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    Predefinito Riflessioni a briglia sciolta

    Non vi aspettate un post metafisico, con un bell'intento chiaro, magari con un pò di verve polemica: questo è un post sconclusionato, di quelli che riproducono le conversazioni un pò malinconiche che un gruppo di amici quali noi siamo potrebbe scambiarsi la sera dopo cena... Volevo solo fare quattro chiacchere ecco.

    Stasera, stanco per il lavoro e per le vicissitudini di una lunga settimana, mi son seduto davanti al pc a gozzovigliare.

    A volte mi capita di mettermi a spulciare qualche vecchio canto alpino... sì, può sembrare strano effettivamente, ma sono un bresciano, e anche se il militare nemmeno l'ho fatto, le penne nere qui sono un pò come le montagne stesse: ci sono, sono parte del paesaggio umano. Sarà che è talmente tanto il sangue che gli alpini su queste montagne dell'Adamello-Brenta hanno versato, che davvero si può dire che le hanno fatte un pò anche loro...

    Ad ogni modo è così: gli alpini li trovi fuori dalla Chiesa col vin brulé alla Messa di Natale, li vedi quando fanno il servizio d'ordine a qualche ricorrenza, o magari li trovi buffi perché anche vestiti dell'arancio fluorescente della protezione civile, non rinunciano al cappello.

    E poi chi è anche un minimo appassionato di montagna (lasciamo perdere gli sciatori, per piacere) sa bene che la gran parte dei passi che può fare verso la cima li deve a quelli che per decenni, dall'inizio del Novecento ad oggi, si son presi cura delle mulattiere e dei sentieri.

    Sta di fatto che mi ascoltavo questa canzone: CLICCA QUI e mentre io vagavo con la mente tra le buie vette di quelle estati di guerra, entra in camera mia madre, per posare delle cose, e si mette a canticchiare:
    " Era una notte che pioveva

    e che tirava un forte vento,

    immaginatevi che grande tormento

    per un alpino che stava a vegliar"


    Mia madre è giovane, e di sicuro l'alpino non l'ha fatto. Eppure i suoi genitori, i suoi parenti ed i suoi amici (e la sua scuola?) le avevano insegnato la canzone.
    Io la canticchio a malapena, e mi sento già un cultore del genere.

    Mah... misteri di una generazione, la mia, a cavallo tra la Tradizione che si perpetua e il modernismo dei maestri di scuola che non possono più nemmeno farti cantare "Venite fedeli", figurarsi "la canzone del Piave".

    E' veramente strana, questa nostra nuova civiltà laico-repubblican-unitaria, non trovate? Da centocinquanta dico CENTOCINQUANT'anni chiede alla gente, la mia gente, sacrifici umani ed economici, e poi nel giro di trent'anni però già si dimentica di te, della tua vita e di quello che t'ha fatto.
    Lo Stato italiano, che brutta bestia! Scaglia la gioventù italica migliore contro nemici che il giorno prima erano alleati, poi ci ripensa e lascia i soldati disarmati nelle mani dell'invasore.

    Un giorno stai con gli Americani, e la NATO è il tuo ombrello che ti protegge dai comunisti, il giorno dopo eccoti qui con i pacifisti sotto casa: noi gli Amerikani non li vogliamo, perché sono cattivi e mettono a morte i dittatori e i terroristi.

    Sapete cosa? Mi sento tanto come il capitàn de la compagnia: http://www.cimeetrincee.it/Canti%20A...20capitano.mp3
    E' triste pensare che dietro al tricolore che sventola sul Municipio del mio paesotto contadino, accanto a quello che dovrebbe essere il manto blu stellato della Vergine d'Europa, si nasconde una realtà così arcigna. E' proprio triste.

    Voi, amici, che ne dite? La gente, la mia gente, si merita di essere trattata a pesci in faccia? Alla fine siamo gente semplice: che ci sia da andare in guerra o da andare a lavorare da mane a sera per tornare a casa solo quando fa mal la schiena, di problemi non ce ne sono poi tanti. Si va, e se possibile magari si canta...

