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Discussione: notti sacre.....

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    Predefinito L’impostura del “Santo Natale”

    L’impostura del “Santo Natale”

    di: Alberto B. Mariantoni

    Come nel corso degli ultimi 1669 anni, il prossimo 24/25 Dicembre si tornerà invariabilmente a festeggiare la nascita di Yehòshuà ben Yussef o Gesù bambino:

    - per i Cristiani, Iēsoûs, Iesus, il ‘Messia’ o il ‘Cristo (dall’ebraico ‘Mâschîà’’ e/o dal greco ‘Christos’ che vuole dire, ‘colui che è Unto’ o ‘Consacrato’), il ‘Salvatore’, il ‘Resuscitato’, il ‘Signore’, il ‘Figlio di Dio’, ecc.; le cui principali prerogative sono riassunte dall’acrostico ‘ichthýs’ (letteralmente: ‘pesce’ – in realtà: Iesous Christos Theou Uios Soter o ‘Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore’), forse in riferimento alle parole di Agostino di Ippona, nel suo De Civitate Dei (XVIII, 23), “Cristo è il pesce vivo nell’abisso della mortalità, come in acque profonde”;

    - per i Giudaiti (cioè, gli adepti del Giudaismo), Yehòshuà o Yeshuà HaNotsri (Gesù il Nazzareno o di Nazareth – attribuzione totalmente infondata, in quanto, la cittadina di Nazareth, secondo gli archeologi, sarebbe stata fondata all’incirca 40 anni dopo l’eventuale data di morte convenzionalmente assegnata a Gesù), Naggar bar naggar (il falegname figlio di un falegname), Ben charsch etaim (il figlio di uno che lavora il legno); oppure, con intenzioni palesemente denigratorie o offensive, Yeshù bar Pandira o Pandera o Panthera (Gesù il figlio di Pandira/Pandera/Panthera – che altri non sarebbe stato che un legionario romano, seduttore di Maria) o Yeshù bar Jochanan (Gesù il figlio di Jochanan – un altro presunto ed occasionale amante di Maria) o Yeshù bar Stada (Gesù il figlio della prostituta) o Otho Isch (quell’uomo) o Peloni (una certa persona) o Talui (quello che fu appeso), ecc. ; questo, naturalmente, senza contare che molti Rabbini, scomponendo studiatamente il nome Yeshù o Jeschù (che in ebraico significa ,‘YHWH è salvezza’) ed utilizzandone le sole iniziali – cioè, Immach SCHemo Vezikro (che, nella medesima lingua, sono traducibili con: ‘possano il suo nome e la sua memoria essere cancellati’) – preferiscono semplicemente pronunciare quell’acronimo;

    - per i Musulmani, Hazrat Issa ibin-e-Maryam (il ‘Rispettato’ o ‘l’Onorevole Gesù figlio di Maria’), al-Masih ibin-e-Maryam (il ‘Messia figlio di Maria), al-Nabi Issa (il ‘Profeta Issa/Gesù’ – il Nabi a cui Dio avrebbe concesso il particolare potere di resuscitare i morti, come sottolineato dal Corano, Sura 3, 49 e Sura 5, 110), Kalimat Allāh (‘Parola di Dio’), Ruash Elohim (‘Spirito che viene da Dio’ – senza essere ‘divino’), ecc.; aggiungendo, ogni, volta, al nome e/o all’epiteto di rispetto che gli viene sistematicamente attribuito, la sigla ‘A.S.’ o la dicitura, per esteso, ‘Alayhis Salâm o Alayhis-Salaam o Alayhi asSalam (che, in arabo, vuole dire: la ‘Pace sia su di Lui’);

    - per il cristologo Luigi Cascioli, invece – autore del libro, ‘La favola di Cristo: Dimostrazione inconfutabile della non esistenza di Gesù’ (www.luigicascioli.it - http://www.luigicascioli.it/2prove_ita.php - http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Cascioli) – si tratterebbe semplicemente di un “personaggio completamente inventato, a partire dalla vita di Giovanni di Gamala” (il figlio di Giuda il Galileo o Giuda di Gamala, uno dei fondatori del movimento zelota – ripetutamente citato dallo storico giudeo Joseph Ben Matthias o Iosephus Flavius o Flavio Giuseppe – che, dopo essere stato catturato nell'orto del Getsemani, sarebbe stato crocifisso dai Romani).

    Nel contesto di questa mia riflessione, non mi dilungherò affatto a cercare di stabilire se il ‘Cristo della fede cristiana’ (o l’eventuale e mai accertato ‘Yehòshuà ben Yosef/Yeshuà/ Yeshù /Iēsoûs/Iesus/Gesù della leggenda’) corrisponda o meno al ‘Giovanni di Gamala della storia’. Quello che tenterò di appurare, invece, è fino a che punto – a partire da fonti cristiane – gli aspetti formali e sostanziali, le ritualità, le usanze, le abitudini popolari e la simbologia che ordinariamente caratterizzano le tradizionali festività di fine anno, abbiano una qualsiasi attinenza o correlazione con la storia e la pratica originaria della religione cristiana.

    A. Prendiamo, per cominciare, la data di nascita di Gesù della fede (o ‘Theophania’).

    Secondo la tradizione cristiana, Yehòshuà/Gesù della fede, sarebbe nato nel corso del principato di Augusto (-31/14) e sarebbe stato crocifisso durante quello di Tiberio (14/37).

    In che anno, mese e giorno sarebbe nato, esattamente? Questo, nessuno lo sa, né può affermarlo con assoluta certezza. Nemmeno la Chiesa, con la sua notoria e mal celata prerogativa di assoluta infallibilità!

    Un breve giro d’orizzonte tra gli scritti degli autori che cercano storicamente di situare quell’avvenimento, ci offre l’ampiezza dell’estrema confusione che è sempre regnata a proposito dell’eventuale data di nascita (Matteo 1, 18; Luca 1, 14; 2, 7) del Gesù della fede.

    Flavio Giuseppe (37-100) e Svetonio (70/128 – Caius Suetonius Tranquillus), infatti, pensano che Yehòshuà/Gesù potrebbe essere venuto alla luce 194 anni, 1 mese e 13 giorni prima della morte dell'Imperatore Lucius Aelius Aurelius Commodus o Commodo (161-192 -morto il 31 Dicembre 192), cioè il 18 Novembre dell’anno 3 della nostra era.

    Per alcune Chiese orientali – secondo il resoconto fattoci pervenire da Clemente Alessandrino (150-215 – Titus Flavius Clemens), in Stromates I, 21,146 – il medesimo Gesù potrebbe essere stato partorito un 25 Pashon (che corrisponde al nostro 20 Maggio) o un 15 Tybri (10 Gennaio) o un 11 Tybri (6 Gennaio).

    Se seguiamo, invece, le indicazioni forniteci dal ‘De pascha computus’ – attribuito a Tascio Cecilio Cipriano (199-258 – Thascius Caecilius Cyprianus ) – lo stesso Gesù potrebbe essere venuto al mondo un 28 Marzo. Diversamente, per Ippolito (m. 235 – in ‘Commento su Daniele’ IV, 23), quell’evento potrebbe essersi verificato un 23 Aprile.

    Al contrario, se teniamo conto dei punti di vista di Epifanio (315-403 – Epiphanius, Vescovo di Salamina), di Ephraem Syrus (306-373), di Cosma Indicopleuste (o ‘Viaggiatore delle Indie’ - P.G., LXXXVIII, 197) e di Abramo di Efeso (VIº secolo), l’identico Gesù potrebbe essere nato un 6 Gennaio (dalla data di quell’avvenimento, tra l’altro, si fa derivare il termine Epifania – dal greco Epiphàneja – manifestazione, nascita, comparsa, apparizione. Ed è in questa data, in ogni caso, che la Chiesa Ortodossa continua a festeggiare il Natale).

    Più vicino a noi, il Vescovo e teologo inglese John B. Lightfoot (1602-1675 – all’epoca vice cancelliere dell'Università di Cambridge: lo stesso personaggio che aveva minuziosamente “calcolato” che Dio avrebbe creato l’Universo alle 9 di mattina del 26 Ottobre 4004 !), ci informa che il Gesù della fede potrebbe essere stato generato un 15 Settembre.

    Dal canto loro, Henry Browne (‘Ordo saeclorum’, Londra, 1844) e Thomas Lewin (‘Fasti Sacri’, Londra, 1865), considerano più volentieri che la nascita di Gesù potrebbe essere avvenuta nel mese di Agosto.

    Da parte sua, il Reverendo Jack Barr (vedere http://www.barr-family.com/godsword/dateborn.htm) è molto più propenso a credere che Gesù possa essere nato tra Aprile e Settembre dell’anno -5.

    Roger T. Beckwith (‘The Date of Christmas and the Courses of the Priests, in Id., Calendar & Chronology, Jewish and Christian, Leiden, 1996, pp. 79-92), invece, pensa che quell’evento possa essersi verificato nell’ultima decade di Settembre.

    Identica deduzione per Corrado Maggia che parla ugualmente del mese di Settembre. (vedere: http://www.incontraregesu.it/risposte/25dicembre.htm).

    Alcuni astronomi, invece – basandosi sull’indizio offerto dalla famosa ‘stella cometa’ che avrebbe indicato ai Re Magi l’esatta ubicazione del luogo di nascita del Gesù della fede, e costatando che in quel periodo della storia l’unico fenomeno astro-fisico che sia stato registrato è quello della congiunzione di Giove e di Saturno, nella costellazione dei Pesci – sono più propensi a credere che quell’evento possa essersi verificato il 13 Novembre del -7.

