Gli articoli più recenti sono informatizzati, a breve li posterò.


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Città fuori le mura/179
Avamposto piazzale Clodio, trappola a forma di garage
Un quartiere, uno scrittore: Aurelio Picca al confine tra Prati e Balduina
di Aurelio Picca
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A piazzale Clodio vedo che i platani tirano fuori tutto l' orgoglio che hanno per non essere tranciati dalle auto che, inarrestabili, sembrano fuggire o precipitare verso la Cassia, la Flaminia, la Salaria, le Autostrade. Questi alberi sono orgogliosi e testardi. Sono concentrati. Sono una barriera di tronchi e foglie che però non argina un bel niente. Sono ciclopi immobili nel bel mezzo di ogni immaginabile operazione di accerchiamento, sbarco e imbarco di fanteria e cavalleria corazzata. Ma sono belli e fanno tenerezza.
Piazzale Clodio è la Frontiera, o una trappola a forma di garage. O è solo un garage. O è un parcheggio e un ingorgo. Oppure è soltanto un ingorgo. In realtà è l' ultimo avamposto di Prati che ha scantonato da piazza Risorgimento e lungo le Mura Vaticane e si è allungato per via della Giuliana. Eppure è sempre nella "trappola" di Prati, se pensate che i palazzi più borghesi già si riaffacciano verso piazza Mazzini mentre, sul lato opposto, la circonvallazione Clodia punta sull' "eroico" piazzale degli Eroi, base di lancio per la Balduina ai tempi dominati dai Carrera 911. Comunque, dopo l' ora del pranzo, il posto è un rompicapo fatto di niente: stai lì in mezzo e non sai spostarti di un passo. Non ce la fai a percorrere un centimetro. Non poggi i piedi su una calamita. Calchi il nulla. Ti trasformi in nulla anche se poi spunta la collinetta di Monte Mario con il suo Osservatorio che sembra una papessa con ai piedi l'antenna ormai da modernariato della Rai di Via Teulada.
E per fortuna che ho una specie di guida lucida e non impressionabile in Carlo Ercoli, altrimenti sarei stato risucchiato dal vuoto o dalla trappola, o dalle stesse parole del tassinaro con i polsi da lupo mannaro e la capigliatura da oste col brillocco al dito: «Questa qui, a piazzale Clodio, è l' ora delle brocche vecchie!». Proprio così flescia il tassista. E ha ragione sputata. Finalmente con Carlo trovo un posto per riprendere fiato. «Come si chiama questo bar?» «Fantasie...» mi risponde la guida. Certo qui intorno non mancano etti di cicche da tabacchiera all'aria aperta e, comunque, il barista è velocissimo a ripulirmi la sedia scacarazzata dai piccioni mentre proprio di fronte al nostro tavolo noto una donna identica a Crudelia della vecchia Famiglia Adams rigorosamente in bianco e nero. Ma il bello è che in pochi secondi entro in un vortice di dialoghi e volti scoperchiati di mente. Una coppia italorussa, ad esempio, sta semplicemente delirando.
Fa lui: «Io devo parlare? Certo che ho l'intelligenza per parlare! Io ho chiesto di chiamare la polizia. Polizia subito!». Fa lei: «Ma quale secolo vivere voi! Carabinieri, polizia? Oggi chiamo mio padre!». Riprende lui: «Cosa c' è che non va nel partito? Dimmelo, che lo dimentico sempre... ». Fa di nuovo lei: «Tu idiota. Ma perché sei così?». Lui: «Ti amo, amore. Lo vedi che questo appartamento costa un milione e trecentomila euro? Ma lo sai che al partito qualche cosa mi sa che non funziona?».
Oltre a questi due che le sparano di tutti i colori e a tutte le latitudini, alle spalle mi sento controllato da una pattuglia di avvocati vestiti come gli immobiliaristi in erba della Tecnocasa o pressappoco. Mentre, appiccicati a loro, c'è una coppia formata da un barbuto che sorseggia una birra e una donna che si è sfilata le scarpe e ha allungato le gambe e i piedi sulla sediolina di alluminio. Ma per fortuna che, dall'unica edicola della piazza, si affaccia Bianca (come verrò a sapere quando me ne vado dal bar). La giornalaia mi racconta il via vai con la gentilezza di ragazza di altri tempi che pare, invece di vendere giornali e riviste ad avvocati, uscieri e pubblici ministeri, se ne stia sul balcone intenta a rammendare all' uncinetto. Però, prima che la saluto, il marciapiede unto a mo' di sputacchiera è attraversato da un altro ragazzetto che se ne va in giro con il cranio scoperchiato: «Ho visto ch'era da Roma. No, no, no, nu n'era da Roma. E' Paolino, macché Paoletto! Macché Di Canio. Io so da Roma! E' Paolino, no Paoletto. E' Paolino Cannavaro!». Poi, dopo essersela raccontata e riraccontata da solo, il giovinottello pelato prende e sparisce direzione Raccordo.


città fuori le mura/180
Il volto nascosto della Pisana, un cuore antico da anni '50
Un quartiere, uno scrittore: Rosella Postorino a Roma sud
di Rosella Postorino
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A via della Pisana entriamo dall'incrocio con via di Bravetta. Come siamo riusciti ad arrivarci, non lo sappiamo. è un'ora che giriamo in macchina e abbiamo chiesto diverse volte indicazioni. L'ultima ce l'ha data un ragazzino al semaforo che voleva a tutti i costi lavarci il parabrezza. E' stato così gentile che, una volta ripartiti, ho continuato a guardarlo sorridendogli finché non l' abbiamo perso di vista. Lui mi ha fatto ciao con la mano. E' una via lunghissima, che parte piena di bar, negozi, edicole, ristoranti, fiorai, pescherie, e diventa man mano sempre più spoglia, fino a immettersi completamente nella campagna romana.
