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  1. #1
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    Predefinito Conti, il merito è delle imprese

    Ora il governo eviti di fare danni

    Conti, il merito è delle imprese
    di
    Francesco Giavazzi






    Il merito dei buoni risultati sui conti pubblici non è né di Prodi né di Berlusconi ma degli imprenditori e dei lavoratori delle aziende private. I conti vanno bene perché c’è stato un boom inaspettato nelle entrate fiscali, ma le entrate crescono solo se le aziende vendono, guadagnano, assumono nuovi lavoratori e fanno fare più ore a quelli che già impiegavano. Se l’economia non cresce lo Stato può alzare le aliquote quanto vuole, ma il gettito non aumenterà.
    Anche l’evasione scende quando le aziende guadagnano, perché rischiare un accertamento diventa inutilmente pericoloso. (In verità i conti del 2006 sono andati bene anche perché la spesa—tranne gli stipendi dei pubblici dipendenti, che hanno continuato a correre più di quelli dei privati — è cresciuta meno di quanto si temesse. Questo è merito di un’intelligente intuizione di Giulio Tremonti. Dallo scorso anno le amministrazioni pubbliche possono spendere, ogni mese, fino a un dodicesimo del loro budget annuale. Ma se spendono di meno — qui è la novità — i fondi risparmiati non sono più spendibili. In passato la lentezza, e anche la pigrizia, delle amministrazioni lasciava che i fondi si accumulassero, per poi spenderli, spesso in modo dissennato, alla fine dell’anno).
    Il clima nelle imprese è mutato perché nei 6-7 anni passati (da quando c’è l’euro) gli imprenditori hanno radicalmente trasformato l’organizzazione delle loro aziende, e non solo Fiat, che pure è parte importante della nostra ripresa. Due anni fa, quando l’euro salì fino a 1,34 dollari, incontravo molti imprenditori che dicevano di essere vicini al punto di resistenza: oltre 1,35 non avrebbero più esportato e avrebbero cominciato a chiudere alcuni impianti. Oggi, con un cambio tornato vicino a quel livello, sono meno inquieti: il punto di resistenza si è spostato ben oltre 1,40. Sono anche meno preoccupati dalla concorrenza cinese. Mi diceva un imprenditore vicentino: nella mia azienda il lavoro è ormai meno del 15% dei costi totali. I miei operai—a parte che sono bravissimi — possono costare anche dieci volte più degli operai cinesi, non è per questo che smetterò di vendere.
    All’inizio le aziende si sono ristrutturate spostando le produzioni a minor valore aggiunto in Paesi con costi del lavoro più bassi: Romania, Slovenia, Repubblica Ceca, molti anche in India e in Cina. Che ciò avvenisse lo si vedeva nei dati sugli investimenti: le imprese acquistavano e costruivano fabbriche all’estero, mentre in Italia gli investimenti rimanevano sostanzialmente fermi. È accaduto anche in Germania: lì addirittura, mentre i bilanci delle aziende facevano faville, gli investimenti interni cadevano del 2% l’anno. Oggi il ciclo della delocalizzazione si è chiuso e le aziende hanno ricominciato a investire in casa. Nel 2006 gli investimenti tedeschi sono saltati da -2% a +4,5% e in Italia a +3,3%. (E ciò è avvenuto in un periodo durante il quale la Banca centrale europea ha alzato i tassi ben sette volte, segno che la convenienza a investire è particolarmente forte).
    Con gli investimenti sono riprese anche le assunzioni, e con i posti di lavoro hanno ricominciato a crescere i consumi. Poiché io non credo nelle proprietà taumaturgiche della «politica industriale », ciò che il governo dovrebbe soprattutto fare è cercare di non fare danni. La vicenda Abertis-Autostrade ha fatto più danni alla possibilità di attrarre nuovi investimenti dall’estero di 10 cortei di operai in sciopero, che peraltro non si vedono. Né aiuta proteggere le aziende pubbliche locali, i cui prezzi volano in Borsa almeno tanto quanto i prezzi dell’energia che esse vendono alle imprese.





    05 gennaio 2007

  2. #2
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    se proprio posso dire la mia.....
    a questo punto credo chela politica adottata dal governo di centrodestra abbia in un certo modo aiutato la crescita e lo sviluppo del mondo delle imprese....che di conseguenza ha dato tutti questi bei risultati....che nn giovano solo le imprese ma tutta la comunità...

    Insomma...la politica aiuto le imprese per aiutare il popolo ha funzionato....

    Aspetto un attacco comunista a seguito della mia affermazione!!!!!

  3. #3
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    e ci mancava altro, il merito è sempre delle imprese, dei comuni cittadini che prendono 1000 euro e pagano un botto di tasse no, eh?

  4. #4
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    MA SENTIAMO UN'ALTRA CAMPANA:

    GIAVAZZI: IL MERITO E' DI VISCO



  5. #5
    No Silvio Iniquo
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    Citazione Originariamente Scritto da cesptt Visualizza Messaggio
    se proprio posso dire la mia.....
    a questo punto credo chela politica adottata dal governo di centrodestra abbia in un certo modo aiutato la crescita e lo sviluppo del mondo delle imprese....che di conseguenza ha dato tutti questi bei risultati....che nn giovano solo le imprese ma tutta la comunità...

    Insomma...la politica aiuto le imprese per aiutare il popolo ha funzionato....