    Ultimo in data (ma si potrebbe continuare all’infinito…), Guido Pagliarino (‘Gesù, nato nel 6 a.C., crocifisso nel 30 d.C.: un approccio storico al cristianesimo, Collana Orione, Prospettiva Editrice, Civitavecchia, 2003) – che tiene conto, sia degli studi di Keplero che delle scoperte archeologiche di Schnadel – pretende che la nascita di Gesù possa essere avvenuta a Giugno o ad Agosto dell’anno -6.

    Inutile, dunque, cercare, da un punto di vista della Storia, la vera data di nascita del Gesù della fede!

    L’unica cosa indiscussa che ci è dato storicamente di conoscere, è che, nel 337 della nostra era, il Papa Giulio Iº (Pontefice dal 337 al 352), per ordine (sembra…) dell’Imperatore Costantino (Flavius Valerius Aurelius Claudius Constantinus o Imperator Caesar Flavius Constantinus Pius Felix Victor Augustus Maximus – 274-337), decretò che lo Yehòshuà/Iēsoûs/Iesus/Gesù della tradizione cristiana era nato nella notte tra il 24 ed il 25 Dicembre del 753 ab Urbe condita (a.U.c. – cioè, dalla fondazione di Roma). In altre parole, nell’Anno 0 della nostra era!

    Che cosa affermano, in proposito, i maggiori studiosi di questa materia?

    Convengono che la scadenza del 24/25 Dicembre del 753 a.U.c., è una data strettamente convenzionale che – oltre ad essere abbondantemente soggettiva ed arbitraria – è assolutamente svincolata da qualsiasi fondamento storico.

    Secondo l'Enciclopedia Italiana, infatti, i Padri della Chiesa, dei primi secoli, non sembrano affatto aver conosciuto una festa della ‘Natività di Gesù’.

    Nel 354, il ‘Calendario Filocaliano’, alla data del 25 Dicembre, continua ancora ad ignorare il ‘Santo Natale’.

    Identica considerazione per gli scritti lasciatici da Origene (185-254).

    Se teniamo conto delle ricerche del teologo Louis Duchesne (1843-1922 – ‘Histoire ancienne de l’Eglise’, in 3 volumi, del 1912), la prima celebrazione del Natale si sarebbe svolta a Roma, nel 354, nella basilica dell'Esquilino (in seguito divenuta Santa Maria ad Praesepe ed, in fine, Santa Maria Maggiore), per volontà dell’allora Papa Liberio (Pontefice dal 352 al 366).

    Altre notizie storiche a proposito del festeggiamento cristiano del Natale, si incominciano ad avere nel 375, ad Antiochia, e nel 430, ad Alessandria d’Egitto.

    Allora, come mai, a partire dal IVº secolo, la Chiesa di Roma sceglierà di celebrare la nascita del Gesù della fede, il 24/25 Dicembre?

    B. Cerchiamo di scoprire il perché della scelta di quella data specifica

    Come spiega Miranda Green (Le Divinità solari dell’antica Europa, Collana ‘Nuova Atlantide’, Serie Religiosità e sacro, Mito e conoscenza, Trad. di Massimo Ortello, ECIG, Genova, 1995), il 24/25 Dicembre era un’ancestrale ricorrenza che era spontaneamente e sistematicamente festeggiata dalla quasi totalità delle popolazioni dell’Europa.

    Nei paesi scandinavi, ad esempio, si festeggiava la nascita di Freyr, il figlio supremo di Odino (Odhinn-Wotan). Nell’estremo Nord, si celebrava Baldur (il candido e bellissimo ‘Dio della giustizia’ e del ‘bene’; un Dio che dopo essere stato ucciso, era resuscitato 40 giorni più tardi). In Danimarca, si festeggiava Trundholm (il ‘disco solare’). In Irlanda, si commemorava la venuta al mondo di Samhein (un Dio, guarda caso, che dopo tre giorni dalla sua morte, era ugualmente risorto). I Gallo-Celti glorificavano Alban Arthuan (la ‘rinascita del Sole’). I Troiani – secondo l’Iliade di Omero – adoravano il Sole-Apollo. I Greci, celebravano Helios (il ‘carro solare’ – figlio dei Titani Hypérion e Théia) ed in seguito Apollo Phoibos (‘Apollo raggiante’); ma onoravano ugualmente Adonis o Adone (allegoria della morte e della rinascita della natura) e Dionisio (figlio di Zeus e di Semele). A Roma e nel Lazio, si festeggiavano i Saturnali (feste in onore di Saturno, ‘Dio dell’Agricoltura’ dal 19 al 25 Dicembre) e la nascita di Bacco (l’equivalente di Dionisio, in Grecia); si onorava ugualmente il Sol Indiges e, più tardi – introdotto nel 273 (MXXVI a.U.c.) dall’Imperatore Aureliano (270-275) – il Dies Natalis Solis Invicti (il ‘giorno della nascita del sole invincibile’ – celebrazione fissata ante diem octavum Kalendas Ianuarias, cioè il nostro 25 Dicembre). I Germani, nello stesso periodo, solennizzavano il giorno di Yule (la ‘ruota solare’) e gli Anglo-Sassoni, l’equivalente Geola (il ‘giogo dell’anno’). Nei Balcani, tra le popolazioni Illiriche, si ossequiava Dupljaja (la ‘figura d’argilla’) e, tra gli Slavi, Dajbog. Il tutto, naturalmente, senza dimenticare che nello stesso periodo erano ugualmente festeggiati, Giove/Zeus/Juppiter (‘Dio Supremo’, ‘Padre dei Cieli e ‘Re degli Dei’) e Plutone/Hadès (Pluto, ‘colui che arricchisce’ in latino; Hadès, ‘colui che rende invisibile, in greco), nonché l’egiziano Osiride o Osiris (‘Dio della morte e dell’oltretomba’).

    Non parliamo del Vicino-Oriente.

    In quella regione, la radicata ritualità del 24/25 Dicembre è ugualmente comprovata dalla storia e dall’archeologia.

    In quella data, ad esempio, i Sumeri vi celebravano il culto di Utu Babba (il ‘Sole’ – ‘Dio della giustizia’) che era rappresentato dal disco solare e il numero 20. E vi commemoravano ugualmente la nascita di Dumuzi (chiamato Tammuz a Babilonia e considerato la ‘reincarnazione del Sole’), un altro Dio morto e resuscitato. Quel Dio era rappresentato, da bambino, in braccio alla madre Semiramis e/o a Istrar (la ‘Regina del Cielo’ babilonese che aveva una aureola di 12 stelle che svettava sul capo), alla stessa stregua dell’indiana Isi con suo figlio Iswara o dell’egiziana Isis con suo figlio Horus, ecc.

    Nell’antico Egitto, inoltre, si festeggiava il ‘Dio Sole’ Rê o Râ (più tardi, Amon-Râ), il ‘Dio Creatore’ che era rappresentato da un uomo che portava un disco solare sulla testa.

    Ad Heliopolis (la ‘città del Sole’), sempre in Egitto, il medesimo Rê o Râ veniva adorato sotto le sembianze di un falco e l’aspetto umano di Atum. Questo, naturalmente, senza dimenticare Serapide (altro nome del ‘Dio Sole’ egiziano), né il monoteistico Dio Aton voluto da Amenhotep IVº che, nel corso del suo breve e sfortunato regno, per meglio attribuirsi e dedicarsi al Sole aveva addirittura cambiato il suo nome in Akhenaton (l’efficienza di Aton).

    A Babilonia, nello stesso periodo, si commemorava Bel-Marduk (il ‘vitello del Sole’) e Shamash (il ‘Dio Sole’). Ad Emesa (l’attuale Homs), in Siria, si ricordava solennemente Elababalus o Invictus Sol Elagabalus (il ‘Dio Sole invitto’ – da cui prenderà spunto l’Imperatore Aureliano, per il suo Dies Natalis Solis Invicti). A Petra, tra i Nabatei, si onorava Dusares (il ’Dio Sole’). Nell’India vedica, si celebrava Surya (il ‘fuoco del cielo’ o ‘l’ultima verità’).

    Nella medesima data del 24/25 Dicembre, inoltre, si festeggiava la nascita del Dio Mitra o Mitra (l’invictus-aniketos, venerato ugualmente a Roma come il nome di fautor imperii), una delle più importanti divinità dell’induismo antico e dell’originaria religione persiana.

    Tra gli adepti della religione mazdeista (cioè, legati al Dio Ahura Mazda), si celebrava la nascita del Profeta Zarathustra. Tra i fedeli dell’induismo, si commemorava la nascita di Krishna, l’ottava incarnazione (o avatar) di Vishnu. E tra i buddhisti, quella di Buddha (Siddhartha Gautama o Siddhattha Gotama) o Çâkyamuni (dal Sansckrit, muni o ‘asceta silenzioso’, dei Çâkya, cioè il Clan a cui apparteneva la famiglia di Gautama o Gotama).

    In Frigia, nell’allora Asia Minore (l’attuale Turchia), si solennizzava la nascita di Attis o Atys (figlio ed amante dell’affascinante Dea Cibele o Cybele-Agditis).

    Identica considerazione per quanto riguarda buona parte del resto del mondo.

    Nel Messico pre-colombiano, ad esempio, veniva onorato Quetzalcoatl (il ‘serpente con le piume’ e Dio della luce’) e Huitzilopochtli, il ‘Dio Sole’ degli Aztechi.

    Itzamnà (il Dio del Sole’) ed la nascita del Dio Bacab, nello Yucatan, erano commemorati dai Maya. Gli Incas festeggiavano Inti o Inti Raymi, un Dio che era rappresentato con una maschera d’oro, dal viso umano, ornato di raggi.

    In Cina, si commemorava il giorno di Scing-Shin. In Giappone, era la Dea Amaterasu o-mi-kami (la ‘grande e regale divinità che illumina il cielo’), a ricevere i medesimi onori.