    La tentazione di chiudersi nel proprio cortiletto è forte, sapete? Sì, per carità, l'ospitalità è sacra e il "forestiero" quando arriva è sempre ben accetto, ma alla fine chi ce lo fa fare di sacrificarci per qualcosa che nemmeno conosciamo, che anzi per di più ci tratta con malfidenza e con sospetto? Derisi e oltraggiati, ridotti al lastrico dagli spendaccioni statali, i mmiei anziani non possono uscir di casa per paura di essere rapinati, o magari addirittura di trovarsi l'ospite indesiderato al ritorno.

    E i nostri figli? Che fine fanno i nostri figli, che già dall'asilo imparano che, sì, va bene, loro magari la preghierina alla sera la dicono, ma tanto è tutto relativo, mica è vero che l'angelo custode ti salva dai pericoli se lo preghi con sincerità e bontà di cuore...

    E noi? Noi che versiamo aliquote epropositate per una pensione che sappiamo bene non essere altro che una chimera? Noi che la metà delle nostre ore lavorative le persiamo per pastoie burocratiche e stupidi adempimenti senza senso? Che dobbiamo fare, se poi veniamo presi in giro dal primo furbo che si finge cieco per trent'anni e "percepisce la pensione di invalidità", ovvero ruba una parte del nostro stripendio?

    Oh, ragazzi, capiamoci, non si parla di polentoni vs teròni, o di che altro. Si parla di una autentica lotta per la sopravvivenza della NOSTRA civiltà. Non so se mi spiego...

    •   Alt 

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  2. #2
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    solo una cosa: l'Italia di un tempo NON sputava in faccia ai canti popolari.
    Ricordi la Canzone del "Capitano della compagnia"?

    Con l'avvento della repubblica hanno cambiato la dedica che fa per il primo pezzo....Il capitano comanda che il primo pezzo del suo corpo sia donato al Re d'Italia...nella versione originale, ora invece é sostituito on la repubblica prima con Patria e poi con Italia.
    Comunque il canto era alpino ed era nato dedicandolo al Re.

    La vera Italia, si è unita sui campi di battaglia, con il sangue, con la politica con la P maiuscola, ma nel bene e nel male, trovava adesione popolare, era fatta di valori condivisi, gli italiani si sentivano tutti italiani ed avevano una Patria comune di cui andavano fieri ed orgogliosi anche all'estero se costretti ad emigrare.

    L'Italia era la Patria, Casa Savoia il collante.
    I valori erano quelli tipici di una società cristiana e cattolica, quelli di famiglia, solidarietà etica, amor di Patria e del lavoro fatto bene.

    Quest'Italia é sparita con l'avvento della repubblica prima, che ha privato gli italiani di un collante comune, con la guerra alla Chiesa ed al papa poi, non gestita frontalmente come orasempre, ma attraverso la relativizzazione della società e dei suoi valori.
    Se te d'altronde controlli l'anima delle persone, ne controlli la totalità, incluse le menti.
    Per questo la lotta per l'istituzione monarchica dovrebbe essere condivisa da chiunque si senta conservatore, nonostante le divisioni dinastiche esistenti.
    NOI SIAMO LA VERA ITALIA !
    RICOSTRUIAMO LA NOSTRA PATRIA !

  3. #3
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    Massimo Viglione, L’identità ferita. Il Risorgimento come Rivoluzione e la Guerra Civile Italiana, Edizioni Ares, Milano 2006, pp. 280, € 16.


