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Discussione: Il basso commissario

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    Predefinito Il basso commissario

    L’Alto Commissario per la Prevenzione e il Contrasto della Corruzione e delle Altre Forme di Illeciti nella Pubblica Amministrazione, al secolo Gianfranco Tatozzi, magistrato, si è dimesso rumorosamente dopo due anni perché - spiega - «da qualche mese ho cominciato a percepire un certo stato di isolamento professionale. Ho chiesto un colloquio al presidente del Consiglio, dal quale dipendo, ma non mi è stato concesso, e intanto sono state “esternate” una serie di iniziative in contrasto con la mia attività», tra cui lo sciagurato colpo di spugna infilato in finanziaria. Tatozzi denuncia pure la «scarsa sensibilità» delle istituzioni «verso un tema importante come la corruzione».

    Ora, per carità, del comma salvaladri abbiamo già detto (e pensato) il peggio possibile. Così come dell’allarmante continuità fra vecchio e nuovo governo in tema di legalità (le leggi vergogna sono tutte al loro posto e per il ministro Santagata non è il caso di «perdere tempo» a cancellarle, con tanti saluti agli elettori che si eran bevuti le promesse elettorali). Ma è curioso che Tatozzi abbia scoperto l’insensibilità dei politici sulla corruzione solo «da qualche mese». Cioè da quando Prodi ha sostituito Berlusconi. Prima invece, ai bei tempi di Previti e Dell’Utri, coglieva una ferrea volontà di combattere le tangenti. Oggi non più.

    I meccanismi della percezione umana, si sa, sono insondabili. Ma per comprendere meglio quelli dell’ Alto Commissario converrà riepilogare il suo curriculum. Nato all’Aquila 66 anni fa, iscritto alla corrente centrista di Unicost, a metà anni 80 Tatozzi diventa membro del Csm. Lì si segnala per un pubblico elogio di Giovanni Falcone («dovrebbero farlo senatore a vita»).

    Però quando si tratta di nominarlo capo dell’ufficio istruzione di Palermo, gli vota contro, spiegando che «un’eventuale scelta a favore di Falcone può essere interpretata come dichiarazione di emergenza degli uffici giudiziari di Palermo, decretata da un organo (il Csm, ndr) che, politicamente irresponsabile, si arrogherebbe il potere di sospendere l’applicazione delle regole legali».

    Nel ’94 diventa capogabinetto al ministero della Giustizia del primo governo Berlusconi, che vanta due Guardasigilli: uno ufficiale, Alfredo Biondi, uno ufficioso, Cesare Previti. Già allora è molto sensibile al tema della corruzione. Ma è anche sbadato: quando Biondi vara il decreto salvaladri che scarcera centinaia di corrotti e corruttori, non fa una piega. Nell’ottobre ’94 Biondi & C. sguinzagliano gli ispettori contro i pool di Milano di Palermo, rei di indagare sulla corruzione e sulla mafia. Lui sempre zitto. Sotto il suo naso passano i dossier dell’assicuratore Gorrini contro Di Pietro, inviati in via Arenula grazie ai buoni uffici di Previti e di Paolo Berlusconi per attivare l’ispezione segreta che porterà il pm alle dimissioni. E Tatozzi? Neanche un plissè.

    Nel ’95 è capo di gabinetto del ministro Mancuso, altro specialista nella persecuzione del pool di Milano. Ma Tatozzi non dice una parola. Il silenzio, in certi casi, è d’oro. Nel ’96 per combattere meglio la corruzione, viene candidato in Abruzzo dal Polo guidato da Berlusconi, imputato di corruzione giudiziaria. Ma viene trombato e va in Cassazione. Negli anni della guerra alle «toghe rosse», qualcuno potrebbe parlare di «toga azzurra», ma non si usa.

    Nel 2001 il gran rientro al ministero, al seguito del secondo governo Berlusconi: prima capodipartimento Affari di Giustizia col cosiddetto ministro Castelli, nel 2004 alto commissario anticorruzione nominato dall’unico premier del mondo imputato di corruzione. Vengono in mente le battute su Dracula presidente dell’Avis o sul mostro di Firenze primario di ginecologia.

    Alcuni insinuano che Tatozzi fosse il candidato di Previti: lui lascia dire. Poi, a scanso di equivoci, fa sapere che a lui i politici corrotti, piuttosto numerosi nella maggioranza che l’ha scelto, non interessano: «Se il politico fa una legge e prende soldi, non mi riguarda. Mi interessa il commesso che intasca la mazzetta». Intanto il governo vara una legge salvaladri dopo l’altra: rogatorie, falso in bilancio, Cirami, Cirielli, Pecorella.

    Lui niente: mai una parola. La ritrova quando arriva l’Unione. Si stava meglio quando si stava Previti.

    Marco Travaglio, [Uliwood Party - L'Unità - 21/12/2006]

  2. #2
    Repubblica
    Ospite

    Predefinito

    Beh, era chiaro che era tutta una sceneggiata...

 

 

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