    Dobbiamo ancora chiederci il motivo della scelta, da parte della Chiesa del 337, della data convenzionale del Gesù della fede, il 24/25 Dicembre?

    C. Parliamo di ‘Babbo Natale’

    Come sappiamo, il tradizionale omaccione con la lunga e canuta barba, vestito con una palandrana rossa dai bordi di pelliccia bianca ed il cappuccio, che se ne va a distribuire i doni ai bambini, nella notte di Natale, alla guida di una slitta volante trainata da otto renne (di cui si conoscono addirittura i nomi: Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet, Cupid, Donder e Blitzen) – e che tutti chiamiamo ‘Babbo Natale’… – è semplicemente il personaggio di una fiaba!

    Quella favola, fu descritta per la prima volta, nel 1809, dallo scrittore statunitense Washington Irvin. Fiaba che fu successivamente ri-elaborata dal pastore americano Clement Clarice Moore (detto Clarke Moore) e ripresa più tardi, il 23 Dicembre 1823, sul giornale “Sentinel” di Troy (Stato di New York).

    Stiamo parlando, insomma, dello stesso personaggio che con il nome di Saint Nick, a partire dal 1949, verrà platealmente volgarizzato e diffuso nel mondo, dal celebre disegnatore statunitense Haddon H. Sundblom (1899-1976), per scopi prettamente commerciali o, se si preferisce, per reclamizzare i tristemente noti prodotti della Coca-Cola.

    Inutile sottolinearlo: la Chiesa di Roma, da sempre impegnata a “recuperare” ogni cosa alla moda, pretende che il personaggio di quella favola abbia preso ispirazione dalla vita e le opere di San Nicola (Santus Nicolaus o Santa Claus o Sinterklaas), Vescovo di Myra (in Licia, l’attuale Anatolia, Turchia), vissuto nel IVº secolo e più conosciuto, in Italia, con il nome di San Nicola di Bari (ne parla Dante, nel Purgatorio XX, 31-33), dove gli è stata addirittura dedicata una basilica, edificata nel 1087.

    La Chiesa Ortodossa, dal canto suo, sostiene che il fiabesco personaggio raccontato da Irvin e da Moore, sia piuttosto San Basilio o Basilio Magno (330-379 - Vassilis), un altro Vescovo cristiano, sempre del IVº secolo, che avrebbe officiato a Cesarea (l’attuale città turca di Kaysery), in Cappadocia.

    In contraddizione con le Chiese di Roma e di Costantinopoli/Istanbul, i Cattolici delle Fiandre (Belgio) assicurano nientemeno che l’ispirazione per il ‘Babbo Natale’ che tutti conosciamo, sia venuta da Sint-Maarten o San Martino – l’ufficiale della cavalleria romana, originario della Pannonia (l’attuale Ungheria), che con la spada, avrebbe tagliato in due il suo mantello militare, per offrirlo ad un mendicante che stava soffrendo il freddo, e che più tardi sarà consacrato Vescovo di Tours (371), in Francia.

    Ancora una volta, ci troviamo confrontati ad una serie di ridicoli e pedestri tentativi di plagio del plagio…

    Il vero ‘Babbo Natale’ della Storia, in realtà, affonda le sue compatte ed ataviche radici nelle ancestrali leggende dei popoli dell’Europa politeista. Tra queste:

    - la leggenda di Donar (il ‘Dio della Fertilità’ dei tribù nordiche): un Dio che – in corrispondenza con il giorno del Solstizio d’inverno (Yule) ed echeggiando il suo corno da caccia – scendeva dal cielo su un carro trainato da due robusti caproni, per distribuire doni ai figli dei mortali;

    - la leggenda di Sleipnir (letteralmente: ‘colui che scivola rapidamente’): il grigio, octupede e velocissimo cavallo di Odino (Odhinn-Wotan) che galoppava in cielo e sulle acque di questo e di altri mondi; secondo le tradizioni veicolate dalla mitologia nordica o norrena (quindi, vichinga o scandinava), infatti, i bambini di quelle regioni, nella notte del Solstizio d’inverno, deponevano i loro stivali, riempiti di carote, di fieno e di paglia, accanto all’apertura del camino della loro abitazione, con la chiara intenzione di sfamare il cavallo volante di Odino; quel Dio, allora, scendendo dal cielo, dopo aver nutrito il suo cavallo, riempiva quegli stessi stivali, con diversi cibi prelibati, dolciumi e regali vari, in segno di manifesta e profonda riconoscenza.

    Quelle leggende – oltre a favorire la nascita di una serie di tradizioni popolari che, in concomitanza con il Solstizio d’inverno praticavano il rito del ‘dono’ nei confronti de fanciulli (a Roma, nel corso dei Saturnali, delle Sigillaria, del Dies Natalis Solis Invicti e delle Compitalia o Laralia, avveniva esattamente la stessa cosa!) – continueranno a perpetuarsi ininterrottamente fino a tutto il Medioevo. E nonostante il furore repressivo della colonizzazione cristiana a cui dovette assistere l’Europa di quegli anni, daranno vita, a loro volta, con qualche soggettiva variazione, ad altre tradizioni popolari, come quella di Väterchen Frost (il ‘Padre freddo’) dei Germani, quella di Julemand dei Danesi, quella di Julenissen dei Norvegesi, quella di Kaledu Senis dei Lituani, quella di Jouluvana degli Estoni, quella di Joulupukki dei Finnici, quella di Julgubben o Jultomten o Tomten degli Svedesi, quella di Karácsony Apó degli Ungheresi, quella di Djed Božicnjak dei Croati, quella di Bozicek degli Sloveni, quella di Mos Craciun dei Rumeni, quella di Gwiazdor dei Polacchi, quella di Diado Coleda dei Bulgari, quella di Djed Mraz o Died Maroz o Ded Moroz, (il ‘Nonno gelo’) dei Russi, ecc. Senza contare quella di Shengdan Laoren dei Cinesi.

    D. Proviamo ad indagare sul tradizionale ‘Albero di Natale’

    Informalmente, diversi ricercatori cristiani del nostro tempo pretendono che la paternità dell’uso dell’Albero di Natale debba essere attribuita alla città di Riga che, prima nella Storia, nel 1510, avrebbe innalzato un abete inghirlandato, per onorare la nascita di Gesù-Cristo.

    Altri, al contrario, preferiscono ufficiosamente attribuirla alle popolazioni alsaziane che, tra il 1521 ed il 1605, avrebbero preso l’abitudine di commemorare quel medesimo avvenimento, portandosi a casa degli abeti ed addobbandoli a piacimento, per vivacizzare i giorni della Teofania cristiana.

    Altri ancora, in contraddizione con i precedenti, privilegiano perentoriamente accollarla o ascriverla alla fede ed alla lungimiranza religiosa della Duchessa di Brieg, in Gemania, che prima tra tutti, avrebbe lanciato la ‘moda’ dell’Albero di Natale, a partire dal 1611.

    Naturalmente, gli stessi mestatori di “verità rivelate”, per convincerci della giustezza delle loro soggettive ed arbitrarie opinioni – oltre a parlarci dell’allora giovane e sicuramente non troppo cristiano Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) che nel suo Die Leiden des jungen Werthers (‘I dolori del giovane Werther’) del 1774, avrebbe introdotto il simbolismo dell’Albero di Natale nella grande letteratura di quell’epoca – ci elencano tutta una serie di ramificazioni ideali a proposito della diffusione di quell’usanza che – passando per la Principessa austriaca Henrietta von Nassau-Weilburg (1816), la Duchessa Elena D’Orleans in Francia (1840) ed il Principe Alberto di Saxe-Cobourg-Gotha (consorte della Regina Vittoria) in Gran Bretagna – fanno giungere la tradizione dell’abete decorato, fino ai nostri giorni. Addirittura, dal 1982 (per volere di Papa Giovanni-Paolo IIº), fin sulla Piazza San Pietro, a Roma!

    Allora, come spiegare, già dal 313 (epoca dell’Editto di Milano), l’accanimento terapeutico riservato dalla Chiesa alla proibizione sistematica, per più di mille e trecento anni, dell’allegorismo degli alberi in generale e degli abeti agghindati in particolare, praticato da sempre dalle popolazioni della nostra Europa?

    Come giudicare la condanna del culto degli alberi espressa dal Concilio di Cartagine del 397?

    Come interpretare la distruzione, ordinata da Roma nel 772, e fedelmente eseguita dalle truppe del neo-Imperatore “romano” Carolus Magnus o Carlo Magno (742-814), di Irminsul (il celebre ‘Albero del mondo’, personificazione del ‘Dio Hirmin’) e del relativo santuario di Externstein, in Sassonia? Come commentare, più o meno nel medesimo periodo storico, l’abbattimento ordinato da San Bonifacio (alias Wynfried) di Donar-Eiche, l’antichissima e sacra ‘Quercia di Thor’? Come inquadrare e comprendere le persecuzioni e le infinite ordinanze di repressione fisica (sfociate, in diverse occasioni, in delle vere e proprie condanne a morte!) e di biasimo morale destinate alle popolazioni europee, a causa della loro atavica e spontanea sollecitudine nei confronti degli alberi, come quelle volute, ad esempio, nel VIº secolo, dal Vescovo Martinus di Bracara; tra il 1000 ed il 1025, dal Vescovo di Limoges, Martialis, e dal Vescovo di Worms, Burchard; nel 1184, dal Vescovo di Munster; nel 1200, dal Vescovo di Fulda; nel 1525, dal Vescovo di Norimberga; nel 1755, dal Vescovo di Salisburgo, Sigismund; ecc.; fino a giungere, al 1935, dove un’inatteso e sorprendente articolo dell’Osservatore Romano, ancora continuava a considerare la tradizione dell’Albero di Natale come una consuetudine prettamente pagana?