Ai due lati di questa strada sembrano convivere due realtà opposte, come se appartenessero a epoche diverse. Sul lato destro, venendo da via Bravetta, trovi il centro commerciale Saving -"Shopping estremo", sopra cui si staglia, bianca su sfondo rosso, l' insegna IRCS S. Raffaele - La Sapienza: probabilmente una sezione di aule universitarie, che dall'esterno mostrano finestre specchiate come un Grand Hotel e dall' interno seriali porte numerate, come quelle di tante cabine su una spiaggia. Sul lato sinistro trovi invece un negozio di alimentari con le serrande per metà abbassate e le tende a cordicelle di plastica, che ricordano i bar di periferia nei film anni Cinquanta. Sembra il supertiste di un piccolo mondo antico sul cui futuro non sapresti scommettere. Da un lato Beauty Point, Emporio Arredo, Banca dell'Agricoltura, Gs, un magazzino di elettrodomestici, un ottico, un negozio di calzature convivono dentro una struttura unica, grande e chiassosa; dall'altro, la porticina aperta di una merceria rivela un ammasso di oggetti disparati stipati l'uno contro l'altro, dentro uno spazio poco generoso. Da un lato il commercio, la città. Dall'altro le case, il "paese".
Dalla strada partono lunghe, strette e faticose scalinate di pietra con gradoni macchiati di muschio. Percorrendole si passa accanto alle abitazioni: cancelli, cortili pavimentati, stendini, tricicli, e poi, salendo ancora, tetti rossi. E' come entrare senza permesso dentro una vita, indovinarne le abitudini a partire dalle sedie di plastica sul cortile, dalle automobili parcheggiate oltre il cancello, dall'odore di soffritto che si insinua prepotente nelle narici, come quando camminavo per gli angusti carrugi liguri e immaginavo mani sapienti che sfornavano cipolle ripiene. Alla fine della scalinata si aprono vie interne senza marciapiedi, coi nomi di famiglie nobiliari: via dei Bandinetti, via dei Facchinetti, via dei Malaspina, via degli Antamoro. Ci sono palme, mimose e alberi di limoni, che quasi tutti hanno piantato nell'orticello o nell'aiuola davanti casa, solitamente una costruzione a pianterreno o a un piano, al cui ingresso si accede da una manciata di gradini - come nella vecchia casa di mia nonna.
Lungo via della Pisana esistono altre due sezioni del S. Raffaele: un centro di riabilitazione e un centro specializzatto in Tac e Risonanze magnetiche. La Parrocchia di S. Maria della Perseveranza - Missionari Servi dei Poveri non è distante da lì. Dall'ingresso principale è impossibile accedere. Salgo fin su dall' entrata laterale. Entro in chiesa: stanno dicendo messa, così faccio in tempo a dare uno sguardo ai pannelli di foto appesi alle pareti, che ritraggono volti e paesaggi del Congo, della Colombia e del Madagascar, prima di approssimare un segno della Croce e uscire. Fuori, le altalene sono occupate da due ragazzini mulatti. Dietro l'edificio dei locali parrocchiali, oltre l' ammasso di macerie, tavole, pezzi di sanitari e bombole, una viuzza conduce a un campo da calcio di cemento: i portieri difendono porte senza reti e le mamme assistono alle partite sedute su un muretto. Il campo è delimitato da un muro su cui trionfa la scritta a spray rosa: "Amici in Cristo". La parrocchia è molto attiva: su una bacheca fitta di celebrazioni, un' imprevista rassegna stampa certifica l'impegno nei confronti degli anziani, e una locandina pubblicizza una serie di corsi per stranieri di elettrauto, elettricista, termoidraulico e riparatore di computer, oltre che di italiano, organizzati dall'Associazione Latinamericana.


Caittà fuori le mura/181
Le anime di Cortina d'Ampezzo: tunnel, attici e nuove ruspe
Un quartiere, uno scrittore Andrea Carraro a Roma nord
di Andrea Carraro
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Viale Cortina d'Ampezzo è tradizionalmente una zona di ricchi e ricchissimi. Per questo stupisce sentire dei suoi abitanti lamentarsi. Si lamentano i proprietari per la retta consortile del Comprensorio dell'Acqua Traversa da pagare in aggiunta all'Ici, poi della mancanza di verde pubblico che sembra paradossale in una zona dominata dal verde degli appezzamenti privati, si lamentano della scarsità dei servizi. La via s'inerpica sulla sinistra della Cassia, attraversata a spina da viali alberati fra case di lusso nel verde delle querce, degli olmi, dei pini marittimi.
Proprio all'inizio della via ci abita l'editore Fazi in un attico superbo dove si tengono rinomate feste d'ambiente artistico e letterario. Me ne sono fatte un paio. Una l'ho persa cercando invano la casa dell'editore. In un'altra ho stretto la mano a Gore Vidal, mica robetta! Ma non è delle feste di Fazi che voglio parlare, ma del quartiere Cortina d'Ampezzo che, nonostante la sua ricchezza non ostentata ma apprezzabile, il suo esclusivo silenzio residenziale, i suoi magnifici alberi ad alto fusto, è un quartiere che ha i suoi problemi.
«Guardi se vede un nonno e un bambino che passeggiano, le sembrerà folle, ma questo è un quartiere dormitorio» mi dice il presidente del comitato di quartiere Cortina verde Alessandro Tappa, scarrozzandomi nella sua grossa motocicletta Bmw. Parlarsi in moto con il casco indossato non è facile ma ci arrangiamo, io gli tengo il registratore portatile sotto il naso conservando l'equilibrio con difficoltà, lui quasi urla per soverchiare il rumore del motore e del traffico. «In effetti qui si vive in macchina o in moto, non puoi scendere per fare due passi».