    L’identità italiana: un’identità «ferita»

    courtesy of: http://www.identitanazionale.it/

    Le elezioni politiche del 9 e del 10 aprile 2006 hanno evidenziato ancora una volta un’Italia divisa in due, che rispecchia due concezioni della vita distanti fra loro.
    Per Massimo Viglione è stato sempre così, almeno per gli ultimi duecento anni della nostra storia, cioè a partire dal 1796, quando le truppe francesi di Napoleone Bonaparte hanno esportato con le armi la Rivoluzione francese in Italia.
    Secondo Viglione, a partire da questa data iniziano tutti i nostri problemi, inclusa la divisione ideologica del nostro popolo. Allora, da una parte, la stragrande maggioranza degli italiani insorge contro l’invasione francese in una guerra che causerà oltre 80.000 vittime, dall’altra, una minoranza d’intellettuali e di nobili, affascinati dalle idee giacobine, non oltre un migliaio, scrive Viglione. Questi ultimi intendono far iniziare una «nuova storia» agli italiani: il 1796 è «l’anno del prima e del poi», come ha scritto François Furet, così come il 1789 lo è per i francesi e per tutto l’Occidente.
    Prima di questa data l’Italia era una società cattolica, aristocratica e contadina, caratterizzata da un’organica armonia gerarchica ― accettata serenamente anche dai ceti meno abbienti proprio per la sua struttura naturale ―, che aveva prodotto una più che secolare concordia sociale. Ma con il 1796 ha inizio qualcosa di fondamentale importanza, un evento che muta per sempre la storia e il modo di pensare degli italiani: la Rivoluzione Italiana. Nel 1796 un uragano storico, politico e militare, come pure e soprattutto religioso si abbatte sulla Penisola dopo secoli di pace, portando con sé la più grave delle eredità: la divisione e l’odio ideologico.
    Per tre anni il «giacobinismo» francese rivoluzionario aggredisce gli italiani, i loro legittimi, secolari e sovrani governi, e, con particolare virulenza, la Chiesa Cattolica. I francesi repubblicani attuano un sistematico ladrocinio e una accurata depredazione del patrimonio artistico e culturale del nostro paese, senza tralasciare di appropriarsi del denaro pubblico: sono profanate chiese e conventi, si spogliano i monti di Pietà, le casse degli ospedali, delle confraternite, dei municipi, le banche, e soprattutto i musei. E rovesciano antichi Stati sovrani, come Venezia, Genova, Napoli.
    Spiegabilmente, alla progressiva conquista dell’Italia da parte degli eserciti francesi, risponde in ogni parte della Penisola una sollevazione straordinaria del popolo italiano. Tale insurrezione, detta Insorgenza per riassumere la miriade di insorgenze popolari locali che la esprimono, fu «nazionale» nel senso geografico del termine, in quanto si estese dalla Val d’Aosta alle Puglie, dalle Calabrie al Trentino.
    Fra le insorgenze più note si ricordano quelle di Milano, Binasco, Pavia, Lugo di Romagna, nel 1796; le cosiddette «Pasque Veronesi», l’anno seguente; ma soprattutto, nel 1799, la Santa Fede, ovvero la rivolta del Regno di Napoli, guidata dal cardinale Fabrizio Ruffo, che abbatte la giacobina Repubblica Napoletana, insediatasi sulle baionette dei francesi nella città partenopea.
    Secondo Viglione l’Insorgenza rappresenta la più grande guerra di liberazione nazionale mai combattuta dalle popolazioni italiane, e anche una delle pagine storiche più gloriose della storia d’Italia.
    Una storia mistificata ― quando non occultata ― negli ultimi centocinquant’anni dalla storiografia nazionale ufficiale, ma da qualche decennio un po’ più messa a fuoco, grazie all’opera di alcuni studiosi, che hanno edito vari saggi e organizzato numerosi convegni proprio al fine di far luce in merito e spiegare agli italiani ignari quanto era stato loro nascosto.
    L’invasione franco-giacobina, argomenta ancora Viglione, fu il primo tentativo concreto e violento di «fare gli italiani», di produrre cioè l’italiano nuovo, laicizzandolo e «repubblicanizzandolo». Ma, a parte qualche gruppo di intellettuali, la risposta delle popolazioni della Penisola fu ovunque la medesima, chiara e precisa: una guerra insurrezionale.
    Gli italiani dimostrarono invece allora di essere un «popolo unito» proprio insorgendo in massa per difendere la loro identità di nazione, quella di matrice cattolica e tradizionale, minacciata da un esercito predone, autore di eccidi e ferocemente ostile alla Chiesa cattolica: non occorre ricordare che Napoleone ha fatto morire un Papa in esilio e ne ha fisicamente tenuto in arresto un altro per anni, osando ciò che neanche Hitler ha avuto il coraggio di attuare.
    Con le insorgenze inizia per Viglione una vera e propria guerra civile italiana. E siamo al secondo tentativo di «fare gli italiani», al cosiddetto Risorgimento, che Viglione denomina più volentieri «Rivoluzione italiana», in quanto è un fatto che il Risorgimento dipenda idealmente dalla Rivoluzione francese, ma anche dal protestantesimo. E politicamente e militarmente è attuato grazie alla Francia di un altro Napoleone, Luigi Bonaparte. Secondo Luigi Salvatorelli, «il Risorgimento si è fatto contro il Papato e non poteva farsi diversamente» (cfr. p. 44). Eccetto la parentesi del 1848, quando si tentò di fare l’unità federativa dell’Italia sotto l’egida di Pio IX, evento fatto fallire, tutto il movimento risorgimentale si sviluppò per far trionfare la «vera Italia», quella di Mazzini e compagni, l’Italia repubblicana, fondata sull’utopia del totalitarismo giacobino.