    Diciamocelo francamente: la Chiesa ha davvero “sudato sette camicie”, negli ultimi 1700 anni, per tentare (senza riuscirci) di cancellare dall’immaginario collettivo delle popolazioni europee, il simbolismo della ‘vita eterna’, rappresentato dalle piante sempre verdi (semper virens), come l’abete (sacro ad Odhinn-Wotan), il pino (sacro ad Attis), il cipresso (che custodiva l’anima infelice di Attis), il cedro (l’ ‘albero degli Dei’ o Deodora degli Indù), la quercia (celebre – oltre Donar-Eiche, la sacra ‘Quercia di Thor’ – la ‘Quercia dodonea’ di Zeus, a Dodona, nell’Epiro, cantata da Omero – Iliade XVI, 233-238 e Odissea XIV, 327-330), il mirto (sacro ad Afrodite/Venere, ‘Dea dell'amore’ e della ‘bellezza’), l’alloro o il lauro (in cui si era fatta tramutare Dafne, la ninfa amata dal ‘Dio del Sole’, Apollo – il lauro o alloro era ugualmente sacro ad Asclepio, figlio di Apollo), il leccio (o alloro spinoso), l’ulivo (l’albero sacro ad Atena, a Minerva e ad Eirene, la ‘Dea della Pace’), il frassino (famoso l’Yggdrasil dell'Edda), il ginepro (utilizzato dalle popolazioni europee, per proteggere le loro stalle da eventuali sortilegi), il rosmarino (simbolo di immortalità per gli Egizi, era utilizzato dai Romani per ornare le statuette dei Lari o Lares familiares che rappresentavano i loro antenati), l’edera (pianta sacra a Dionisio, il corrispettivo di Bacco nella mitologia romana), il biancospino (sacro alla Dea Belisama, più tardi identificata con Minerva), il pungitopo, l’agrifoglio (che i Romani piantavano nei pressi delle loro case per scongiurare il malocchio e scacciare gli spiriti maligni), il vischio (il succo delle sue bacche era considerato, dai Druidi, il seme di vita del ‘Dio del Sole’), ecc.

    L’abete, in particolare, nella Grecia antica, era l’albero sacro ad Artemide (Diana, per i Romani), la ‘Dea della Natura’ che vegliava sulle nascite. Era l’albero ‘promessa di vita’ del Dio dei Galli, Gargan. Era l’albero della ‘tutela della vita’ dei Druidi (gli antichi sacerdoti dei Celti). Chiamato Dannenbaumen o Tannenbaum, il medesimo abete era l’albero che i Teutoni piantavano, riccamente ornato di ghirlande e di doni, davanti alle loro case, nei giorni corrsipondenti al Solstizio d’inverno (Yule). Era l’albero da cui i Romani recidevano dei rami per decorare le loro abitazioni, in occasione dei Saturnalia (Macrobiius, Saturnaliorum libri 1, 2).

    Il tutto, naturalmente, senza contare che già nel -1850, a Babilonia – come risulta da una tavoletta scoperta il secolo scorso dall’archeologo Moussan – si usava inghirlandare gli alberi con dei rombi metallici e luccicanti che rappresentavano gli astri, sovrastandoli, sul loro apice, da un sole scintillante in oro massiccio.

    E. Cerchiamo di trovare un “appiglio cristiano” al Presepe

    Conosciamo il significato della parola ‘Presepe’: dal latino praesepium o praesepe (da prae = innanzi e saepes = recinto, che vuol dire ‘luogo davanti al recinto’, per estensione, ‘greppia’, ‘mangiatoia’), il ‘Presepe’ è la ricostruzione liturgico-teatrale delle scene che si riferiscono alla natività di Gesù ed al successivo arrivo dei Magi.

    Secondo i racconti tramandatici dai cronisti, Tommaso da Celano (1190-1260 – in Vita Prima di San Francesco d'Assisi, Fonti Francescane, Assisi, 1978, pp. 472 e 476) e Bonaventura da Bagnoregio, alias Giovanni Fidanza, soprannominato Doctor Seraphicus (1217-1274 - in Leggenda Maggiore, Cap. De studio et virtute orationis, Fonti Francescane, Assisi, 1978, pag. 924), il primo Presepe (vivente) della Storia sarebbe stato ideato e realizzato da San Francesco d’Assisi, nella notte tra il 24 ed il 25 Dicembre 1223, a Greccio (un Comune attualmente in provincia di Rieti), con la collaborazione della popolazione locale, il supporto dell’allora Signore dei luoghi, Giovanni Velita (discendente dei Conti Celano e della famiglia Berardi), e l'autorizzazione ecclesiastica e formale di Papa Onorio IIIº (Pontefice dal 1216 al 1227).

    Ora, a parte il fatto che nei Vangeli canonici, ci sono due versioni della medesima nascita – in particolare, quella di Matteo (2, 11) che ci racconta della venuta al mondo di Gesù in una ‘casa’ (probabilmente, ‘l’abitazione dei parenti di Giuseppe’ che vivevano a Betlemme) e quella di Luca (2, 7) che ci parla, invece, di una ‘mangiatoia’ (“poiché non v’era posto nell’albergo…”); e che soltanto Matteo (2, 1-12) evoca la visita dei Magi (senza, tra l’altro, precisarne il numero o specificarne la provenienza) – da dove scaturirebbero o sarebbero state estratte le scene di ‘capanne’ e/o di ‘grotte’ e le tradizionali raffigurazioni del ‘bue’ e dell’ ‘asinello’ (che ordinariamente sono al centro di qualunque rappresentazione della Natività), nel Presepe della tradizione cattolica?

    I maggiori teologi cattolici – come Alfred Firmin Loisy (1857-1940), Ernesto Buonaiuti (1881-1946) ed Hans Küng (nato nel 1928) – e protestanti – come Rudolf Karl Bultmann (1884-1976) e Dietrich Bonhoeffer (1906-1945) – non sembrano avere dubbi. Oltre a spiegare le differenze oggettive che si riscontrano nelle diverse versioni del Vangelo di Matteo e di Luca, con la complementare esigenza di rivolgersi ad un pubblico giudaita (nel caso di Matteo) e ad un pubblico pagano o gentile (nel caso di Luca), lasciano praticamente intendere che la maggior parte delle scene (ad esempio, la ‘stalla’ o la ‘grotta’) o delle raffigurazioni (ad esempio, quella dei sedicenti ‘sacerdoti persiani’, Melkon/Melchiorre, Gaspar/Gasparre e Balthasar/Baltasarre) che formano buona parte del quadro coreografico della Natività del Cristo, potrebbe essere stata estrapolata da Vangeli apocrifi (dal greco, apokriphos – composto di apo e kripto – che significa ‘nascosto’, ‘occulto’, ‘arcano’ e, per estensione, Vangeli non riconosciuti da nessun Canone) e/o da tradizioni popolari che – scaturite a macchia d’olio nei primi anni della cristianità – sarebbero state, in seguito, accantonate o completamente dimenticate.

    Per quanto riguarda, invece, le immagini del ‘bue’ e dell’ ‘asinello’, solitamente rappresentati a fianco di Gesù bambino esposto sulla mangiatoia, i medesimi teologi pensano che si tratterebbe soltanto di contingenti allegorie che sarebbero state successivamente introdotte, nella liturgia natalizia, dalla propaganda cristiana dell’epoca dei Padri della Chiesa.

    A loro dire, infatti, quella specifica campagna pubblicitaria – facendo forzatamente derivare quelle immagini da un passo di Isaia 1, 3 (che recita testualmente: “ll bue ha riconosciuto il suo proprietario e l'asino la greppia del suo padrone"…) – tendeva semplicemente a divulgare ciò che i Padri della Chiesa avrebbero voluto che fosse il risultato della loro quotidiana opera di proselitismo. E questo, da un lato, rappresentando gli Ebrei (simbolicamente rappresentati dal bue) e, dall’altro, i Gentili (allusivamente rappresentati dall’asino), nell’atto di una loro mansueta ed incondizionata adorazione del vero Messia e dell’unico Salvatore del genere umano.

    Come il lettore lo avrà senz’altro già intuito, ancora una volta ci troviamo confrontati ad una serie di arzigogolate congetture che in definitiva – quantunque cerchino dottamente di convincere, attraverso la semplice dialettica… – non posseggono nessuna attinenza o correlazione con la reale Storia di questo genere di tradizioni.

    Chi possiede, infatti, un minimo di dimestichezza con i classici latini – per averne un’idea, Cicerone, De re publica libri 5, 7; In Verrem actio 3, 27; Epistule ad Atticum 2, 3, 4; Aulo Gellio, Noctes Atticae 10, 24, 3; Attio, Frag. Poet. Rom. 16, 4, 2; Tito Livio, Ab Urbe condita libri 40, 52, 3; Sallustio, De coniuratione Catilinae 20, 11; Orazio, Epistulae 1, 7, 58; 2, 2, 51; Odarum seu carminum libri 1, 12, 44; Nevio, Palliatarum frg. 100; Ovidio, Fasti 3, 242; Valerio Flacco, Argonautica 4, 45; Svetonio, Augustus 31; Plauto, Aulularia; Mercator; Macrobio, Saturnaliorum libri; ecc. – sa perfettamente che quella che noi, oggi, chiamiamo la ‘tradizione del Presepe’, possiede una sola ed incontestabile fonte storica: quella, in particolare, dei Lares (gli antenati defunti) di epoca romana.