Penso fra me che è la stessa descrizione che mi hanno fatto i poveri cristi delle Vele di Scampia e bisogna ammettere che c' è una certa differenza. Lì davvero ti trovi i tossici per le scale che si bucano. E' tutto relativo, il linguaggio spesso fa strani scherzi. Raggiungiamo l'unico centro commerciale che c'è in questo quartiere. Si chiama Parrina, ospita una fila di negozi eleganti e lo storico bar Cortina. Lasciamo fiduciosamente i caschi incustoditi sul sellino e ci andiamo a prendere un caffè. «Io tendo a fidarmi», mi fa il giovane e gagliardo presidente, che dovrebbe avere circa la mia età ma se li porta assai meglio.
Il Tappa fa un mestiere, immagino, bellissimo: l'allenatore di una squadra di pentathlon moderno. «Di notte qui è davvero pericoloso, viale Cortina d'Ampezzo è una via ad alto scorrimento dove si va a un' andatura sostenuta: un tempo, prima della costruzione del tunnel Roma Nord-Ovest, che per il nostro quartiere è stata una benedizione, c' era sempre traffico, una lunga coda ininterrotta».
Torniamo sul viale. Camminiamo scomodamente sul ciglio, con le macchine che ci sfiorano rombando. Raggiungiamo il cosiddetto Punto Verde Qualità di recente costruzione dotato di servizi commerciali e aree pubbliche. Una ludoteca (dove si tengono le feste dei marmocchi), un asilo nido e un piccolo parco attrezzato. Tutto carino, nuovo di zecca (costruito pochi anni fa). Tappa mi scarrozza ancora in moto, portandomi a vedere questo e quello: la scuola di via di Vallombrosa, ritinteggiata di colore bianco, un paio di piscine, la chiesa del quartiere, San Gabriele Arcangelo, che ha una struttura circolare di cemento, non tanto diversa da quella di Santa Chiara, la parrocchia del confinante quartiere Vigna Stelluti.
La vasta struttura della parrocchia è accessibile da viale Cortina d'Ampezzo e da via Vallombrosa con un dislivello di una ventina di metri. La parrocchia - in mano all'ordine dei Padri Vocazionisti, ha campi di calcetto e altre strutture sportive e ricreative. E' l'ora di pranzo e Tappa deve salutarmi.
Smonto dalla moto come sempre con qualche difficoltà perché dietro ci sono i due bauletti. Mangio un boccone al bar Cortina incuriosito da un tipo al banco vestito come un cyborg di cui è difficile indovinare il sesso. Il bar è già carico di confezioni natalizie. Mi siedo nella verandina che affaccia sul fianco del supermercato Gs. Ci sono due tizi che dopo aver fatto colazione si leggono comodamente il giornale aperto sul tavolini. Io prendo qualche appunto e mi gusto il mio sandwich. Riprendo a girare, stavolta con la mia moto.


Città fuori le mura/182
E la ex colonia del serpente divenne il regno della casualità
Un quartiere, uno scrittore: Elena Stancanelli a Roma ovest
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DRAGONA è un rettangolo. Un tassello di strade incastrato tra la via del Mare e la sponda sinistra del Tevere, attaccato al borgo di Ostia Antica. Sembra uno dei tanti quartieri senza storia e senza grazia, nato bastardo e venuto su come capitava. Né marciapiedi né una vera piazza, il quartiere è composto da ex baracche abusive, ora condonate e trasformate in villette, diverse l'una dall'altra come ospiti di una festa in maschera.
Attraversando Dragona pensi che ognuno degli abitanti abbia realizzato il suo piccolo sogno architettonico, senza occuparsi di quanto accadeva nel cantiere confinante. Pensi di trovarti nell'ennesimo, accroccatissimo, regno della casualità. Invece Dragona nacque da un progetto preciso, e il suo nome lo testimonia. Nel IX secolo, il papa Gregorio IV decise di fondare un nuovo insediamento, nel territorio alle spalle delle fortificazioni di Ostia, per rafforzare ulteriormente la difesa contro le aggressioni dal mare. Lo battezzò Colonia Draconis, cioè colonia del serpente Dracone, bestiaccia che imperversava in quella zona. Il serpente Dracone era stato fino a quel momento il simbolo della dea Giunone Regina, il cui culto era molto sentito dai romani. Fu uno scippo. Il papa si impadronì di un logo per sfruttarne la fama, riconvertendola su un nuovo prodotto. Per completare il restauro simbolico, Gregorio IV promosse con forza il culto di San Giorgio. Cavaliere e martire, con la sua spada San Giorgio aveva ucciso il famoso drago divoratore di verginelle, e ne portava l'insegna: il solito serpente dragone.
Mi fermo di fronte al parco, unico spazio verde del quartiere. Guardi in che condizioni si trova, mi indicano alcune persone, non vengono neanche potati gli alberi e i rami si schiantano sul tetto delle macchine parcheggiate. Il parco è poco più di un prato spelacchiato, senza recinzioni, incolto e un po' cupo. Chiediamo da anni un po' di manutenzione, ma nessuno ci ascolta. Graziella Albanesi è la presidente del Centro Anziani, alloggiato in una struttura prefabbricata appartenuta a una scuola, sistemata davanti al simulacro di parco. Accanto, in regola con l'anarchia urbanistica del quartiere, sorge maestosa la sala da ballo. Trecentottanta metri quadri, con una capienza di più di trecento persone. A forma di pantheon, con un lucernaio sul tetto che crea un piccolo incanto di luce. Qui, tre volte a settimana, gli anziani ballano il liscio, il tango, i balli latini. Quando le chiedo che cosa mi consiglia di vedere a Dragona, Graziella Albanesi mi indica, senza troppa enfasi, il museo Agostinelli. Cammino per le strade del quartiere che hanno nomi che non riconosco.