    Secondo Viglione, i grandi attori del Risorgimento italiano non vollero «fare l’Italia», cioè un’Italia in sintonia con la sua secolare identità e con il consenso della maggioranza degli italiani, bensì una «nuova Italia», a costo di farla con l’aiuto dello straniero e di massacrare, come avvenne negli anni Sessanta nel Mezzogiorno, migliaia di italiani che non si sentivano appunto «nuovi italiani», ma soltanto «italiani».
    E qui torna la profonda radice della divisione degli italiani, della «guerra civile italiana». La stragrande maggioranza di essi non appoggiò mai i moti risorgimentali, né i cosiddetti patrioti; i romani non insorsero mai contro il Papa, tanto meno le altre popolazioni dei regni pre-unitari. Anzi, come detto nel capitolo IX, La guerra civile meridionale, gli italiani del Mezzogiorno, dopo la «marcia trionfale» di Garibaldi con i suoi mille uomini, hanno reagito, prendendo le armi contro la presunta libertà e ricchezza portate dal nuovo governo unitario.
    Così, come sessant’anni prima, gli italiani del Sud si schierarono dalla parte della cattolicesimo e dei sovrani legittimi. Per questo furono chiamati ― come avvenne per i vandeani nel 1793 e per gli insorgenti nel 1799 e 1806 ― «briganti».
    È la seconda guerra civile italiana, condotta da parte dei vincitori con stragi e mezzi terroristici: per reprimere il cosiddetto brigantaggio furono impiegati fino a 120.000 soldati.
    Per giustificare la guerra d’aggressione del 1859-1860 all’Impero austro-ungarico, al Regno delle Due Sicilie e allo Stato Pontificio il Re di Sardegna doveva far credere agli italiani, ma soprattutto alle potenze straniere, che quegli Stati erano realtà infami e corrotte, regimi oppressivi e incivili, e pertanto l’azione cavouriana e garibaldina era non solo giustificabile, ma un’azione di civile generosità. In pratica riguardo agli Stati pre-unitari si creò un’accorta «leggenda nera». Il meccanismo orchestrato da Cavour per realizzare il Risorgimento prevedeva tre strumenti: la diffamazione, l’invasione, il voto. E ogni atto di questa tragedia storica ha i suoi attori: rispettivamente gli scrittori, i soldati, gli elettori.
    Lo studio di Viglione riferisce ampiamente anche del grado di benessere e di civiltà dello Stato Pontificio e del Regno delle Due Sicilie, smascherando le false tesi diffuse dall’élite risorgimentale. Lo stesso fa dell’accusa che da sempre i rivoluzionari facevano al governo della Chiesa, di essere una teocrazia, vale a dire un regime in cui i laici di principio erano esclusi dal governo. Tutto inventato: il diplomatico francese Rayneval scrive che su 5.167 funzionari dello Stato, i laici erano 5.059, gli ecclesiastici solo 98, e di questi ben 62 si occupavano solo di religione, quindi erano in 36 ad avere incarichi di governo effettivi. Era questa l’insopportabile teocrazia da abbattere per il bene della società?, domanda Viglione.
    Per quanto riguarda il Regno delle due Sicilie, soprattutto sotto Carlo e Ferdinando di Borbone furono creati un esercito nazionale, una flotta — la più importante nel Mediterraneo dopo quella inglese — e numerose attività industriali. Molte anche le iniziative culturali: per ogni comune in tutto il Regno si fondarono scuole gratuite per ambo i sessi. Solo in Sicilia il Regno fondò quattro licei, diciotto collegi e diverse scuole normali. Nel 1818 da Napoli salpò la prima nave a vapore italiana. A Napoli fu inaugurata la prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici, nacque il primo telegrafo elettrico in Italia, come pure il primo ponte sospeso. Altro si potrebbe scrivere sulla «barbarie» del Regno borbonico.
    L’ultima parte del volume di Viglione prende in esame gli anni successivi alla fine del Novecento, i vent’anni del fascismo, che, secondo lui, fu in pratica un secondo Risorgimento, anzi, come ha insegnato il filosofo Giovanni Gentile: la Rivoluzione fascista è l’attuazione della Rivoluzione Italiana.
    La cosiddetta guerra civile del 1943-1945 tra fascisti e partigiani è letta da Viglione come la terza guerra civile italiana, anche se i vincitori la considerano una guerra di liberazione, di resistenza, partigiana. I fascisti non erano «italiani», perché avevano fallito nel tentativo di completare il Risorgimento. Anzi erano servi dello straniero invasore, i veri «italiani», vale a dire i partigiani, lottavano invece per la libertà e per l’indipendenza della «nuova Italia». Del resto, si tratta delle stesse accuse che sono rivolte agli italiani insorgenti prima, e ai «briganti» meridionali poi. Il fascismo fu ridotto poi al rango di «male assoluto» dall’antifascismo, il nuovo collante su cui costruire l’ Italia repubblicana.
    Chiunque studi gli ultimi duecento anni della storia d’Italia, non può non coglierne come filo conduttore la violenza, frutto della divisione ideologica, che porta a un fatto evidente, quanto dimenticato. Per Viglione che quello italiano è l’unico popolo al mondo ― almeno nel mondo occidentale ― che negli ultimi duecento anni abbia subito tre guerre civili, la più nota delle quali, quella tra fascisti e partigiani, è in realtà di gran lunga la meno cruenta delle tre.

