"Mi trovavo alla Villa di Cargnacco. Per quel giorno d'Annunzio aveva promesso (e la promessa, confermata da lui in mille modi, datava almeno sei mesi) di recarsi in un determinato luogo, per una determinata cosa. Non dico di più per non offendere nessuno.
Messaggeri imploranti erano succeduti alle innumerevoli lettere ed agli ancor più innumerevoli telegrammi d'ardente e disperata sollecitazione.
Le automobili pronte rombavano alla porta da varie ore.
Gli interessati, esasperati dall'attesa, guardavano la casa silenziosa del Poeta.
Le notizie non erano gran che confortanti.
I familiari, da circa dodici ore, non avevano visto il Comandante, che s'era chiuso nella sua stanza da lavoro, nella più impenetrabile clausura; né ardivano infrangerla.
Il tempo passava inesorabile.
Davanti a tanti sguardi supplichevoli, mi armai di coraggio: salii, e osai picchiare alla porta. Dopo qualche istante d'Annunzio comparve. Era vestito di una zimarra da lavoro ed aveva, in viso, un'espressione di serafica tranquillità.
«Ma sai» gli dissi «che oggi è il...» (e gli enunciai la data).
«» mi rispose con semplicità.
«E che sono le due del pomeriggio?»
« Sì.»
«E che devi trovarti a... per le quattro?»
«».
«E che fuori vi sono almeno sessanta persone che ti attendono da ore, come pazzi?»
«
«E allora?»
«Aspetta», mi disse, e andò a prendere qualche cosa in un cassetto. Poi, riavvicinatosi a me, mi mostrò, con un sorriso indefinibile, un piccolo Budda d'argento che teneva nella mano destra: « Leggi cosa v'è inciso sopra!».
Lessi. V'era inciso: «ME NE FREGO»."

Tom Antongini, Vita segreta di Gabriele d'Annunzio , Verona, Mondadori, 1938, pp. 70-71.