Via Carlo Casini. So che non può essere, ma l'unico Carlo Casini che mi viene in mente è un signore fiorentino, peraltro ancora vivo e deputato, che fu presidente dell'agguerrito Movimento per la Vita, una milizia cattolica che tentava di affondare la legge sull'aborto con ogni mezzo. Via Balanzano, via Verju... pittori minori? Monaci di piccole comunità? Artisti di moderata gloria? Le strade del quartiere del serpente dragone, prodotto della strategia pubblicitaria di un astuto ponteficie, sono intitolate a una folla di sconosciuti. Eroi del minuscolo, artisti di discipline astruse e poco popolari. Contesto ideale per lo stupefacente Museo Agostinelli, struggente monumento al minuscolo, omaggio all'umile e al sublime, alla fatica e al gioco, alla vita umana in tutte le sue manifestaghi, zioni possibili.
Domenico Agostinelli, inventore del museo che porta il suo nome, è un uomo piccolo e gentile. Nato a Campli, in provincia di Teramo da ragazzo faceva il "santaro". Con una cassetta di legno sulle spalle, andava in giro a vendere i quadri dei santi nelle campagne. Sant'Antonio, protettore delle stalle, San Crispino ai calzolai, Santa Lucia a chi aveva problemi agli occhi, Sant'Anna per le partorienti... Chi non poteva pagare, i suoi quadri costavano cento lire, lo invitava a pranzo, o a dormire, e meglio ancora gli dava in cambio oggetti che riteneva ormai inutili. Ma l'aggettivo "inutile" non esiste nel vocabolario di Domenico. Ogni frammento, ogni più piccola testimonianza trova posto nella sterminata biografia dell'umanità che quest'uomo compone dagli anni Cinquanta nel suo straordinario museo. Composto da infiniti spazi, a loro volta divisi in infinite stanze, che contengono infinite categorie di oggetti. Una stordente biblioteca di Babele.


Città fuori le mura/183
Le due anime della Ferratella: attici, baracche e odore di mare
Un quartiere, uno scrittore: Valeria Viganò a Roma sud
di Valeria Vigano
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La toponomastica ha la sua importanza in una città. Ci sono quartieri con nomi di luoghi e località, di personaggi eminenti o meno, di momenti storici che hanno fatto la repubblica italiana, quasi tutti raggruppati per materia. La geografia ha una grande parte nella dominazione delle strade e l'Eur una grande parte nell' essere nominata proprio dalla geografia (curiosa via Dodecaneso con una enne, alla greca). Grandi viali, vie appartate si chiamano come continenti, nazioni, mari. E corrispondono residenzialmente a un'area verdissima dove vive un ceto decisamente medio-alto, piena di ville e complessi immersi nei giardini, parchi e campi sportivi. Ma cosa succede quando si scavalca la linea di demarcazione oltre Viale dell'Oceano Atlantico in direzione sud? La geografia lascia il posto alla letteratura, l'Eur lascia il posto, con il cuscino del parco appena intitolato a Giovanni Agnelli, a due agglomerati urbani pieni di contraddizioni: Ferratella e Laurentino 38.
Qui i nomi delle strade sono di illustri scrittori italiani e stranieri, sembra di fare un lungo viaggio nel secolo appena trascorso, si rincorrono nella mente versi e belle parole di narratori e poeti, che non sceglierebbero probabilmente mai di vivere qui, regno delle famiglie borghesi standard. Io invece decido di entrare metaforicamente nel mio mondo, fatto di autori amati, correnti letterarie e nobel, partendo da Via Cesare Pavese che si inerpica su un territorio collinoso, con una viabilità che sale e che scende secondo le pendenze. E' una delle vie più importanti, piena di palazzi di vetro riflettente a uso ufficio. Ci sono sedi di Hewlett Packard, Ibm Italia, Procter&Gamble, e un po' più avanti, la Land Rover e l'Apai, l'agenzia per la protezione dell' ambiente. Più che singoli negozi, negli edifici che disegnano la via, ci sono piccoli centri commerciali come il Granpavese. La Ferratella è un quartiere nato a imitazione dell'Eur. Ma è un territorio antico che, proprietà dei Borghese, andava dal Ponte del Buttero alla marana di Vallerano. Oggi ha un aspetto moderno, i palazzi sono stati progettati negli anni '70 e buona parte ha blocchi centrali a cemento grezzo accompagnati da scale esterne a spirale.
La cosa curiosa che mi sorprende girando in mezzo a letterati come Comisso (nella via c' è una fatiscente succursale del Liceo Aristotele con i muri che si sgretolano e un adesivo con sopra scritto Caltagirone e Veltroni mafiosi), Debenedetti, Saba Vittorini è che la maggior parte delle vie sono cieche. Finiscono in uno strano nulla che sospende, non comunicano e sembrano parti di un labirinto senza sbocco che obbliga a ritornare sui propri passi per cercare un' uscita. E' un nonsense nel quale una via Beckett ci sarebbe stata benissimo. Nell'interruzione, nel margine, nella terra di nessuno nascono i problemi. Via Quasimodo è una lunga curva come Via Pavese, ma Via Campana e Piazza Buzzati, dove ha sede la scuola media statale, sono sole a se stesse. Una rappresentazione metaforica della follia del primo autore e dell' astrazione del secondo. Forse per ovviare alla mancanza di comunicazione c' è un grande progetto che prevede la connessione tra le tre entità, Eur, Ferratella e Laurentino 38, che oggi sembrano monadi separate per integrare tutto il territorio e riqualificare le zone di degrado. Perché oltre la Ferratella e i suoi balconi strabordanti di piante e fiori, un certo ordine dove le automobiline sono tutte al loro posto c' è un'altra architettura ancora, che vede salire vertiginosamente la densità abitativa.