    Di incerta origine etimologica (forse dall’etrusco Lar, ‘Padre’) e cantati, tra gli altri, da Albio Tibullo - (-54/19) – “…Sed patrii servate Lares: aluistis et idem, cursarem vestros cum tener ante pedes. Neu pudeat prisco vos esse e stipite factos: sic veteris sedes incoluistis avi. Tum melius tenuere fidem, cum paupere cultu stabat in exigua ligneus aede deus…” (Tibulli Elegiae Liber Primus, X, vv. 15-20; libera traduzione : “…Salvatemi voi, Lari dei miei padri, voi che m'avete allevato quando bambino correvo innanzi ai vostri piedi. Non abbiate vergogna di essere scolpiti in un vecchio tronco: così abitaste l'antica casa degli avi. Meglio si osservava la fede, quando in una piccola nicchia con semplice rito s'alzava un dio di legno…”) – i ‘Lari’ (arcaicamente chiamati Lases) erano ponderati dai Romani, come dei Numi tutelari che possedevano la particolarità di proteggere le terre (in particolare l’ager romanus), i raccolti, le strade, gli incroci, le città, lo Stato, la famiglia, le mura delle abitazioni, la proprietà, le attività, ecc.

    Considerati da un punto di vista strettamente privato, i ‘Lari’ (Lares familiares) erano gli spiriti divinizzati (Numen, inis) degli avi defunti di ogni famiglia. Custodivano e tutelavano il focolare domestico, il benessere e l’agiatezza dei componenti del nucleo familiare, l’inviolabilità della proprietà, lo sviluppo e la floridezza dell’insieme delle loro attività quotidiane.

    I Lares familiares erano essenzialmente rappresentati da statuette scolpite nel legno o realizzate in semplice terracotta o in cera, nell’atto di tendere la mano in segno di pace. E quelle loro parvenze venivano custodite e onorate nel Lararium, una particolare cappella votiva che esisteva all’interno di ogni domus romana.

    Intesi, invece, da un punto di vista pubblico, a Roma c’erano tutta un’altra serie di ‘Lari’. Tra questi: i Patrii Lares (i ‘mitici antenati’, gli ‘eroi’, i maiores, cioè i fondatori e gli ispiratori della Societas romana) e/o i Lares Prestites (‘Lari pubblici’ - Lares Publici Populi Romani Quiritium) che erano considerati i ‘protettori di Roma’ (intesa come Nazione e Stato) ed i ‘tutori delle tradizioni sacrali dell’Urbe’; i Lares compitales che proteggevano i ‘crocicchi’ o i ‘crocevia’ (compita – da compitum, i: il ‘crocicchio’ o ‘incrocio di quattro strade’) e, contemporaneamente, il traffico, le ‘comunicazioni’ e gli ‘scambi commerciali’; i Lares viales che proteggevano le ‘strade’, i ‘viaggiatori’; ecc.

    Come sottolinea Ovidio, questo genere di ‘Lari’ – che vedranno la loro massima diffusione popolare e cultuale in epoca imperiale, con i Lares Augusti (i ‘Lari di Augusto’) – assicuravano “la sicurezza di tutto ciò che resta sotto i loro occhi e proteggono le mura della Città” (Fasti 2, 6, 15).

    Questi ultimi, in generale, erano rappresentati da dipinti, da piccole sculture o da statuette scolpite nel legno o realizzate in semplice terracotta o cera (sempre nell’atto di tendere la mano in segno di pace). Ed i loro rispettivi simulacri venivano solitamente esposti in speciali edicole (aediculae Larum o Larium) che erano erette agli angoli delle strade e che riproducevano, a loro volta, in scala ridotta, la facciata di un classico tempio romano.

    In casi particolari, invece - come nel culto, ad esempio, di Romolo-Quirino o di Acca Larenzia (moglie del pastore Faustolo che avrebbe allattato i gemelli Romolo e Remo – episodio citato da Lattanzio, Divinae Institutiones I, 1, 20), possedevano dei veri e propri Templi e/o degli Edifici sacri. Esempi celebri, sono il lucus Deae Diae (quello della Confraternita degli Arvales), a 7 km da Roma, sulla via Campana ; ilTempio dei Lari (dell’epoca degli Emilii) ed il Pantheon di Roma (di età augustea); l'ara dei Lari di Ostia ; il Tempio di Vespasiano (dedicato al ‘Genio dell’Imperatore’) ed il Santuario dei Lari Pubblici, a Pompei (http://www.marketplace.it/pompeiruin...ici2/lari.htm), ecc.

    Per farla breve, diciamo che quello che oggi avviene con la realizzazione pratica ‘Presepe’, avveniva esattamente in epoca romana, con le statuette dei ‘Lari’.

    Il 20 Dicembre di ogni anno, infatti, in occasione delle Sigillaria (‘festa delle statuette’ – che erano dette sigilla, dal latino sigillum, i, diminutivo di signum, statua), i bambini di ogni famiglia, sotto la guida dei loro genitori, erano incaricati di rimettere in ordine i Lararia (le cappelle votive dedicate ai ‘Lari’ che esistevano internamente in ogni casa), di spolverare e ripulire le effigi dei loro antenati, di ricomporre loro un certo habitat appariscente o accettabile, di abbellire la personale scelta coreografica con muschio e composizioni floreali, di offrire loro doni e cibo, ecc.

    In quella stessa occasione le famiglie romane – oltre a scambiarsi auguri e doni in forma di statuette (che secondo l’agiatezza della famiglia potevano essere – non solo di legno o di terracotta o di cera, ma addirittura – di bronzo, argento o oro) – regalavano aggiuntivamente, ai loro figli, dei pupazzetti e/o degli animaletti che erano stati precedentemente confezionati o modellati con pasta dolce o marzapane.

    Superfluo farlo notare: quel genere di ritualità, con qualche variazione sul tema, erano ugualmente ripetute:

    - il 23 Dicembre di ogni anno, in occasione delle Larentalia (feste in onore di Acca Larenzia e dei Lari);

    - tra il 2 ed il 5 Gennaio di ogni anno, in occasione delle Compitalia o Laralia (feste dedicate ai ‘Lari pubblici’ ed alle aediculae Larum o Larium). Qelle feste, se vogliamo, avvenivano in quasi coincidenza con le ritualità che – dopo l’avvento del Cristianesimo – ci siamo abituati a chiamare le ‘feste della Befana’.

    F. Che dire, in fine, delle ‘strenne’ e dei tradizionali regali di fine anno?

    In questo caso, non è difficile dimostrare la non cristianità di questo tipo di tradizione.

    Come tutti sanno, nella Roma antica, in concomitanza con le feste invernali che si svolgevano tra i Saturnalia (17-23 Dicembre), il Dies Natalis Solis Invicti (25 Dicembre) e le Calendes (primo giorno del mese di Gennaio), era uso e costume, tra amici e conoscenti, offrire reciprocamente degli oggetti scolpiti nel legno che era stato appositamente prelevato dai boschi sacri dedicati alla Dea Strenia. Da cui – inutile sottolinearlo – la parola ‘strenna’ che, come sappiamo, è semplicemente sinonimo di ‘regalo’.

    Rebus sic stantibus (stando così le cose…), finiamola, allora, di prenderci in giro con i cosiddetti Auguri di Natale, e facciamoci semplicemente quelli che qualunque Romano, nel suo tempo, avrebbe sicuramente e sinceramente indirizzato o rivolto ai suoi più cari amici e camerati: Simul dies festos laetissimos Nativitate Solis Invicti atque Novum Annum faustum, felicem fortunatumque!
    Alberto B. Mariantoni

  2. #82
    cattolico refrattario
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    Citazione Originariamente Scritto da Legio Visualizza Messaggio
    Bravo Longino,
    poche parole e tutte con cognizione di causa,
    aggiungerei che da mezzanotte si resta in silenzio per esaminare l'anno passato e fare propositi per l'anno venturo;
    è il momento di massima introspezione dove ci siamo solo noi con noi stessi e dove si schiudono le "porte degli dei" ..... ma queste cose non si leggono su libri o si discutono su un forum .......
    Buon anno camerati!

    e perchè no? scusa, per smontare il natale, tanti post....per andare "contro" il cristianesimo ci sono argomenti, mentre invece, ora che si tratta di "per" il paghanesimo o roba varia, nulla...una evasiva risposta "ma queste cose non si leggono su libri o si discutono su un forum ......." mi sa tanto che non sapete rispondere, ma spero di sbagliarmi...poi non ho capito...si esamina l'anno passato...ma basandosi su cosa? si vive come si vuole, poi basta andare a vedere l'alba che tutto è realizzato? possibile che su 365 gg solo siano importanti? e non sembra neanche impegnativo...carina questa religione...no precetti, obblighi, doveri...e ripeto, volevo davvero sapere qualcosa di serio, ma al momento attuale, tranne postare qualche foto o frase...nulla.
    per risorgere bisogna insorgere

  3. #83
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    Caro Adsum ti aspettavi forse il "decalogo del bravo pagano"?
    forse sei abituato a razionalizzare troppo il tuo mondo spirituale.
    Credi che qualcuno di noi possa trasmetterti con qualche riga scritta, in mezzo ad un bel pò di cazzate, cosa prova intimamente nel vegliare tutta una notte intorno ad un fuoco aspettando l'alba?
    pensi che per noi il sorgere del sole sia esclusivamente la fine di questa esperienza?
    Mbè se pensi così sei decisamente molto distante, ma forse non è neanche tutta colpa tua, allora invece di parlarti del guerriero che veglia nel buglio della notte in attesa della nuova luce la quale più che rappresentare un fatto cromatico rappresenta la natura divina che (pensa un pò) è anche dentro di te, invece di parlarti della veglia come archetipo della lotta tra Tradizione e sovversione, invece di parlarti di "rigenerazione" del sè, invece di parlarti di Kali Yuga, ti posso solo consigliare di andare qualche volta da solo in una montagna e sentire vibrare le tue corde più profonde, tutto il resto non lo troverai mai in testi o cose simili, semmai circondati di persone diverse da quelle che probabilmente frequenti, persone che non hanno bisogno di regole fisse e scritte per agire nel mondo.

