Ci sono immemori che pensano agli anni Settanta come a un paradiso perduto di dure lotte sociali, ma chi ricorda sa quanta vita fu allora, non solo annientata, ma anche sequestrata nel dolore privato e pubblico di una disavventura dello spirito e della storia totalmente, palesemente, accanitamente insensata, perfino futile nella sua crudeltà, insomma il terrorismo urbano delle Brigate rosse e di Prima linea e degli altri gruppi del partito armato, del partito comunista combattente.
Ogni volta che una liberazione dal carcere costringe a riguardare il calendario, anche dopo un numero altissimo e tormentoso in sé di anni di espiazione della pena in cella, la questione della giustizia terrena si ripropone intatta, e si ravvivano sofferenze che sembravano sopite.
E’ stato il caso anche per Barbara Balzerani, la bierre di via Mario Fani che ha promesso a se stessa e agli altri silenzio e riserbo nel momento in cui ha riacquisito la libertà personale, dopo moltissimi anni di galera, con alcune limitazioni minori.
Per gli immemori si tratta di problemi storico-sociologici, tessere di vita pubblica da incastrare le une nelle altre, per poi tirare le somme a consuntivo.
Per chi ricorda è diverso, alla somma manca sempre qualcosa.
Manca sempre qualcosa in particolare a una parte di italiani che gli imperativi burocratici del discorso pubblico qualificano come “parenti delle vittime del terrorismo”, che poi sarebbero più semplicemente orfani vedove padri fratelli sorelle, insomma le altre vittime del terrorismo.
Lo stato ha già fatto qualcosa perché il calendario abbia un significato non afflittivo per questa parte significativa della comunità italiana. Non potrà mai fare abbastanza, perché vita e tempo non sono reversibili, eppure è parte di una politica di onore civile e di memoria esercitata ma non scontata, non retorica, il fatto di occuparsi con premura e saggezza di chi ha subito il tormento di una guerra subdola, priva di alcuna giustificazione, in cui si veniva trasformati in simboli dell’inimicizia di classe nel nome della costruzione di un regime di schiavitù politica, nel nome dell’importazione dell’antidemocrazia.
Il tempo deve scorrere, le lunghe pene devono costituzionalmente avere un limite, la forza di un modo di vivere liberi si rivela anche nella clemenza.
Ma è bene che si faccia e si continui fare tutto quel che è necessario per risarcire il non risarcibile.
Ferrara su il Foglio
saluti




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