Al Laurentino 38 abitano più di 30.000 persone, un'enormità ottenuta con la realizzazione di undici ponti che collegano le insulae. Erano gli anni a cavallo tra il 70 è l'80 e l'idea nasceva come copia di soluzioni abitative nordeuropee. Frutto di un apparentamento tra edilizia popolare pubblica e cooperativa doveva essere un microcosmo dove oltre all' abitare si poteva vivere usufruendo di servizi, negozi, impianti sportivi, luoghi di aggregazione. Alzo gli occhi a contare i piani delle torri progettate da Barucci, ognuna si erge a rappresentare il segno di questi nuclei, sono quindici. La vista da lassù deve essere mozzafiato, deve per forza arrivare al mare. Il sole riflette sui vetri, ma una volta dentro le vie e sotto i ponti, scompare. Anche qui ciò che nomina il quartiere sono gli scrittori. E anche qui c' è un vialone centrale, Via Silone dove si trova un grande albergo nel nulla, l'Eur suite Hotel e anche una sede della chiesa evangelica. Poi, in fondo, verso Piazza Piovene si sente nella narici il salmastro. Intorno c'è la campagna di Vallerano e la riserva naturale dell' Acquacetosa, un trattore ara lentamente la terra, orti si dividono il resto oltre l'altra piazza deserta con i palazzoni come fondale: Piazza Eugenio Montale è un semplice cerchio coperto d' erba, una rotatoria. Passano poche macchine e l' autobus.


Città fuori le mura/184
Nell'isola di Torre Gaia, l'ossessione della sicurezza
Un quartiere, uno scrittore: Christian Raimo a Roma est
di Christian Raimo
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Avendo vissuto la mia infanzia, pubertà, adolescenza, post-adolescenza, sempre negli stessi sessantatré metri quadri ma sempre sul punto - io e tutta la mia famiglia - di traslocare da un momento all'altro, di cambiare casa e quartiere, tra riviste di arredamento e giornali di annunci affitti & vendite che si accatastavano sui divani del nostro sempiterno salotto, ho maturato per contrasto una anomala e randomica apprensione per lo sviluppo urbanistico di questa città, grazie soprattutto a mia madre, inventrice e praticante assidua di quello che si potrebbe definire turismo immobiliare.
Mia madre, invece di portarci in vacanza, al lago, a fare le passeggiate nei boschi o anche banalmente le visite ai parenti, ci portava a vedere le case. I pomeriggi dopo la scuola, i sabati, le domeniche, intere settimane estive erano deputate agli appuntamenti con gli agenti di Gabetti e Piperno (archeologia dell' immobiliarismo), a un vero e proprio escursionismo nei quartieri nuovi. Visitavamo i terreni recintati dove ancora non era stato edificato nulla, le zone dai nomi pastorali come Colle Verde, Fonte Nuova, Prato Rotondo..., diventando esperti, a otto, dieci, dodici anni, delle trasformazioni intestine dell'agglomerato urbano; come se in fondo quest'esercizio di dover reimmaginare di continuo il nostro futuro domestico o la nostra virtuale vita di quartiere, ci formasse alla socialità, ci insegnasse ad amare Roma, riconoscendo in chiunque un possibile vicino di casa, un compagno di scuola in potenza.
Per questo motivo, credo, mi trovo spiazzato di fronte a quartieri come Torre Gaia. Prima di tutto perché non ci sono mai capitato finora - per quale ragione mia madre non ha mai ipotizzato di trasferirci qui? cos' ha questo posto che non va? - , in secondo luogo perché reagisco con una certa resistenza rispetto all'idea di un gruppo di persone - leggi: proprietari di case (secondo la deformazione epistemologica famigliare) - che decidono di consorziarsi e creare una piccola città nella città. Torre Gaia è questo: un'isola. Immersa in quella che nell'immaginario condiviso è La Periferia Romana per antonomasia, tra Tor Bella Monaca e Torre Maura per capirci, quest'area rigorosamente residenziale, si rivela in un pomeriggio qualsiasi del nostro inverno fasullo, un comprensorio di villette a due al massimo tre piani, sospeso e quieto come una città di mare fuori stagione.
Una guardiola con passaggio a livello all'ingresso, siepi ben curate lungo i muri di cinta, stradine intervallate da dossi artificiali, cancelli in ferro battuto con ornamenti sulle punte delle sbarre, gazebo, balconi con poltrone in vimini disposte a triangolo e tendaggi avana, un odore leggero e piacevole di oleandro e di muschio. Niente negozi, niente banche, niente bar, nessun esercizio commerciale all' interno. E anche nessuno spazio pubblico, o quasi. Perché sì c' è un centro sportivo attrezzatissimo, sì c'è un albergo di proprietà di un vecchio consorziato utilizzato soprattutto per le convention, sì ci sono dei piccoli parchi, sì ci sono delle scuole, anche se ovviamente private, curate da istituti religiosi. Forse meglio di un'isola, si potrebbe dire un'oasi. Un'oasi che accoglie circa millecinquecento abitazioni che a loro volta ospitano circa seimila persone (il primo nucleo nacque - così è registrato nella costituzione di Torre Gaia - nel 1932, ma la vera espansione è avvenuta tra la fine degli anni '80 e l' inizio dei '90, i muri esterni con i mattoni a vista lo testimoniano).