  4. #84
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    Predefinito Trovare un cielo sulla terra

    Trovare un cielo sulla terra
    Al di là di dualismo e nichilismo: un approccio pagano.


    Conferenza pronunciata il 15 maggio 1997 in occasione del terzo colloquio del Gruppo d’Orval a Herbeumont dal direttore della rivista Antaios Chistopher Gerard.

    Per gentile concessione della rivista di studi politeisti Antaios fondata nel 1959 da Ernst Jünger e Mircea Eliade.
    Antaios 168 rue Washington bte 2, B 1050 Bruxelles, Belgique. E-mail: antaios_bru@hotmail.com
    Antaios è membro del Centro Mondiale delle Religioni Etniche (CMRE, Vilnius, www.wcer.org)

    Signore, Signori, rileggendo i miei appunti, ritrovo una citazione dell’etnologo Michel Leiris, tratta dal suo libro Le ruban au cou d’OIympia (1981), che mi sembra particolarmente adatta al mio intervento: «Trovare un cielo sulla terra». Leiris puntualizza: «L’uomo moderno (...) cerca di fondare la propria ricchezza su quanto il mondo gli dispensa fra alti e bassi. Superficialità, senza dubbio, e pertanto criticabile, ma quanto preferibile alla falsa profondità dell’apparente comprensione globale fornita da una credenza zoppicante».
    «Trovare un cielo sulla terra» esprime bene quello che ho voluto indicare nel titolo “ufficiale” forse un po’ scolastico di questa mia chiacchierata: «Al di là di dualismo e nichilismo, un approccio pagano».
    Giacché essere Pagano oggi è, a mio avviso, voler superare sia il dualismo delle religioni monoteiste rivelate - che chiamerò per comodità religioni abramiche (Giudaismo, Cristianesimo Islam) - sia il nichilismo, tipico di una modernità singolarmente distruttiva.
    Nel precisare «un approccio pagano», ho voluto insistere su un fatto - oggi io mi propongo di presentare soltanto un approccio al paganesimo, nella fattispecie il mio approccio, hic et nunc. Dunque non intendo in nessun modo rappresentare la totalità della corrente neo-pagana contemporanea. Del resto, sono profondamente convinto che esistano tanti approcci al paganesimo quanti sono i Pagani. E questo non è forse nella natura delle cose, dal momento che il tratto caratteristico dei differenti Paganesimi, vecchi o nuovi, europei o no, consiste precisamente in quest’esaltazione dell’infinita pluralità del reale?
    Ma vediamo che cos’è in realtà quello che viene chiamato Paganesimo.
    Il termine si può prestare a confusioni e malintesi, tanto più che esso è stato forgiato dai suoi avversari. Sono infatti i Cristiani che, nel corso del III e del IV secolo, hanno fatto della parola latina paganus (contadino) una sorta d’insulto.
    I Pagani erano allora presentati come degli zoticoni, degli antiquati che rifiutavano - sfrontati! - di convertirsi alla vera fede, quella del Cristo. Ancora ai nostri giorni, il termine “Pagano” è talvolta inteso come sinonimo di “barbaro”, di “rozzo”, e addirittura, presso certuni, di “ateo”. Ora, esso non è niente di tutto questo.
    Il Paganesimo che io difendo (per esempio nella mia rivista “Antaios”) è agli antipodi della discutibile esaltazione di chissà quale barbarie o quale culto della forza bruta. Lo scrittore ortodosso russo Vladimir Volkoff parla, in uno dei suoi romanzi, di «nietzscheismo da boy-scout vizioso», espressione che mi sembra assai calzante. Se i Pagani hanno sempre reso omaggi alle forze presenti nell’universo, non si tratta per noi Politeisti, né di un culto della violenza e tantomeno d’idolatria.
    Quanto alla presunta rozzezza dei Pagani, mi limiterò a ricordare che da millenni questi ultimi hanno sviluppato metafisiche estremamente raffinate (si pensi ai Presocratici greci alle Upanishad dell’India, alle scuole platoniche, pitagoriche o ermetiche...) e mitologie sontuose di cui l’antropologia strutturale di un Levi-Strauss e il comparatismo di un Dumézil hanno mostrato l’infinita ricchezza. Infine, l’ateismo — non dimentichiamolo — è pressoché sconosciuto nelle società tradizionali. Non parlo qui dell’ateismo di massa, che prolifera nelle nostre società postcristiane. Per questo rimando al libro di Marcel Gauchet sul Cristianesimo come agente del disincanto del mondo (1).
    Se dovessi definire (molto) rapidamente il Paganesimo in quanto coerente visione del mondo, direi che esso è fedeltà alla stirpe - considerata nel quadro di una memoria millenari (quella che ci “re-ligat” [ religio, religione, è appunto l’atto del religare, collegare - n.d.t.], che ci unisce ai nostri antenati lontani) - radicamento in un territorio (termine da prendere lato sensu) e apertura all’infinito. Potrei ugualmente parlare di partecipazione attiva al mondo, d’equilibrio ricercato fra microcosmo e macro cosmo.
    Il Paganesimo è la religione naturale, la religione della natura e dei suoi cicli, la più antica del mondo perché “nata” - ammesso e non concesso che il mondo sia mai nato - con lui. Lungi dall’essere una fissazione di qualche tipo un po’ bislacco o una nostalgia da letterati fermi a qualche mitica Età dell’Oro, oso affermare che il Paganesimo sta per diventare di nuovo la prima religione del mondo. Infatti, se si considerano gli Induisti, gli Scintoisti, i Taoisti, gli animisti e gli adepti - sempre più numerosi - dei culti precristiani d’Europa o delle Americhe (si pensi alla spettacolare rifioritura dello sciamanesimo nell’ex-URSS), dei culti preislamici (Zoroastriani delle regioni turcofone) e persino pregiudaici (penso in particolare ad un gruppo di Ebrei americani che desidera ritornare ai culti politeisti degli Ebrei), si rischia davvero di arrivare a un totale approssimativo di millecinquecento milioni di persone. Il che ne fa, o ne farà presto, il primo gruppo religioso del pianeta. Due potenze nucleari, l’India e la Cina, sono politeiste - una sotto orpelli modernisti, l’altra sotto orpelli marxisti. In piena Pechino si costruiscono templi taoisti, e l’Induismo è divenuto offensivo, dal momento che missioni indù s’installano ai quattro angoli del mondo.
    Per concludere questa breve illustrazione della reale importanza e del carattere non aneddotico del Paganesimo moderno, ricordiamo che il Paganesimo è religione ufficiale dell’Islanda dal 1973, che esso è in parte riconosciuto in Gran Bretagna (ospedali, prigioni eccetera) e negli Stati baltici. In Russia, correnti pagane si sviluppano a velocità vertiginosa, nel bene e nel male, visto e considerato il disastro sociale di questo Paese. Interessarsi al Paganesimo mi sembra dunque pertinente.
    Quello che più spesso si rimprovera ai Pagani, antichi e moderni, è il passatismo. E lo stesso rimprovero che veniva mosso dai marxisti a quei poveri pazzi che non consideravano Marx e Lenin come gli orizzonti insuperabili del pensiero. Questo rimprovero - di non essere «nel senso della storia - è del tutto insensato, dal momento che il Paganesimo non ha una visione lineare del tempo, un tempo visto come avanzata costante verso il Progresso (la Parusìa) a partire da un momento ben definito (la nascita del Cristo etc.). Questa concezione segmentata e lineare del tempo c’è estranea.
    Noi Pagani concepiamo il tempo come ciclico, proprio come i cicli cosmici (quello solare, per esempio, con equinozi e solstizi). In realtà il Paganesimo è una religione dell’anno, e dunque della verità. Il tempo dei Pagani è quello dell’Eterno Ritorno, simile alla grande Ruota che gira e gira senza posa.
    Noi non crediamo né alla creazione né alla fine del mondo. Per noi, non ci sarà apocalisse, ben sì innumerevoli fini di cicli, eternamente ricominciati. Una successione senza inizio né fine di nascite, crescite e declini, di crepuscoli seguiti da rinnovamenti, di cataclismi seguiti da rinascite, in seno a un Ordine (in greco: kosmos) intemporale, in cui uomini e Dei, mortali e Immortali, hanno il loro posto e la loro funzione.
    Il mito del Progresso non ci appartiene. Noi non crediamo al senso della storia (concetto totalitario, a mio avviso), alla “fine” del Paganesimo, alla “morte” degli Dei. Di conseguenza, il rimprovero di adorare divinità morte ci lascia indifferenti.
    I nostri Dei, le nostre Dee non sono morti, per la semplice ragione che non sono mai nati. Apollo e Dioniso, Cernunno ed Epona, Mithra e Perkunas sono eternamente presenti al nostro fianco. Citiamo Eraclito (framm. 30): «Il mondo di fronte a noi - il medesimo per tutti - non lo fece nessuno degli Dei né degli uomini, ma fu sempre, ed è, e sarà, fuoco sempre vivente, che divampa secondo misure e si estingue secondo misure». Questo breve frammento vecchio di venticinque secoli traduce le linee di fondo del pensiero pagano: eternità del mondo, ciclicità del tempo, comunità dei mortali e degli Immortali...
    Se il tempo è lineare, come vorrebbero le teologie giudeo-cristiana e razionalista, il Paganesimo è impensabile, perché “morto”, e scandaloso, perché si muove in direzione contraria al sacrosanto senso della storia.
    Ma se, come tutti noi avvertiamo, il tempo è ciclico, la prospettiva muta radicalmente. Il Paganesimo non è mai potuto morire: perché, a immagine e somiglianza delle innumerevoli divinità che popolano i suoi innumerevoli pantheon, esso non è mai nato. Se le sue forme antiche (liturgie, templi...) hanno ceduto il passo ad altre che pure vi si sono largamente ispirate, tuttavia restano gli archetipi, che sono essi stessi eterni. Un bell’esempio è quello del Cattolicesimo medioevale, rimasto molto pagano: è quello che personalmente chiamerei il Pagano-Cristianesimo (fuochi di san Giovanni, e tutta la mitologia cristiana) (2).
    Per meglio comprendere questa visione pagana del mondo, è indispensabile superare i blocchi mentali — i famosi “ostacoli epistemologici” di Bachelard - indotti dal modo di pensare giudeo cristiano. Marcel Détienne (uno dei maggiori ellenisti contemporanei), puntualizza nella sua illuminante prefazione al bel libro del professor W.F. Otto dedicato agli Dei della Grecia: «Dietro il falso sapere dell’intellettuale e dell’universitario, spunta il grande avversario (...): il cristianesimo, che fa da schermo fra gli Dei greci e noi, e che ci ha imposto in maniera insidiosa un certo modo di pensare la religione. Dapprima inoculandoci il virus dell’interiorità: in base al quale la religione è inseparabile da una relazione personale col Dio, che l’unico contatto possibile con la divinità deve avvenire attraverso un soggetto individuale - un Io che apprenderebbe il sacro grazie a una sorta di protesi dell’anima, l’anima inquieta e pavida delle civiltà malate. Altro male, non meno virulento: che il sentimento religioso nascerebbe da un bisogno di salvezza che va di pari passo con la trascendenza: che la finalità degli Dei consiste nel liberare gli uomini da questo mondo, nel farli salire accanto a sé, nello strapparli a una natura dalla quale sono essi stessi totalmente disgiunti. Con la sua angoscia di salvezza, Le sue gioie segrete di anima peccatrice, il cristianesimo è soprattutto un ostacolo epistemologico: una malattia, uno stato di languore al quale bisogna strapparsi e dal quale bisogna guarire se si vuole riscoprire la figura autentica degli Dei della Grecia» (3).
    La citazione è lunga, ma notevole come perfetto esempio di teologia negativa del Paganesimo. Marcel Detienne ha colto benissimo le differenze fondamentali tra Paganesimo e rivelazioni abramiche. Qualcuno potrebbe obiettare che, nell’Antichità, esisterono delle correnti, minoritarie ma privilegiate dalla ricerca moderna, come l’Orfismo o i Misteri, che conoscono questa ricerca di salvezza personale. Semplicemente, noi non ci abbeveriamo a questa fonte, alla quale preferiamo la religione civile arcaica(4).
