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Discussione: Battaglia dei capi

  1. #1
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    Predefinito Battaglia dei capi

    Siamo di nuovo in piena battaglia dei capi, nel centrosinistra.
    Si procede ancora sotto relativa copertura, ma gli spari ormai si sentono. Nel 1998, quando a Prodi fu dato il benservito e D’Alema tentò il famoso “governo dei partiti” con Cossiga e Marini, per liquidare ulivismo veltronismo e prodismo, il detonatore fu Bertinotti con le sue 35 ore.
    Poi il fallimento della formula dalemiana e la lunga discesa verso la sconfitta del 2001. Stavolta Bertinotti (e nel suo piccolo ma non tanto anche Di Pietro) è stato il miglior alleato di Prodi e del povero Padoa-Schioppa, banchiere centrale costretto nel ruolo di redistributore pauperista del reddito in accoppiata con Visco. Ma non basta la bipolarizzazione a sinistra, con un’area antagonista custodita per così dire nell’ovatta della presidenza della Camera. E la palla della situazione critica passa nel campo dei veri capibastone, se possiamo permetterci, con sullo sfondo la faccenda sempre più inciprignita del Partito democratico. Quando sentiamo parlare polemicamente di fase due, di accelerazione, di rapporto compromesso con il paese, di fischi e di fiaschi (perfino la privatizzazione di Alitalia rischia di fare la fine di Autostrade-Abertis, un nulla di fatto).
    Quando assistiamo alla conta dura e subdola nei due partiti da cui dovrebbe nascere il Partito democratico, con i prodiani che giocano da fuori al plebiscitarismo democratico dei gazebi e delle primarie, e i leader degli apparati che se la cantano e se la suonano accusandosi di scioglimento dei rispettivi partiti (vittime predestinate di questo caos, per il momento, i Fassino e i Rutelli).
    Quando vediamo Veltroni che si obamizza e barackizza sempre più velocemente, proponendo sogni e assemblee costituenti. Quando vediamo quel che si muove tra Confindustria e poteri finanziari, banche e grandi conglomerate, famiglie e famigliole del capitalismo, grandi giornali e gruppi editoriali, tutti a cercare la sponda politica giusta o ad offrirla.
    Quando sentiamo il rumore dei fischi, il frusciare delle stroncature cartacee dei giornali della city, e il mormorio dei sondaggi neri per il governo propalati a palate da Repubblica.
    Quando vediamo tutto questo capiamo che il motore del centrosinistra postcomunista e postdemocristiano, quella ambiziosa costruzione di Andreatta che ha radici in Dossetti ed è arrivata a Prodi (di cui parla in modo smagliante Baget Bozzo nel nostro giornale di oggi), è ingrippato, non carbura, non funziona.
    Prodi non sa e non vuole, né potrebbe, gestire un accordo in cui ci sia posto per tutto quel bendiddio, dalla socialdemocrazia europea all’italiana costruita sulla morte di Craxi e gestita dagli eredi del Pci al solidarismo costituzionale e gestore sapiente del potere che è nelle corde della sinistra democristiana erede della Dc.
    C’è qualcosa di profondo, di radicale, che non gli consente di dare a ciascuno il suo, da D’Alema a Marini, che sarebbero con lui un triumvirato, ma debole, fino a Rutelli e Fassino e alle altre componenti di una coalizione spaccata su tutto, compresa l’etica laica e la vocazione culturale della politica.
    Prodi è troppo debole per essere il baricentro che ci vorrebbe, perché non ha voti né un partito con sé, ed è troppo forte, perché non si fida e accumula potere contro gli alleati attraverso operazioni da direttore generale dell’Iri o da banchiere cattolico o da difensore civico.
    Prodi può governare un rapporto con Bertinotti e Di Pietro, a proprio esclusivo vantaggio, o il sogno di un gazebo democratico, ma non i reali rapporti di forza nella coalizione di cui è a capo come premier.
    L’antiberlusconismo, eccezionale collante elettorale, diventa un flop, un tessuto logoro quando si passa alla politica vera, al governo del paese.
    Può essere che i capi trovino un caminetto al cui fuoco stipulare una tregua di Natale, ma l’accordo strategico per un centrosinistra del domani, del futuro, sembra già svanito. Per questo il governo perde consenso, i partiti sono in subbuglio, i capi litigano.
    E non si può escludere una ripetizione del 1998 o anche qualcosa di più.

    Ferrara su il Foglio del 15 dicembre

    saluti

  2. #2
    Repubblica
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    Predefinito

    Ma quindi per Ferrare la Finanziaria redistribuisce a più poveri a bastona tutti... Sembra che a destra ci sia molta confusione... delle due l'una...

  3. #3
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    Predefinito

    Gli unici che ci guadagnano da questa Finanziaria sono i parassiti statali. Padoa Schioppa e il suo esercito di azzeccagarbugli si sono impegnati a far sputare tutto il sangue possibile alla gente, per oterlo poi.. "gestire" come meglio gli pare. Peccato che, lo capiamo tutti, più soldi gestisce il Moloch statale, più alto è lo spreco, e più si assottiglia la fondamentale libertà per ognuno di fare con i propri soldi quel cavolo che gli pare.

    Il punto è proprio questo: i bananas sinistri hanno PAURA che i cittadini possano decidere da soli cosa fare. Loro vogliono tutto, vogliono il controllo totale, vogliono il potere totale di fare e disfare con i soldi pubblici, secondo il loro malato punto di vista progressista.

    Guardate solo a che spropositata mole di risorse pubbliche sta finendo nei vari "fondi" statali...

 

 

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