaterale, i fattori storici nell'interpretazione delle idee, dei costumi e dei comportamenti di ogni epoca. Ciò significa negare i valori trascendenti, come le credenze delle religioni universali, in particolare del cristianesimo.

    Pur criticando le pretese abusive del relativismo culturale, gli antropologi riconoscono che le discussioni sul carattere relativo delle culture ha favorito, negli osservatori occidentali, un approccio molto più rispettoso delle particolarità proprie di ogni società posta allo studio. Un etnocentrismo, che consisteva nel guardare le società tradizionali soltanto dal punto di vista occidentale, è stato giustamente denunciato a tutto vantaggio dell'osservazione sociale e dell'analisi culturale.

    Relativismo etico

    La situazione morale odierna procede di pari passo con quella religiosa. In effetti, si percepisce un oscuramento della verità ontologica della persona umana. E questo accade come se il rifiuto di Dio volesse significare la rottura interiore delle aspirazioni dell'essere umano. Si assiste, così, in molte parti, ad un relativismo etico che toglie alla convivenza civile qualsiasi punto di riferimento morale sicuro.

    Da sapere.it (dizionario):

    Relativìsmo

    s. m., qualsiasi posizione filosofica che non ammette principi assoluti sia nel campo conoscitivo sia in quello morale ed estetico, per il fatto che questi principi variano in relazione al tempo, al luogo e al soggetto che li pone.

    Da grarzanti.it (dizionario):

    Relativismo

    s. m. ogni concezione filosofica che considera la realtà non conoscibile in sé stessa, ma soltanto in relazione alle particolari condizioni in cui, volta per volta, i suoi fenomeni vengono osservati, e perciò non ammette verità assolute nel campo della conoscenza o principi immutabili in sede morale: il relativismo di Protagora; il relativismo nel pensiero contemporaneo.

    Da wikipedia.org:

    Relativismo

    Chi è relativista sostiene che una verità assoluta non esiste, oppure, anche se esiste, non è conoscibile o esprimibile o, in alternativa, è conoscibile o esprimibile soltanto parzialmente (appunto, relativamente); gli individui possono dunque ottenere solo conoscenze relative, in quanto ogni affermazione è riferita a particolari fattori e solo in riferimento ad essi è vera. Per i sofisti, nessun atto conoscitivo raggiunge la natura oggettiva delle cose, né rappresenta una verità assoluta valida per ognuno. Un ulteriore punto di vista, di cui Ludwig Wittgenstein fu il principale sostenitore, è che, poiché tutto viene filtrato dalle percezioni umane, limitate ed imperfette, per forza di cose ogni conoscenza è relativa alle esperienze sensibili per l'uomo.

    Relativismo culturale

    Teoria formulata, a partire dal particolarismo culturale di Franz Boas, dall'antropologo statunitense Melville Jean Herskovits (1895 - 1963) secondo la quale, considerato il carattere universale della cultura e la specificità di ogni ambito culturale, ogni società è unica e diversa da tutte le altre, mentre i costumi hanno sempre una giustificazione nel loro contesto specifico.
    Da questa teoria sono derivate numerose tesi che raccomandano il rispetto delle diverse culture e dei valori in esse professati.

    La diffusione di queste idee ha portato ad un riesame degli atteggiamenti nei confronti dei paesi del Terzo Mondo, incentivando maggior cautela negli interventi, ossia aiuti umanitari condizionati all'adozione di determinati comportamenti, propaganda religiosa delle missioni cristiane (vedi inculturazione), ed altre accortezze subordinate.

    Relativismo etico

    Strettamente associato al relativismo culturale è il relativismo morale, per il quale i valori, le regole di condotta adottate da un determinato gruppo sociale (o anche da singoli individui) sono legati ai loro specifici bisogni e non hanno quindi alcun fondamento di assolutezza o necessità.

    Realtivismo e Chiesa Cattolica

    Nella visione cattolica il relativismo culturale è ritenuto inaccettabile quando diventa relativismo etico e mette in dubbio le verità rivelate che sono oggetto della fede cattolica. La Chiesa afferma di rispettare le culture diverse dalla propria per le quali, oggi, propone una missionarietà che parte dal valorizzare i valori propri di ogni popolo ed etnia, purché non permetta comportamenti disapprovati dalla Chiesa.

    Secondo i critici della visione cattolica, il paradosso di questa posizione sta proprio nella non accettazione, da parte della cultura cattolica, del relativismo tra le "diverse culture" non cattoliche (al contrario dei "relativisti", che accettano di buon grado anche la cultura cattolica, purché non sia imposta a coloro che cattolici non sono).

    L'impossibilità di conciliare i valori etici delle varie popolazioni e quelli cattolici senza che venga persa la cultura tradizionale originaria, è il tema delle critiche più frequentemente rivolte ai missionari e alla modalità di trasmissione dei valori evangelici, che viene accusata di essere troppo occidentalizzante: per questo la Chiesa Cattolica si concentra invece sull'inculturazione, cercando di mediare la visione etica delle "verità" rivelate con le tradizioni locali.