Soprattutto si tratta di un'oasi protetta, decisamente protetta, come rivendica l'attuale presidente del consorzio, "anche se il tutto viene gestito con gran discrezione e buon senso". Ma cosa vuol dire garantire questa sicurezza? Il compito di sorveglianza è affidato a otto vigilantes: tre alla guardiola che controllano gli accessi; tre di ronda permanente, ventiquattro ore su ventiquattro, nei vari spazi comuni del consorzio più qualche volta - in caso di necessità - nei giardini privati; due di rinforzo che associano all' attività di manutenzione ordinaria (strade, illuminazione, giardini) quella di controllo del territorio. E poi ci sono venti telecamere piazzate tra le piazzole di snodo e quelli che vengono chiamati "i punti critici". E poi esistono altri ingressi al consorzio (a parte quello principale col passaggio al livello) dai quali si può accedere soltanto con un badge elettronico. E poi alcuni condomìni più grandi hanno un servizio di portierato. E poi all'interno di questi supercondomìni ci sono condomìni più piccoli anch'essi con un portiere. E poi ci sono le recinzioni allarmate. E poi molti appartamenti hanno un sistema di antifurto collegato alla guardiola, e da lì direttamente al posto di polizia. E poi, in molti, possiedono dei cani da guardia. Per tutte queste ragioni qui si vive abbastanza bene. I furti negli appartamenti hanno percentuali bassissime, progressivamente in declino. E qualche spacciatore che si valeva delle improvvisate possibilità di imboscamento tra questi villini è stato identificato e tenuto alla larga.


Città fuori le mura/185
Tor Carbone, fra tennis e orti, dove s'ode ancora il gheppio
Il quartiere è una porzione di agro romano stretto tra l' Ardeatina e l' Appia Nuova, dove il freddo è secco come in montagna. Ci sono collinette, roseti e grandi alberi. Tutto a pochi passi da quartieri molto abitati
di Nicola Lagioia
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"Tre gradi", assicura Franco dando le spalle a un campo da tennis ottimamente conservato sotto il cielo di dicembre, "tre gradi ci separano dal resto della città". I gradi sono quelli della scala Celsius. Continua a illustrarmi questo prodigio meteorologico facendo stridere la propria enfasi con la languida arrendevolezza che basta a due ninfette per far andare la pallina da un lato all'altro della rete. Una domenica, appena dopo l' ora di pranzo, i Campi Elisi come potrebbe immaginarli Byron: vegetazione a perdita d'occhio, contemplata però da un centro sportivo che cerca con successo di piegare l'artiglio della natura in un lussuoso soprammobile d'avorio.
"Lo sento, lo sento bene lo stacco quando torno a casa dal lavoro", continua Franco che qui al centro è uno dei tesserati più anziani, "esco dall' Appia, guido tra le strade secondarie e a un certo punto succede. Prima si presentano alla vista queste siepi, questo infittirsi di pini, di lecci, di robinie. Poi finalmente arriva: la botta di freschezza, la temperatura scende di almeno tre gradi, e il tuo respiro è il primo a esserne sorpreso. Ti trovi faccia a faccia con una merce ormai quasi introvabile". L'aria buona, ecco di cosa sta parlando. Lui, Franco, è nato settant'anni fa in questa porzione di agro romano stretta tra l' Ardeatina e l'Appia Nuova, e giura che da quando in città il numero delle automobili ha pareggiato quello degli elettori, nel suo quartiere fortunatamente si realizza, giorno dopo giorno, una sorta di anti-effetto serra.
In estate piazza Re di Roma frigge in una morsa di acciaio rovente che candida ogni automobilista a un potenziale svenimento? Qui non si invocano bombole d'ossigeno per difendersi dal caldo, al massimo una bibita ghiacciata. A febbraio è il freddo, invece, a rivelarsi paradossalmente soffocante (un freddo corpuscolare, opaco, carico di piombo)? Da queste parti si vive l'esperienza-Dolomiti: un freddo più intenso ma più secco. Un nitore, appunto, da alta montagna. Difficile da credersi, considerando la scenografia di verde assoluto, ma siamo ancora tra i confini di Roma, a pochi minuti dalle mura di San Giovanni: Tor Carbone, per la precisione. Ovvero, una dolce successione di collinette, roseti, grandi alberi e cieli sgombri tagliati dall'omonima via, il tutto a pochi passi dai quartieri intensamente abitati.
Anche a me sembra di aver attraversato un varco spazio temporale. Soltanto pochi incroci fa venivo minacciato di morte a un semaforo. Adesso, fino a quando la pallina da tennis non toccherà di nuovo terra, si avverte il cinguettio del gheppio. Un cambiamento di scena fulminante. Sono io, probabilmente, che non mi sono abituato: dieci anni che ci vivo e ancora casco nel gioco di scatole cinesi che fa di Roma molte città in una. L'estate scorsa sfrecciavo ogni mattina sull' Appia nuova. Mi arrendevo solo davanti al cartello "Ciampino": stavo cambiando casa e battevo il territorio cercando i mercatoni deputati alla vendita delle ceramiche economiche e degli arredi d' interni che dominano le strade direttrici man mano che si spingono verso la periferia. Mi sembrava che il nodo dalla concentrazione urbana si sciogliesse da queste parti con lentezza.
L'atmosfera alternativamente ministeriale, palazzinara o papalina calcificata lungo l'anello delle mura si disperdeva poco a poco lasciando al suo posto nuovi modelli di suggestione: d'accordo il sole a picco su Trinità dei Monti, ma anche il tramonto su un magazzino di piastrelle circondato da campi di terra bruciata, con gli aerei provenienti da Ciampino sulla testa e le addette alla clientela tutte fuori ad ammirare lo spettacolo tenendosi una sigaretta tra le dita, anche questo ha un suo fascino, un radioso struggimento da road movie. E invece, per ribaltare lo scenario senza gradualità bastava svoltare a destra già all' altezza dell'Appia Antica. Così da ritrovarsi appunto a Tor Carbone.
