di Rino Cammilleri
Sulla prima pagina del «Corriere della Sera» sono giorni e giorni che appare la pubblicità dell’ennesimo libro di Enzo Biagi. La copertina reca la foto dell’anziano giornalista con la bocca allusivamente tappata dal titolo: Quello che non si doveva dire, dove il «non» è in rosso. Sulla fronte di Biagi, la scritta: «Chi ha paura di un maestro di giornalismo e di libertà?».
Lode all’abilità degli editori, che riescono a insinuare l’idea di un libro di rivelazioni esplosive. Invece è solo il sassolino levato dalla scarpa del Biagi, al quale non è andata mai giù la sua defenestrazione (miliardaria, peraltro) dalla tivù a opera del governo Berlusconi, giustamente vendicatosi di un «maestro di giornalismo e libertà» che, coi soldi del contribuente, faceva sfacciata propaganda alle sinistre.
Non abbiamo, naturalmente, letto il libro in questione ma, conoscendo il Nostro, si ha il fondato sospetto che, tra gli argomenti «scottanti», ci siano i soliti ricordi su Eleanor Roosevelt e la rata autunnale del riscaldamento, temi talmente cari al Nostro da averli egli trattati migliaia di volte nella sua sterminata produzione.
Dopo che il Nostro ha assegnato il premio «E’ giornalismo» 2006 nientepopodimenochè a Fabio Fazio, gli scultori stanno già preparando le forme per il monumento a lui e a Giorgio Bocca ai giardini milanesi di via Palestro accanto a quello di Montanelli, essendo essi i tre «grandi vecchi» del giornalismo italiano che quel premio fondarono. Solo che, avendo il governo Prodi reinfilato Biagi in tivù, temiamo che lo scultore dovrà aspettare molto a lungo: com’è noto, i riflettori allungano la vita.
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