Toga rossa a briglia sciolta
di Renzo Rosati
22/10/2004
Fabrizio Quattrocchi, ucciso in Iraq il 15 aprile scorso
La precisazione del Gip di Bari Giuseppe De Benedictis sul «mercenario» Fabrizio Quattrocchi non spiega né giustifica alcunché. Perché quella sentenza rimane: e dimostra che quando un magistrato agisce e parla, le sue azioni e parole sono come pietre. Talvolta gli cadono sui piedi; più spesso sulla testa di qualche innocente
Bisogna augurarsi che Giuseppe De Benedictis non abbia bisogno, come molti suoi colleghi magistrati, di una scorta. Magari di quelle guardie private che anche lo Stato italiano assegna ai suoi servitori più esposti. In questo caso, infatti, i tutori di De Benedictis, secondo la logica stringente del gip di Bari, diverrebbero automaticamente «mercenari, se non gorilla». E se qualche terrorista dovesse prenderli di mira, o addirittura ucciderli, questo «atteggiamento» andrebbe «spiegato, se non giustificato».
QUALE PRECISAZIONE?
La precisazione di De Benedictis, che oggi assicura di considerare un eroe Fabrizio Quattrocchi (che prima di essere ucciso gridò «Vi faccio vedere come muore un italiano») in realtà non spiega né giustifica, per usare le parole del giudice. Perché si sapeva benissimo che Quattrocchi, Umberto Cupertino, Salvatore Stefio e Maurizio Agliana erano in Iraq per fare le guardie del corpo («gorilla»), e che erano stati ingaggiati da un'agenzia di reclutamento.
Che fossero invece dei mercenari (in pratica degli italiani di serie B), e che ciò «spiegasse se non giustificasse» il terrorismo e l'assassinio (in pratica che se la fossero andati a cercare) è invece quel che emerge non solo dalle parole di D Benedictis, ma dal sentimento a suo tempo inespresso di molti. Quanti, a sinistra ma non solo, l'hanno pensato durante il sequestro? Ecco: inconsapevolmente o meno il magistrato di Bari ha dato una forma giuridica a quel sentimento.
POLEMICHE STRUMENTALI
Non per nulla l'ala dura e pura della sinistra, anziché stenderci un velo pietoso, utilizza il dispositivo di De Benedictis come prova: l'Italia ha messo a disposizione di Bush un esercito parallelo, il governo riferisca in Parlamento. Con lo stesso metro, poiché i sequestratori accusavano le due Simone di essere spie, bisognerebbe comprendere (ma non giustificare) le minacce di morte? Chiedere al governo se i nostri volontari sono a Bagdad per fare il doppio gioco?
Ciò che più sconcerta nelle parole del gip non è tanto la mancanza di umanità, di rispetto, di solidarietà patriottica. Sì, c'è anche questo, ma della solidarietà di carta si può fare a meno. È l'uso disinvolto delle parole, la costruzione in quattro e quattr'otto di un teorema da procura per definire una minaccia come il terrorismo e una tragedia come l'Iraq: questo spaventa.
NON E' LA PRIMA VOLTA CHE ACCADE
E non è la prima volta che la categoria dei magistrati, o singoli giudici, usano improvvidamente parole e teoremi. Accade quasi sempre quando, anziché applicare la legge, si indulge alla tentazione della sua interpretazione politica e ambientale. Ora l'incidente avviene mentre la maggioranza tenta di far passare una norma che sottoporrebbe gli aspiranti giudici a test psico-attitudinali. La corporazione come al solito insorge. I più maliziosi insinuano che la sentenza del gip di Bari sui quattro «mercenari» sia agitata ad arte dal centrodestra.
Però resta il fatto che quella sentenza c'è. E di sentenze simili, su vicende umili, se ne trovano ogni giorno a decine in giro per l'Italia. Senza stare a discutere di chi abbia ragione tra magistratura e governo, di certo si sa chi ha torto: magistrati come De Benedictis, così come tanti anni fa quelli del caso Tortora, fanno danno alla loro categoria, ma soprattutto lo fanno ai cittadini dai quali vengono giudicati.
Non bisogna mai dimenticare che quando un magistrato agisce e parla le sue azioni e parole sono come pietre. Talvolta gli cadono sui piedi; più spesso sulla testa di qualche innocente.
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