Più che il road movie qui viene evocata un'atmosfera di vacanza atemporale, una sorta di New Jersey con l'aggiunta di qualche rovina antica, oppure il meritato risarcimento per l' eccessiva esposizione ai gas di scarico: un mese di vacanza a Tor Carbone potrebbe spettare di diritto a chiunque dimostri di aver capitalizzato durante l' anno un monte-decibel di tutto rispetto. "Ricordati comunque che facciamo parte del parco regionale dell' Appia antica", conclude Franco a mo' di spiegazione prima che un suo coetaneo gli ricordi del bridge di beneficenza che si terrà fra poco nella sala tv. Se mi trovo in un centro sportivo la scelta non è casuale. Me l'ha spiegato Franco e, prima di lui, un gruppo di amici che uscivano barcollando da una delle osterie ultra-secolari che fiancheggiano la via: la storia recente di Tor Carbone è un continuo confronto tra la terra arata degli orti e quella battuta dei campi da tennis, così come il verde selvaggio dell'agro romano diventa netto e uniforme quando si tratta di travasarsi in un campo da golf.


Città fuori le mura/186
Essere stranieri al Gianicolo tra parchi, accademie, alberghi
Un quartiere, uno scrittore: Beppe Sebaste a Roma ovest. Un luogo dove si respira aria internazionale, Nel piazzale, la bacheca con le didascalie e il disegno della città non aiuta: è coperta dall' unto delle dita. C' è un quadro nella seconda cappella a sinistra di San Pietro in Montorio: racchiude la misteriosa bellezza e la sacralità dei luoghi Abito alle pendici del colle e so l' avvicinarsi del pranzo dal colpo di cannone sparato a mezzogiorno. Quindi perché andarci?
di Beppe Sebaste
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C' è un quadro, nella seconda cappella a sinistra della chiesa di S. Pietro in Montorio, che a suo modo racchiude la misteriosa bellezza e sacralità del Gianicolo. Lo ha dipinto un discepolo del quattrocentesco Antoniazzo Romano e raffigura «Sant' Anna, la vergine Santissima e Gesù bambino». Mi ha aiutato a guardarlo, in un incontro casuale, un gentile signore con la barba, Marcello Beltramme, coltissimo autore di saggi di storia dell' arte. Il segreto del quadro è quello dell' Immacolata concezione, ovvero la Grazia. La madre della Madonna, del cui grembo il resto del quadro è emanazione, tiene un libro e lo legge assorta. Sa per esso i segreti del mondo, la Via, le Scritture. La Madonna guarda invece davanti a sé, ci guarda con tale serenità e forza interiore che il suo sguardo intenso ci riguarda: qualunque attrice o top model darebbe inutilmente l' anima per avere quello sguardo, ma non è una posa.
Ora, l' Immacolata concezione, contrariamente al senso comune, non sarebbe una procreazione senza la sessualità, ma l' immunità radicale, l' esenzione dal peccato originale, il riscatto di Eva: promessa di una salvezza indipendente dalla Chiesa e dal peccato. Il libro letto da Sant' Anna è un nodo teologico cruciale. E il grazioso vagabondare in quel porto franco che è il Gianicolo, il salvarmi ogni tanto su una panchina, mi mette a contatto con la Grazia salvifica (per tutti), con la liberazione dalla colpa. Abito a Trastevere alle pendici del Gianicolo, e so l' avvicinarsi del pranzo dal colpo di cannone sparato a mezzogiorno dal colle. Dalla terrazza sul tetto vedo le stesse cose che dal Gianicolo, quindi perché andarci? In effetti uno dice Gianicolo, e intende di solito un panorama unico su Roma che si sfoglia a strati come una cipolla, tanti quanti i belvedere cui si arriva a piedi con una serie di rampe e scalini. Ma il Gianicolo(fuori dalle mura Serviane, parzialmente dentro quelle Aureliane) è un luogo speciale, dotato di una extraterritorialità che si trasmette e fa sentire liberi, beatamente stranieri. Ricco di parchi, le sue abitazioni danno l' idea dell' agio e si alternano ad ambasciate, accademie, istituti pontifici, conventi, luoghi di studio e di ritiro laici e religiosi, qualche albergo (di lusso), scuole e ospedali pediatrici (ex brefotrofi).
Sembra che qui la città sia davvero finita (o stia per iniziare). Se vi trovate sullo spiazzo più frequentato del Gianicolo, piazza Garibaldi, tra suoni di giostre, grida di burattini e lo stereo del Copacabana Cafè, che spiccano nel vocio di famiglie con bambini, innamorati e turisti, e se guardate non dalla parte della città, che si estende bianco-sporca allo sguardo dalla Farnesina a San Giovanni, facendo emergere cupole di chiese e creste di palazzi di cui ignorate il nome (e la bacheca di plexiglas col disegno della città e le didascalie non aiuta, coperta com' è dall' unto di milioni di dita e altrettanti graffiti); se guardate dall' altra parte, quella di Villa Pamphili, ebbene, quello che vedete è pura campagna. La città è scomparsa (ricompare più avanti, mentre si avvicinano la cupola di S. Pietro e la punta dorata della Chiesa Russa). Forse la cosa più importante del Gianicolo è il cielo. Non si va sul Gianicoloper vedere Roma, ma per sentirsi a contatto col cielo. E la città quasi a strapiombo sembra che sia a, volte, il mare.