    Un altro ellenista, Jean-Pierre Vernant, professore al Collegio di Francia, si è già posto la questione di sapere in quale modo noi potremmo vedere la Luna, Selene, con gli occhi di un Greco, cioè di un Pagano: «Ho potuto provarci in gioventù, durante il mio primo viaggio in Grecia. Navigavo di notte, d’isola in isola; sdraiato sul ponte guardavo, sopra di me, il cielo in cui brillava la luna, luminoso volto notturno, che diffondeva il suo riverbero chiaro, immobile o danzante, sulla cupa distesa del mare. Ero ammirato, affascinato da quel chiarore dolce e strano che bagnava le onde addormentate; ero commosso come davanti ad una presenza femminile, vicinissima e remota ad un tempo, familiare e tuttavia inaccessibile, il cui splendore fosse venuto a visitare l’oscurità della notte. Ecco Selene, mi dicevo, notturna, misteriosa e brillante — è Selene che io vedo» (5)
    Il professor Vernant ha ragione, in questa poetica rievocazione della sua gioventù, a parlare di “visione”. Il Paganesimo è soprattutto una conversione dello sguardo, quello che si rivolge su di un universo del quale noi siamo, insieme alle Dee e agli Dei, una parte integrante. Per meglio assimilare questa visione pagana, questo sguardo pagano, dobbiamo liberarci dal modello del “credente” delle religioni abramiche. Questo termine è realmente privo di senso per un Pagano: egli non crede, aderisce. Allo stesso modo, egli non si converte ad un’altra religione, che sarebbe l’unica vera (e che negherebbe ipso facto tutte le altre perché false, barbare o rozze). Semplicemente, il Pagano ridiviene quello che è sempre stato, perché l’anima è naturalmente pagana. Anima naturaliter pagana.
    Liberarsi, dicevo, dal modello del credente. Uno che crede di potersi assicurare la salvezza individuale ed eterna quaggiù e nell’aldilà, in seno ad una Chiesa che, di fronte agli “infedeli” e ad altri eretici, deterrebbe essa sola il monopolio del Vero e del Bene, e che sarebbe l’unica abilitata a conferire al credente i sacramenti che fanno di lui un “fedele” in opposizione agli infedeli”, gli altri.
    La nostra visione non è dualista, e noi respingiamo come prive di senso le opposizioni artificiali fra Dio creatore e creature, cielo e terra, anima e corpo, credenti e non credenti, ortodossi ed eretici etc. Il Paganesimo è olistico, non dualista, e il nostro cammino è soprattutto ricerca di legami più che di rotture. Ancora una volta, noi non neghiamo l’esistenza, nel Paganesimo antico, di correnti dualiste, alle quali però non facciamo riferimento.
    Gli Dei e le Dee del Paganesimo non sono né unici né onniscienti. Essi non hanno creato questo mondo, ma sono nati in esso e attraverso esso. A mano a mano che l’universo, ciclo dopo ciclo, si organizzava a partire da entità primordiali (Urano e Gaia, per esempio), essi sono scaturiti per generazioni successive. I nostri Dei non sono persone, con le quali stabilire relazioni personali, ma Potenze. Essi incarnano la pienezza dei valori positivi: bellezza, splendore, forza, giovinezza...
    Nel Paganesimo, esiste una comunità d’uomini e Dei, di mortali e Immortali. Nel Simposio Platone parla appunto di «comunanza reciproca d’uomini e Dei». Nel Gorgia, egli precisa: «i dotti affermano che il cielo e la terra, gli Dei e gli uomini sono legati insieme dall’amicizia, il rispetto dell'ordine, la moderazione e la giustizia, e per questa ragione essi chiamano mondo l’insieme delle cose e non disordine e sregolatezza». Molti secoli più tardi, Heidegger dirà: “La terra e il cielo, gli esseri divini e quelli mortali formano un tutto unico”.
    Gli Dei non sono dunque creatori del mondo ex nihilo: come creare qualcosa a partire dal nulla? Essi sono emanazioni del mondo, nel quale si manifestano. Questo concetto di manifestazione è fondamentale nella nostra religione naturale, e si oppone a quello di rivelazione, che per definizione è soprannaturale. Allo stesso modo, noi ignoriamo dogmi e profeti, papi e curati, ortodossi ed eretici, sette e guru.
    Il Pagano è nel mondo, che si sforza, in tutta umiltà, di decifrare per meglio cogliere le innumerevoli manifestazioni del divino. E’ Schiller, mi pare ne “Gli Dei della Grecia”, che diceva: «agli sguardi iniziati, ogni cosa indica la traccia di un. Dio» - ancora questa idea dello sguardo!
    Il Paganesimo non lascia mai che l’uomo si ripieghi su se stesso, sotto il peso del peccato originale. Al contrario, essere pagano consiste precisamente nell’aprirsi all’esperienza del mondo. Vorrei soffermarmi per un momento sull’importanza dello sguardo, che i Greci chiamavano theorìa, osservazione delle manifestazioni del divino. Essa ci riporta all’antica concezione dell’èn tò pàn, che si ritrova sia presso i Presocratici che nelle Upanishad: la dottrina non dualista dell’unità. In questa visione, il mondo non è visto come intimamente malvagio (“Il quaggiù”, termine quasi peggiorativo in francese), incline al peccato, valle di lacrime da attraversare in tutta fretta prima di potere accedere ad un qualche ipotetico “retromondo”. Non bisogna fuggire il mondo, ma affrontarlo, senza Illusioni né speranze di salvezza.
    C’è dunque una reale accettazione del mondo, con tutte le sue infinite imperfezioni, ma considerato pur sempre come manifestazione del genio divino. La sua contemplazione attiva non può che rafforzare il nostro sentimento d’identità col grande Tutto. Queste concezioni intimamente pagane sono sopravvissute in seno alla cristianità europea. Le si ritrova, soffocate, in Scoto Eriugena, Meister Eckhart, Nicola Cusano... Il dogma cristiano del Dio creatore esterno al mondo, sua creazione, è sempre stato contestato. E la famosa tentazione panteista, tanto vilipesa dai teologi ufficiali, gelosi custodi del Vero.
    Già Cicerone, nel De divinatione, precisa: «tutto è pieno di spirito divino e di senso eterno, di conseguenza le anime degli uomini sono mosse dalla loro comunità d’essenza con le anime degli Dei». Ricordate la citazione di Platone, poco più sopra? Ippocrate diceva, secoli prima di Cicerone: «pànta thèia kàt anthròpina» [ le cose sono divine e umane al tempo stesso — N.d.T.]. C’è del divino nel mondano e del mondano nel divino...
    Ho citato prima W.F. Otto, professore all’Università di Tubinga, oppositore del nazionalsocialismo e seguace di Zeus Olimpio. Nel suo notevole saggio sugli Dei della Grecia, dice: «Non è a partire da un aldilà che la divinità opera nel foro interiore dell’uomo, o nella sua anima, misteriosamente unita ad essa. Essa è tutt’uno col mondo. Essa si para dinanzi all’uomo a partire dalle cose del mondo, quando egli è in cammino e partecipa al fermento vitale del mondo. L’uomo fa l’esperienza del divino non attraverso un ripiegamento su di sé, bensì attraverso un movimento verso l’esterno».
    Il Paganesimo ignora dogmi e catechismi. Nessun libro sacro ci prescrive in modo autoritario quello che dovremmo “credere”. La nostra libertà di pensiero resta intatta. Soltanto, il nostro compito consiste nell’onorare Dei e Dee per mezzo di riti, giacché il Paganesimo è una religione d’opere più che di fede. Si tratta, è vero, di una religione vissuta nei gesti: il saluto al Sole e alla Luna, i solstizi e gli equinozi, l’offerta di un grano d’incenso o di qualche fiore...
    Gli Dei non sono persone preoccupate della nostra sorte, bensì Potenze, mai particolari in sé- si tratta sempre dell’Essere del mondo tutto intero, nella manifestazione che gli è propria. Noi Pagani non ci attendiamo alcun soccorso, alcuna salvezza dai nostri Dei. La loro sola esistenza, la sola presenza di queste entità inaccessibili e tuttavia familiari basta a riempirci di gioia, a consolarci dei soprusi dell’esistenza. Se noi non ci aspettiamo nulla dai nostri Dei, anch’essi dal canto loro sono indifferenti alla nostra sorte, ed è giusto così. La morale della retribuzione ci è dunque estranea. Venticinque secoli fa - ieri - Euripide ha espresso perfettamente questo modo di sentire nella sua tragedia Ippolito. Ecco il dialogo che si svolge fra Artemide e il protagonista al momento della sua morte:
    « - Artemide: Addio, non mi è permesso di vedere i morti, né di lasciare che il mio sguardo sta offuscato dall’ultimo respiro di un moribondo. E già ti vedo vicino a questo passo doloroso.
    - Ippolito - Vai pure. E addio dunque, te felice! Possa tu rompere senza soffrire una lunga amicizia».Superbo esempio di superiorità e di distanza, agli antipodi d’ogni sentimentalismo. E qui, indubbiamente, il grande merito di questa filosofia, di questo atteggiamento: mai esitare a dire le cose come stanno, senza abbellirle né lamentarsi, senza lusingarsi, senza nascondere nulla e senza cercare la minima illusione consolatrice.
    Ed eccoci ad un elemento centrale nella concezione pagana del mondo: il Senso del Tragico. Gli Dei non sono onnipotenti, per quanto siano simboli di pienezza. Essi non possono tutto, perché la loro potenza è limitata dal Destino - Virgilio lo chiamava «inexorabile Fatum». Esiste dunque un limite impossibile da superare. Presso i Greci sono le Moire, presso i Romani le Parche, presso gli Scandinavi, le Nome - che filano il destino proprio a ciascuno (6). Queste potenze impersonali e inflessibili sono l’Ordine inviolabile del mondo. Esse sono al di sopra degli Dei, come ricorda Omero: «nemmeno gli Dei, dice Atena, possono allontanare la morte dall’uomo che prediligono quando la fatale Moira colpisce».
    Il senso del Tragico consiste appunto nell’accettazione del Destino: amor Fati. Esso è, del pari, coscienza acuta dei propri limiti e lucido rifiuto di ogni consolazione, considerata cosa indegna di un uomo libero. Un bell’esempio di personaggio tragico è presentato da Jacqueline de Romily nel suo ultimo libro dedicato all’eroe omerico Ettore (7).
    Gli Dei del Politeismo contemporaneo non concedono alcuna ricompensa. E la nostra etica dell’onore che ci comanda di trasmettere un nome senza macchia, di essere fedeli alla parola data e di rispettare i contratti. Il Mithra degli Indo-Iraniani è proprio il Dio amico, quello del contratto.
    Il Paganesimo è una religione non del peccato, ma dell’errore. L’errore supremo è quello che i Greci, nostri maestri, chiamavano hybris: la mancanza di moderazione, dettata dall’orgoglio, che spinge l’uomo accecato a scagliarsi contro l’ordine cosmico. Il più terribile esempio di hybris contemporanea è dato dai totalitarismi moderni, i quali, a furia di voler «cambiare l’uomo» in realtà lo avviliscono.
    Il Paganesimo non postula alcun riscatto. Si tratta, è vero, di una religiosità di questo mondo, una religiosità dell’immanenza: il mondo è sacralizzato. La cosa sembrerà strana per quanti continuano a credere che la sola vera religione sia quella dell’aldilà. Ma essere Pagano oggi vuol dire anche liberarsi da questo genere di cascami. Il Paganesimo non è una religione del terrore, del disprezzo di sé, bensì della piena salute, fisica e psichica: mens sana in corpore sano, diceva Giovenale ( Satire, X, 356). Inoltre il Paganesimo si caratterizza, idealmente parlando, per il suo gusto dell’equilibrio. Sono ancora una volta i Greci a tracciare per noi la via da seguire, col concetto delfico di Méden Agan, (nulla di troppo), illustrato dall’eccezionale senso delle proporzioni dell’arte ellenica.
    Il Paganesimo non è una religione di salvezza (anche se certi culti misterici che assicurano la salvezza agli adepti vi trovano un posto): si tratta invece di una religione terrena, mirante ad assicurare la pienezza ottimale in questo mondo, hic et nunc. Vi si cercherà invano la minima ossessione dell’aldilà. La morte non vi è considerata come elemento centrale (col corollario di un moralismo soffocante, e l’ipocrisia che ne scaturisce). La morte è una tappa nel processo eterno di trasmissione: come diceva Nietzsche — il filosofo col martello — «la Ruota gira» e la danza degli elementi continua, senza inizio né fine. Alla domanda angosciosa «che c’è dopo la morte?», noi aggiungeremo l’altra — «e prima della nascita?». Per noi, i cicli sono cominciati ben prima della nostra nascita e continueranno ancora per molto dopo la nostra scomparsa, a maggior gloria degli Dei. Taliesin, poeta gallese del Medio Evo, ha ben illustrato quest’intuizione (8):