    I fondamenti della morale cristiana sono dati dal documento Gaudium et spes, da varie encicliche di Papa Giovanni Paolo II (tra cui Fides et Ratio e Veritatis Splendor), e da alcune note dottrinali della Congregazione della fede a firma dell'allora Cardinale Prefetto della Congregazione Joseph Ratzinger. L'opinione, nelle parole di Ratzinger, è che "[il] relativismo culturale [..] offre evidenti segni di sé nella teorizzazione e difesa del pluralismo etico che sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi della legge morale naturale. A seguito di questa tendenza non è inusuale, purtroppo, riscontrare in dichiarazioni pubbliche affermazioni in cui si sostiene che tale pluralismo etico è la condizione per la democrazia"

    Da riflessioni.it:

    Relativismo

    Relativismo, dal latino relatus ("riferire", "far riferimento"). La corrente filosofica sostenente che non vi sono verità assolute che traggano giustificazioni solamente dal proprio significato ma che in realtà ogni verità è tale solo in relazione a qualcosa con la quale ha un rapporto.

  8. #8
    رباني
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    Il Papa non ha pregato verso la Mecca Allah. Ha pregato Dio in una posizione che conferma in noi l'idea che abbia pregato per la comprensione e l'amicizia tra le due religioni.
    Allah e Dio non sono due identitá diverse, ma l'espressione di due lingue diverse per definire la stessa identitá.
    I cristiani di lingua araba, ad esempio gli aramaici in Siria, ma anche i cattolici o i Copti a Betlemme o al Cairo, per dire "Dio" dicono e scrivono "Allah" allo stesso modo dei mussulmani.
    se Allah è il Dio unico che ci accomuna, allora anche l’Islam «salva».
    ... Allora, ci sono conseguenze: per esempio che non serve convertire musulmani, visto che non serve convertire gli ebrei che attendono ancora il Messia di loro gusto.
    Magari è vero.
    Magari é vero.
    Blondet é un analista sincero e coraggioso.
    Magari é vero!
    Dobbiamo dunque accettare le teorie relativiste secondo le quali
    i valori e le istituzioni di una società non hanno altra spiegazione, né altra legittimazione se non dalla cultura stessa di quella particolare società.
    ?
    Credo di no.
    Sono convinto che la Veritá sia Una. Allo stesso modo in cui gli "altri" sono convinti che la "loro" sia la Veritá.
    E allora?
    Allora benvengano gesti di pace e di fraternitá per segnalare che in nessun caso la religione o Dio stesso possano essere giustificazione di sangue sparso e di morte. Il messaggio credo che sia: si, siamo in qualche modo diversi, ma non cosí diversi da giustificare guerra e morte o anche solo odio latente.
    E mi rifiuto personalmente di credere che i musulmani seguano una religione falsa; sono i cattivi musulmani, come i cattivi cristiani e i cattivi ebrei, a seguire la falsa religione del potere, della sopraffazione terrena e di Mammona
    Sottoscrivo questa opinione totalmente, anche se Blondet la definisce "di nessun valore".
    Il Papa al mausoleo di Atatürk
    è stata la conferma che vige nel nostro mondo una sola, ultima religione: una religione che non pretende adesione intima, ma esige atti esterni di sottomissione.
    Esterni, ma concreti.
    Portare fiori ad Ataturk, un anticristo laico, e anti-musulmano.
    Il Papa ne era senzaltro consapevole.
    Aveva alternative?
    Entrare nella moschea blu e ignorare il mausoleo di Atatürk avrebbe potuto scatenare il risentimento mussulmano-ottomano nei confronti del nazionalismo-repubblicano dei figli culturali di Kemal Pasha (detto Atatürk: padre dei turchi) con conseguenze inimmaginabili.
    Migliaia di morti in nome della "correttezza religiosa" mi sembra non valga la pena.
    Per Gesú e per i Profeti (la pace sia su di loro) era possibile rovesciare i banchi dei cambia-valuta e prestare la fronte al faraone. Per noi, uomini di poca fede e di nessun conto, non resta che avvicinarci alla Veritá a piccoli passi, dare a Cesare quel che é di Cesare e a Dio...

    Shalom, Pax Vobiscum, Assalamu Aleikum

  9. #9
    שמע ישראל
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    Benedetto XVI e altri papi prima di lui, GPII in primis, hanno pregato per e con uomini di altre confessioni, mandando un messaggio semplice, ma molto forte :

    io prego con te, ebreo, musulmano, induista, buddista, etc... perchè riconosco che Dio è entrato nella tua vita.

    E non è poco.

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da matrix82ct Visualizza Messaggio
    devo essere sincero, sono rimasto piacevolmente sorpreso da ratzinger in questi giorni. il messaggio che ha mandato è stato molto forte.
    ha mostrato al mondo che vivere e pregare insieme non è un'utopia. quando si riesce a fare avvicinare culture diverse in conflitto tra loro attraverso la religione (che spesso viene considerata essa stessa motivo di conflitto) allora si sta facendo qualcosa di veramente grande e veramente utile.
    il viaggio in turchia è stato un successo.
    concordo pienamente

 

 
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