    Domenico Bonvegna
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  4. #4
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    350 mila, furono 350 mila i volontari "sudisti" della Guardia Nazionale, senza contare ledecine di migliaia di volontari nel Regio Esercito e tra i garibaldini.

    Non contiamo poi che il brigantaggio al Sud c'era sempre stato prima dell'Unità d'Italia e che solo con l'unità fu debellato.

    Se l'unità comportò drammi e scontri, fu una risposta ad ogni modo dello stesso popolo meridionale a chi lo governava prima dei Savoia.
    Fotografie di presunti massacri piemontesi poi, si rivelarono un falso montato negli ani'70 da stampa comunista.

    Non si può ignorare che Casa Savoia, fu casa Reale di Santie Beati ancor prima di grandissimi Re.
    Casa Borbone si riconcilliò con i Savoia poi successivamente, riconoscendo l'unità d'Itaslia.
    Alcuni principi Borbonici servirono Casa Savoia e l'Italia, durante la Prima guerra Mondiale.
    Ricordare chi coraggiosamente servì il suo Re, nelle Due Sicilie, per me é bene e giusto, non lo é infangare l'Italia e Casa Savoia.
    Chi lo fa commette un errore di storia e intelligenza, forse dovuto a scarsità di informazione o al perorare cause anti italiane.
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