    « Sono stato rivestito di un’altra forma.
    Sono stato salmone azzurro.
    Sono stato cane. Sono stato cervo.
    Sono stato daino sulla montagna.
    Sono stato palo. Sono stato vanga.
    Sono stato scure salda in mano.

    Sono stato gallo variopinto
    Signore di galline schiamazzanti.
    Sono stato stallone nella scuderia.
    Sono stato toro nella fattoria.
    Sono stato setaccio del mugnaio
    Aia del coltivatore.
    Sono stato seme nel solco.
    Sono cresciuto sulla collina.
    Chi mi aveva seminato mi ha raccolto ».

    Questo bel testo è più che sufficiente per concludere questa rapida presentazione del Paganesimo, che, lo ricordo, è soltanto un approccio pagano. Ho voluto citare qui tutta una serie di testi - da Eraclito a Vernant, da Cicerone a Romilly, non per pedanteria ma per meglio mostrare che io sono soltanto una maglia di una catena plurimillenaria. In realtà, io mi considero «parlato» da queste testimonianze di una fede secolare, angariata, perseguitata, soffocata - ma sempre rinascente e indomita.
    Per concludere, affido alla vostra meditazione il seguente testo, dovuto alla penna di Friedrich Hielscher, amico dei fratelli Jünger, oppositore del nazionalsocialismo e fondatore di un gruppo neo-pagano. Nelle sue memorie, egli cita queste parole di un suo amico, il pensatore ebreo Martin Buber: «Sapete, - disse Buber chinandosi verso di me - sapete, signor Hielscher esistono soltanto due possibilità: o Dio è il Creatore che ha creato tutto a partire dal nulla, il Tutto Altro, Colui che sta di fronte al mondo, come diciamo noi Ebrei e le nostre Sacre Scritture, oppure egli è al tempo stesso il Tutto e l’Uno, e il mondo si trova in lui, come diceva Goethe e come dite voi stessi oggi. Nel primo caso, io non posso innalzarmi fino a Lui, perché la creatura che io sono non potrebbe mai superare la distanza che ci separa; nel secondo caso, io non ho alcun bisogno di elevarmi fino a Lui, dal momento che io sono in ogni modo in Lui. E allora, perché tutte queste polemiche?»(9).





    Note

    1 M. Gauchet, Le Désenchantement du monde, Gallimard, Paris 1985
    2 P. Walter, Mythologie chrétienne, Entente, Paris 1992
    3 W. F. Otto, Le Dieux de la Grèce, Payot, Paris 1981
    4 J. P. Vernant, Mythe et religion en Grèce ancienne, Seuil, Paris 1990
    5 R. Boyer, Yggdrasill. La religion des anciens Scandinaves, Payot, Paris 1992
    6 J. P. Vernant, (a cura di), L’Homme grec, Seuil, Paris 1993
    7 J. De Romilly, Hector, Ed, de Fallois, Paris 1996
    8 Cit. in: J. Sterckx, Le Dieux protéens des Celtes et des Indo-Européens, S.B.E.C., Bruxelles 1994
    9 F. Hielscher, cit. in: “Nuovelle Ecole” n. 48, spécial Ernst Jünger, Paris 1996 E-mail: nuovelle-ecole@labyrinthe.fr



    Traduzione di Alessandra Colla e Manuela Badariotti

    Pubblicato sul n. 156, settembre 1997 della rivista Orion
    Società Editrice Barbarossa, Casella Postale 136, 20095 Cusano Milanino (MI)
    Tel. 02 66400383 Fax 02 66400423
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