Staccandosi dai Ds, Nicola Rossi assesta “un colpo vero” ai riformisti della Quercia, dicendo loro che “non contano nulla”. Ma in questo modo non aiuta certo la loro causa. A subire un danno è poi l’intero partito, che vive una “situazione delicata” e appare sempre in più in crisi di identità. Le premesse non sono migliori per l’incontro tra Ds e Margherita nel nascituro Partito democratico: altro che virtuosa unione di forze riformiste, senza un serio sforzo di preventiva riflessione politica e programmatica “nel nuovo contenitore vince De Mita”. È il quadro a tinte fosche dipinto per IL VELINO dal politologo Gianfranco Pasquino, che prende spunto dall’addio di Rossi ai Ds. Per Europa, quotidiano della Margherita, quello assestato da Rossi alla Quercia è “un colpo che dovrebbe avvertire molto più lo stesso D’Alema che il segretario del partito”. Lettura che non convince del tutto Pasquino: secondo il politologo, “dal momento che Rossi aveva un rapporto stretto con Massimo D’Alema, immagino che il vicepremier sia preoccupato. Ma pensare che abbia ricevuto un colpo è eccessivo. Alla Farnesina D’Alema si è ritagliato un suo spazio, non gli può essere imputata una mancanza di riformismo”. Per Fassino, invece, lo strappo compiuto da Rossi è “una delusione, mas non so - aggiunge Pasquino - se il segretario ne esca indebolito in modo significativo, dal momento che l’ex consigliere di D’Alema per ora non va da nessuna parte. Diverso sarebbe se Rossi fosse passato alla Margherita o a fare l’indipendente in Rifondazione. Se mai, il fatto che Rossi abbia rinunciato a combattere nei Ds è un colpo per il partito nel suo insieme. E il colpo vero è per i riformisti del partito, quelli che non contano. E che non lo hanno sostenuto nelle battaglie vere (tra le quali non inserisco certo la partecipazione al Tavolo dei volenterosi). La vera battaglia per i riformisti comincerebbe proprio adesso con le scelte da compiere sulle pensioni. Per questo - sottolinea il politologo - la dipartita di Rossi è strana e controproducente. Nel senso che non porta da nessuna parte”.
Pasquino non trova per nulla convincente un’altra tesi di Europa, in base alla quale sia la Quercia sia la Margherita scontano un deficit di riformismo, dunque non sono in grado di dare all’Italia “la scossa che le serve”. E “il gesto di Rossi mostra soprattutto l’urgenza di un altro spazio”. Con Rossi - è la lezione positiva che il quotidiano Dl trae dalla vicenda - “siamo già nel pieno del Partito democratico”. Le cose non stanno così, obietta Pasquino: “Da due ‘non abbastanza’ non si ottiene un ‘più’ ma un ‘meno meno’. Ds e Margherita dovrebbero redigere con procedure trasparenti un manifesto programmatico adeguato. Mentre dalla dozzina di saggi (o pseudo tali) incaricati di scriverlo non trapela nulla. Tale segretezza è un metodo poco riformista che dovrebbe preoccupare i milioni di cittadini ai quali il Partito democratico pretende di parlare”. Particolarmente critica è la situazione dei Ds, che - come la defezione di Rossi testimonia - perdono pezzi a destra e a sinistra, avvicinandosi al nuovo progetto tra polemiche e lacerazioni. “I Ds - è la sintesi del politologo - sono il più piccolo partito potenzialmente socialista delle democrazie e europee ed occidentali. Un partito sostanzialmente fatto di ex comunisti che ora non sono - né possono essere - comunisti, non hanno voluto essere socialdemocratici e scivolano verso un contenitore sbiaditamente democratico. Anziché preoccuparsi di scadenze che nessuno ha imposto dall’esterno, dovrebbero avviare un dibattito serio su che cosa sia un partito di governo riformista in Italia e in Europa. Se non lo si capisce non si va da nessuna parte”. La scelta di Rossi, continua Pasquino, “non aiuta. Anche perché è la punta di un iceberg costituito dall’inadeguatezza di coloro che - da Enrico Morando in poi - si dicono riformisti all’interno dei Ds. Il distacco di Rossi è la loro sconfitta. A loro l’economista dice che hanno perso. Il paradosso è che, nel momento in cui Rossi va via, a sinistra si crea un ulteriore squilibrio. I riformisti potrebbero divenire maggioranza, ma non vogliono combattere la loro battaglia”. Né basterà - avverte il politologo - rompere le righe e sperare che, aggregandosi nel Partito democratico così com’è stato finora concepito, i riformisti abbiano maggiori chances, perché “nel nuovo contenitore vince De Mita”.
(Nicholas D Leone)




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