    Aspetto un attacco comunista a seguito della mia affermazione!!!!!

    abbastanza ridicola come tesi.
    Se ricevevano gli aiuti da Berlusconi come mai nel 2005, mentre tutti gli altri paesi europei crescevano, le nostre imprese non hanno prodotto questi buoni risultati? E perchè lo fanno adesso con Prodi al governo? C'è qualcosa che tocca secondo me.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da cesptt Visualizza Messaggio
    Ora il governo eviti di fare danni

    Conti, il merito è delle imprese
    di
    Francesco Giavazzi






    Il merito dei buoni risultati sui conti pubblici non è né di Prodi né di Berlusconi ma degli imprenditori e dei lavoratori delle aziende private. I conti vanno bene perché c’è stato un boom inaspettato nelle entrate fiscali, ma le entrate crescono solo se le aziende vendono, guadagnano, assumono nuovi lavoratori e fanno fare più ore a quelli che già impiegavano. Se l’economia non cresce lo Stato può alzare le aliquote quanto vuole, ma il gettito non aumenterà.
    Anche l’evasione scende quando le aziende guadagnano, perché rischiare un accertamento diventa inutilmente pericoloso. (In verità i conti del 2006 sono andati bene anche perché la spesa—tranne gli stipendi dei pubblici dipendenti, che hanno continuato a correre più di quelli dei privati — è cresciuta meno di quanto si temesse. Questo è merito di un’intelligente intuizione di Giulio Tremonti. Dallo scorso anno le amministrazioni pubbliche possono spendere, ogni mese, fino a un dodicesimo del loro budget annuale. Ma se spendono di meno — qui è la novità — i fondi risparmiati non sono più spendibili. In passato la lentezza, e anche la pigrizia, delle amministrazioni lasciava che i fondi si accumulassero, per poi spenderli, spesso in modo dissennato, alla fine dell’anno).
    Il clima nelle imprese è mutato perché nei 6-7 anni passati (da quando c’è l’euro) gli imprenditori hanno radicalmente trasformato l’organizzazione delle loro aziende, e non solo Fiat, che pure è parte importante della nostra ripresa. Due anni fa, quando l’euro salì fino a 1,34 dollari, incontravo molti imprenditori che dicevano di essere vicini al punto di resistenza: oltre 1,35 non avrebbero più esportato e avrebbero cominciato a chiudere alcuni impianti. Oggi, con un cambio tornato vicino a quel livello, sono meno inquieti: il punto di resistenza si è spostato ben oltre 1,40. Sono anche meno preoccupati dalla concorrenza cinese. Mi diceva un imprenditore vicentino: nella mia azienda il lavoro è ormai meno del 15% dei costi totali. I miei operai—a parte che sono bravissimi — possono costare anche dieci volte più degli operai cinesi, non è per questo che smetterò di vendere.
    All’inizio le aziende si sono ristrutturate spostando le produzioni a minor valore aggiunto in Paesi con costi del lavoro più bassi: Romania, Slovenia, Repubblica Ceca, molti anche in India e in Cina. Che ciò avvenisse lo si vedeva nei dati sugli investimenti: le imprese acquistavano e costruivano fabbriche all’estero, mentre in Italia gli investimenti rimanevano sostanzialmente fermi. È accaduto anche in Germania: lì addirittura, mentre i bilanci delle aziende facevano faville, gli investimenti interni cadevano del 2% l’anno. Oggi il ciclo della delocalizzazione si è chiuso e le aziende hanno ricominciato a investire in casa. Nel 2006 gli investimenti tedeschi sono saltati da -2% a +4,5% e in Italia a +3,3%. (E ciò è avvenuto in un periodo durante il quale la Banca centrale europea ha alzato i tassi ben sette volte, segno che la convenienza a investire è particolarmente forte).
    Con gli investimenti sono riprese anche le assunzioni, e con i posti di lavoro hanno ricominciato a crescere i consumi. Poiché io non credo nelle proprietà taumaturgiche della «politica industriale », ciò che il governo dovrebbe soprattutto fare è cercare di non fare danni. La vicenda Abertis-Autostrade ha fatto più danni alla possibilità di attrarre nuovi investimenti dall’estero di 10 cortei di operai in sciopero, che peraltro non si vedono. Né aiuta proteggere le aziende pubbliche locali, i cui prezzi volano in Borsa almeno tanto quanto i prezzi dell’energia che esse vendono alle imprese.





    05 gennaio 2007
    Che porcata di articolo.

  7. #7
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    Giavazzi non è Dio. E' solo un economista che sa anche scrivere molto bene in Italiano. Non sono d'accordo con la sua affermazione sulla politica industriale.

  8. #8
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    Giavazzi tre mesi fa prevedeva che Visco avrebbe aumentato le entrate grazie alla lotta all'evasione, adesso invece di dire IO L'AVEVO DETTO dice che Visco non c'entra niente.

    Non è un grande economista, è un pirla.

  9. #9
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    Bene, concordo, speriamo allora che le sue bislacche tesi su università, americanizzazione dell'Europa, politiche fiscali, previdenziali e del lavoro non trovino più cittadinanza tra i cosiddetti "riformisti".

  10. #10
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    No, sfigatello, Giavazzi è un genio, lo aveva previsto da mesi che grazie a Visco gli italiani le tasse le avrebbero pagate, leggi qua:



    p.s. fa ancora male l'inculata che hai preso da Prodi quanto tu eri convinto che vinceva Berlusconi perchè lo diceva la Ghisleri? Ce lo ricordiamo tuti che sei sparito da POL per un mese dopo la mazzata. FALLITO, VAI A NASCONDERTI NELLA TAZZA DEL CESSO CHE L'ACQUA LA TIRO IO.

 

 
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