Quel fiume di denaro che passa da Torino e finanzia l'Islam
Sulle tracce dei soldi per le moschee e i movimenti
GIUSEPPE LEGATO MASSIMO NUMA
TORINO
Fondi sospetti per le moschee e i centri islamici, dopo l’allarme del ministro Amato. I timori più seri, e recenti, qui a Torino, riguardano forse gli sciiti iraniani. Secondo l’Intelligence, alti dirigenti dei Mujaheddin-elKhalq (Mek), cioè i Guerriglieri Santi del Popolo Iraniano, avrebbero iniziato una colletta tra i propri connazionali residenti in Piemonte. Un lavoro capillare, intenso. Dopo anni di «sonno». Offerte consistenti, migliaia di euro, per un’associazione che predica l’unione tra l’Islam e il marxismo, radicata da decenni in Francia già dai tempi dell’esilio dell’ayatollah Khomeini. La «raccolta» sarebbe avvenuta in case private, non solo a Torino, ma anche in provincia. Quindi a Milano, Roma e in altre città. Nelle note del Sisde del secondo semestre 2006 è scritto che «...il Mek è in una fase di riorganizzazione». In un incontro torinese con Sarvnaz Chitsaz, esponente di primo piano del Movimento Femminile di Resistenza Iraniana, tra il pubblico - entusiasta per un suo attacco al governo iracheno, colpevole di avere espulso i Mek dal proprio territorio e di avere chiuso la storica base di Ashraf - sarebbero stati presenti alcuni «noti esponenti del movimento». Già impegnati nella raccolta di fondi.
Ma la sezione antiterrorismo della Digos, di Torino, iraniani a parte, non ha mai smesso di controllare le moschee e di tentare di ricostruire il flusso dei finanziamenti che provengono dall’estero, soprattutto dal Medio Oriente. L’allarme del ministro Amato, almeno qui sotto la Mole, non coglie impreparato nessuno, tra gli inquirenti. La procura, da tempo, ha organizzato un pool di magistrati che si occupano di questo aspetto dell’immigrazione. In un recente passato - tra il 2000 e il 2003 - erano stati scoperti collegamenti tra organizzazioni islamiche radicali e gruppi di immigrati. In alcune, venivano raccolti fondi per i terroristi ceceni e, in un’occasione, anche per le vedove dei kamikaze che si fecero saltare a Casablanca, provocando decine di vittime. L’aspetto più grave è che la questua iniziò «prima» degli attentati. I promotori di quella sorprendente iniziativa furono poi espulsi dall’Italia. Rimpatriati e affidati all’Intelligence e ai tribunali dei loro Paesi. Sarebbe ingiusto, oggi, rievocare i nomi dei luoghi di culto che frequentavano più assiduamente; nel frattempo gli elementi più estremisti sono stati isolati e, in qualche caso, cacciati.
L’ultima moschea ad aprire i battenti è stata quella di via Saluzzo 18, nel cuore di San Salvario, all’interno di un ex studio medico. I finanziamenti? «Frutto della colletta tra immigrati e del lavoro volontario. In tanti si sono dati da fare, gratis, per completare i lavori», spiegano i fondatori. E poi una particolare attenzione da una grande organizzazione religiosa egiziana, che ha anche inviato in Italia le sue guide spirituali, giovani Imam molto preparati e legati alle tradizioni. Tra gli esponenti torinesi di maggior rilievo, Abdelaziz Khounati e Laity Mustafa dell’Istituto Islamico, M’hamed Abderrahman - appunto - della moschea di via Saluzzo. Poi c’è la realtà di Moncalieri, la cui moschea, che nasce nei locali di un ex magazzino alimentare, duplicherà presto i suoi spazi, grazie all'acquisizione di una seconda porzione dello stabile di via Pininfarina. Costo, 250 mila euro, resta da pagare una cifra di eguale entità, in base al compromesso stipulato con una società milanese.
Spiegava, a suo tempo, Mohammed El Yandouzi presidente del Centro islamico che si colloca nell’area sunnita moderata, «i soldi arrivano dalle offerte dei fedeli e quella di via Pininfarina è la prima moschea del Torinese che entra a far parte del patrimonio della comunità islamica d'Italia, una società di fedeli con sede a Milano». Programmi ambiziosi: una palestra per i bambini e una nuova ala per la preghiera. Poi: «Vogliamo costruire un'aula gli italiani che vogliono imparare l’arabo». La Digos ha tuttora in corso una serie di «approfonditi accertamenti», per ricostruire l’imponente flusso di denaro. Senza misteri, il Centro Islamico di corso Giulio Cesare (sunnita) e la moschea Nnor di via Piossasco, sempre sunnita ma considerata più radicale. Le altre, quelle di via Baretti, via Cottolengo (forte componente salafita) e corso Regina Margherita (sunnita) non hanno segreti per gli investigatori.
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