Ce l'abbiamo fatta
«Per la copertura si potrebbero utilizzare i conti dormienti», disse Giorgio Sala, un compagno dell’ufficio legislativo dei comunisti del senato fin dai tempi del Pci. Era la prima volta che li sentivo nominare. Giorgio prese in mano la finanziaria di Tremonti e mi indicò la norma in cui si legiferava il loro utilizzo per risarcire i risparmiatori dei grandi crack finanziari, tipo Cirio e Parmalat. Solo che poi Tremonti s’era dimenticato di definire il regolamento attuativo. Così il Consiglio di Stato aveva espresso parere negativo e la norma era rimasta lì, dormiente come quei conti che da anni e anni giacciono nelle banche senza che nessuno ne abbia mai fatto richiesta. Circa 16 miliardi, secondo le associazioni dei risparmiatori; da 5 a 10 per Bankitalia.
Non la faccio lunga. Scrivemmo l’emendamento. Chiedevamo l’istituzione di un fondo attraverso cui assumere a tempo indeterminato tutti i precari delle pubbliche amministrazioni; per coprire la spesa indicavamo una percentuale delle plusvalenze dei dividendi di società dello stato, come l’Eni, e i cosiddetti conti dormienti. Approntammo il regolamento attuativo: si potevano usare solo i conti che già avevano 15 anni “di sonno” (si dice proprio così), andava spedita una lettera al proprietario e se questi, nel giro di 180 giorni, non si fosse fatto vivo, quel conto sarebbe stato considerato utilizzabile. Di più: se il correntista si fosse fatto vivo più tardi, sarebbe stato comunque ed immediatamente rimborsato. Un decreto del Consiglio dei ministri avrebbe istituito il “Fondo per la stabilizzazione dei precari delle pubbliche amministrazioni”. Si sarebbe avviato un confronto tra sindacati, ministeri ed enti interessati per individuare i criteri di assunzione. Il tempo per arrivare alla sanatoria veniva indicato in tre anni. Inizialmente al Senato ci guardavano come dementi. Tutti: destra, sinistra e centro. Ci spiegavano saccenti che la cosa non si poteva fare, inutile insistere. Gli altri neanche perdevano tempo a parlarne.
La Finanziaria arrivò in commissione Bilancio. L’Unione decise di mettere in piedi una “cabina di regia” (si fa sempre), e cioè un tavolo composto dai gruppi della coalizione e dal governo, in cui sarebbero stati esaminati tutti gli emendamenti, uno per uno. Per essere accettato, un emendamento doveva avere il placet del governo. Fu una faticaccia. Si iniziava a lavorare alle sette di mattina e si finiva alle tre di notte. Con Tibaldi facevamo i turni, da sola non ce l’avrei fatta. Io ero quasi entrata in paranoia, pensavo solo a quell’emendamento, parlavo solo di quello, tentavo di convincere tutti quelli che mi capitavano a tiro. Tibaldi mi affiancava e in più pensava a tutto il resto: avevamo presentato emendamenti che andavano dal contrasto agli incidenti sul lavoro, al diritto alla malattia per i co.co.co., al diritto allo stipendio minimo previsto dal contratto nazionale della categoria di riferimento per tutti i precari. Quegli emendamenti sono tutti passati. Sullo stipendio minimo, il Sole 24 Ore, il giornale di Confindustria, ha scritto due pagine di insulti affermando che avevamo scardinato la legge 30. Non vi dico la soddisfazione. Sui conti dormienti cercammo disperatamente alleati. Ne parlammo con la sinistra ds, con Rifondazione, ma senza risultato. Erano tutti convinti che il governo non avrebbe mai accettato: stavamo perdendo tempo e loro non avevano intenzione di perderlo con noi. Alfiero Grandi, sottosegretario alle Finanze, un compagno che conosco da vent’anni, da quando era segretario della Cgil dell’Emilia, mi consigliò di lasciar perdere: «I soldi dei conti dormienti non si possono utilizzare, perché insisti?».
Insistevo perché non capivo, insistevo perché nessuno mi spiegava per quale ragione in Spagna e in Inghilterra si accingessero a farlo e da noi fosse tabù, insistevo perché se Tremonti non si fosse dimenticato il regolamento attuativo parte di quei soldi avrebbe già risarcito i risparmiatori truffati. Però qualche incertezza cominciava a rodermi. Vai avanti, diceva Diliberto. Vai avanti, insisteva Marino.
La mattina in cui Sartor, sottosegretario all’Economia, uomo di Padoa Schioppa in cabina regia, disse che il governo aveva studiato l’emendamento, che lo considerava interessante ed aveva deciso di accettarlo, Tibaldi ed io, stremati dal lavoro e dalle notti insonni, restammo tramortiti. Dovemmo però riprenderci in fretta perché nel giro di pochi minuti eravamo circondati da quelli che ci avevano ignorato o irriso o sconsigliato, che non avevano voluto sottoscrivere l’emendamento e che ora - un po’ rabbiosi ed indispettiti - erano interessatissimi a farlo proprio.
Il resto è cronaca. Quel che abbiamo ottenuto è un grande risultato. Per lealtà devo dire che il governo ci ha aggiunto, di suo pugno, che a quelle amministrazioni che man mano stabilizzano i lavoratori utilizzando il Fondo è fatto divieto di assumere precari per cinque anni. Un rafforzamento, la fuoriuscita dalla precarietà. E siccome il mondo non vive in compartimenti stagni, ne verrà contaminato anche il settore privato. Questo Confindustria l’ha capito. Il suo presidente s’è detto disgustato dall’emendamento e incredulo che il governo l’avesse accettato. La destra s’è scatenata (“esproprio proletario”, l’ha definito quel galantuomo di Cicchitto), Diliberto è stato insultato per giorni da Europa, il quotidiano della Margherita, Fassino continua a dire che «è immorale assumere tutti i precari senza prima aver fatto la riforma della Pubblica Amministrazione». Ma la dolcezza della vittoria è tale da renderci refrattari agli insulti.
Manuela Palermi


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