Dicevo della sacralità speciale del Gianicolo. Il richiamo al dio Giano (da cui «gennaio») collega una pluralità di miti e rimandano a una religiosità radicale: Giano è il dio delle porte (ianua, porta), dei solstizi e degli equinozi, delle aperture e degli inizi, delle iniziazioni; è il dio della nascita, delle soglie, del cammino e dei passaggi, quindi, perché no, delle passeggiate; è una specie di dio buddista delle «porte senza porta», base di ogni spiritualità, sinonimo di «illuminazione». Il suo essere «bifronte», o «gemino», in qualche modo androgino (o transessuale?), lo rende il dio che dissolve i dualismi. Ci sono molte leggende sul Gianicolo, da Ovidio a Virgilio, dal re Anco Marcio al re Numa Pompilio (seppellito sul Gianicolo); da quella di Giano-Noè - prefigurazione del problema della Salvezza - che dopo il diluvio sarebbe approdato a Ripa Grande (Trastevere) e vissuto sul Gianicolo, fino al martirio di San Pietro (altra visione salvifica) avvenuto dove sorge la chiesa detta in Montorio (Monte d' oro, per via della rena giallastra). Oltre all' eroismo di cui il Gianicolo è sempre stato teatro, da Muzio Scevola a Garibaldi.


Città fuori le mura/187
Amarcord Val Melaina mercato, cinema e palazzoni
Un quartiere, uno scrittore Walter Siti a Val Melaina. Una volta il centro pulsante era intorno ai vecchi banchi anni ' 50, trasferiti nel 2000 Ora la piazza ha una pavimentazione di pietra e sotto è stato costruito un grande parcheggio, ma molti box sono ancora sfitti
di Walter Siti
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Il centro di irradiazione di questo quartiere (o meglio dire sub-quartiere: di questa sottile striscia urbana che sta tra il Tufello da una parte e la ferrovia di Roma Nord dall' altra), il centro pulsante, lo dicono tutti, era il vecchio Mercato. Costruito all' inizio degli anni ' 50, è durato per mezzo secolo ed è stato trasferito soltanto nel 2000. Già dalle tre di notte si metteva in movimento, e stava aperto fin verso le quattro del pomeriggio; ci veniva gente da tutte le zone di Roma e anche da fuori, perché gli alimenti erano freschi e costavano poco, e di qualsiasi altra merce c' era una scelta amplissima. Occupava tutta la piazza e strabordava pure, causando ingorghi di traffico, cattivi odori, condizioni igieniche poco accettabili; ma naturalmente, portava vita, colori, ricchezza.
Ora la piazza ha una pavimentazione di pietra e sotto è stato costruito un grande parcheggio; i box sono destinati a chi è proprietario di una casa nelle vicinanze, ma ancora molti sono sfitti perché ogni box costa sui 25-30 mila euro, e le case intorno sono in maggioranza case popolari. La società privata che gestisce il parcheggio si è assunta l' onere economico della sistemazione sovrastante. La piazza, di quelle rutelliane-veltroniane neo-style, geometrica a piani leggermente sfalsati, è stata dotata di alcuni giochi per l' infanzia, scivoli e altalene, ma nel complesso ha un' aria algida, poco accogliente. Sono le tre del pomeriggio e un solo bambino ci gira in bicicletta; con tanto di casco, perché le cadute su tutto quel marmo devono essere micidiali. A un' estremità della piazza, un brutto monumento dedicato alla tragedia di via Ventotene, una strada dove è accaduto il fatto di cronaca più notevole del quartiere (lì' , nel novembre del 2001, una palazzina saltò in aria per una fuga di gas, causando la morte di sette persone). Parecchi i cartelli di "vendesi" o di "affittasi" appesi alle saracinesche dei negozi; finito l' indotto del Mercato, anche gli altri esercenti hanno vita grama.
I proprietari del bar "La testa nel pallone" non nascondono il loro malcontento: «Qua era un carnevale, ' na festa continua... i pesciaroli pe' Natale manco andaveno a dormì, staveno aperti tre giorni de fila... ogni giorno succedeva ' na novità, nun ce la facevamo pe' troppo lavoro, mo' se morimo de pizzichi e quando gela su ' sta spianata davanti se spezzamo pure e gambette». Il bar (che fino a non molti anni fa si chiamava "Bar Oscar") è il più antico della zona, ha aperto nel 1933 ed era una rivendita di sale e tabacchi: si favoleggia della proprietaria vedova di guerra, che avrebbe incontrato "un generale a cavallo" e a quello avrebbe chiesto aiuto, ottenendo così l' esercizio e la licenza. Il bar è inserito nel primitivo nucleo di case popolari che hanno dato origine al quartiere: costruito tra il 1928 e il 1932, l' intero isolato appare come un' architettura dignitosa, simil-decò, con balconcini stondati e spazio verde all' interno; di pianta quadrata, ha quattro ingressi principali e un labirinto di passaggi coperti che lo mettono in comunicazione anche con i corpi minori, che si stendono paralleli oltre il quadrilatero principale.
Labirinto, mi dicono, favorevole agli scippi e ai "pacchi", perché una volta che il piccolo delinquente si è infilato in uno di quegli anditi , chi lo trova più? La Roma malavitosa di un tempo, "quella seria", è ricordata qui con qualche nostalgia: era il tempo della Città Giardino, il tentativo mussoliniano di insediamento residenziale che ancora oggi regala a Montesacro alcuni dei suoi scorci più belli, e quaggiù in Val Melaina ci stava la povera gente, costretta spesso a vivere di espedienti: «Ce stavano pure i ladri, ma non rubavano qua, andavamo a rubà ai Parioli». Qua le porte si potevano lasciare aperte, e se spariva qualcosa sapevi da chi andarla a reclamare. Questa visione ottimistica è confermata da un classico del cinema: il protagonista di Ladri di biciclette, il neo- attacchino Ricci, abitava in Val Melaina ma la bicicletta gliela rubano in centro. Si era nel 1948, nel film si intravede la voragine su cui sta per essere edificato il Mercato; intorno c' era molta campagna, e su un montarozzo la parrocchia col "pidocchietto", il cinemino dove per decenni tutti i ragazzini sono andati a vedere i peplum con Ercole e le epopee western, e i "film de paura", fino a Bud Spencer e alle commedie sexy con la Fenech.