Così Ratzinger divenne Benedetto
Tradotto il libro di Weigel, biografo di Wojtyla: è la prima ricostruzione dell'elezione del Papa che segna la sconfitta dell'ala cattolica "progressista " di CLAUDIO SINISCALCHI Come arrivò il cardinale Joseph Ratzinger a diventare il successore di Pietro con il nome di Benedetto XVI? Una precisa e pacata ricostruzione dei fatti possiamo trovarla nel bellissimo libro di un eminente studioso e teologo americano, George Weigel: "Benedetto XVI. La scelta di Dio" (Rubbettino, 365 pagine, 18 Euro). Weigel è l'autore del capolavoro biografico di Karol Wojtyla. Un saggio obbligatorio per comprendere non solo lo scorcio conclusivo del XX secolo della storia della cristianità, ma anche per capire lo snodo essenziale della storia contemporanea, determinato dalla caduta del totalitarismo comunista. Il lavoro di Weigel sgombra il campo da troppe semplificazioni, schematismi e forzature ideologiche. Partiamo dalla prima. In realtà Ratzinger non ha sconfitto un candidato alternativo dello schieramento "progressista". Non lo ha sconfitto perché non c'era. La candidatura di disturbo di Carlo Maria Martini non era utilizzabile a causa delle sue condizioni di salute. E la ragione della mancanza di una scelta alternativa deve essere addebitata alla crisi di identità dei "progressisti". «Se il cattolicesimo "progressista" - osserva Weigel - non ha una seria candidatura, non è perché non siano disponibili dei candidati, ma, più probabilmente, perché è andato esaurendosi il cosiddetto progetto progressista, impaziente che la Chiesa cattolica faccia sue le stesse concessioni alla modernità fatte praticamente da tutte le altre comunità cristiane occidentali non-fondamentaliste a partire dalla Seconda guerra mondiale». UNA SCELTA NON SCONTATA Non era così scontato che Ratzinger venisse eletto. Il suo predecessore, Giovanni Paolo II, aveva spianato la strada per una successione naturalmente gradita. Ma fu Ratzinger ad imporsi, giorno dopo giorno, come figura carismatica di riferimento alla quale affidarsi. Il primo segnale del carisma ratzingeriano si manifesta, inaspettatamente, durante l'omelia funebre di don Giussani a Milano. Tettamanzi, che rimarrà il "Papa dei media", è oscurato in quell'occasione dalla forza del discorso del Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Poi Ratzinger, pronunciando in San Pietro l'omelia funebre per Giovanni Paolo II, mostra inequivocabilmente di saper tenere la piazza. Il prefetto di ferro, a dispetto dei suoi detrattori, stava svelando straordinarie capacità di comunicazione pubblica. Il tassello finale Ratzinger lo pone durante l'omelia Pro Eligendo, tenuta davanti ai padri conciliari prima di aprire i lavori del conclave. Il suo discorso è chiarissimo. Centra il pronunciamento sulla «dittatura del relativismo». Sarà il programma, se eletto, del suo pontificato. Chi vuole intendere, ed eventualmente votarlo, conosce da subito la sua posizione. Weigel non ha dubbi: con quel discorso «ha fatto capire precisamente ad ognuno dei votanti quale fosse la sua posizione, e precisamente quale tipo di analisi avrebbe portato al compito della Chiesa nel mondo moderno». Ratzinger, all'interno del conclave, rappresentava l'ultima grande figura vivente del Concilio Vaticano II. Nella vulgata progressista, e nei mezzi di informazione a lui ostili, che non perdono occasione per disegnarne un'immagine caricaturale lontana dalla realtà, Ratzinger viene considerato il nemico del Concilio. Ma egli ha soltanto cercato di correggerne le interpretazioni distorcenti. In special modo si è opposto alla corrente impegnata a ridurre il cattolicesimo ad un protestantesimo liberale. LA LEZIONE DI GUARDINI Filosoficamente e teologicamente Ratzinger aveva individuato nel 1968 la data di esplosione di alcuni processi. Seguendo l'insegnamento di Romano Guardini, che aveva cercato di fare i conti con l'epoca moderna, Ratzinger si era mosso sulla stessa linea d'onda, aprendo un dibattito serrato con la società postmoderna. Guardini aveva notato come la Chiesa nel corso della modernità era rimasta priva di riferimenti culturali e spirituali. Ratzinger stava avvertendo lo stesso sconcerto di Guardini. Nell'estate del 1969, professore a Tubinga, si trovò tra le mani un opuscolo sconcertante, dove stava scritto: «Che cos'è la croce di Gesù se non l'espressione di glorificazione sado-masochista del dolore?». Per contrastare questa tendenza, bisogna pur far qualcosa. Il successo internazionale della sua opera maggiore, "Introduzione al cristianesimo", venuta alla luce proprio per reazione a quel contesto, chiarì il percorso da seguire. Battersi contro il marxismo, la demitizzazione e il freudismo imperante nelle facoltà teologiche. Rileggere il Vaticano II e limitarne tutte le forzature operate dalle frange più estremiste come la teologia della liberazione latino-americana. Opporsi alla decadenza culturale europea e alla «dittatura del relativismo». NON SERVE GODOT MA BENEDETTO Il filosofo americano Alasdair MacIntyre in un suo celebre saggio, "Dopo la virtù", del 1981, parlando della confusione morale dell'Occidente, notava: non dobbiamo aspettarci un Godot, ma un nuovo San Benedetto, capace di ergersi contro l'attuale barbarie rappresentata dalla deriva nichilista e relativista. E il nuovo San Benedetto è arrivato. Un teologo battista, Timothy George, su "Christianity Today", ha individuato la forza di papa Ratzinger in cinque capisaldi: prende la verità seriamente; la sua teologia è incentrata sulla Bibbia; il suo messaggio è cristocentrico; è agostiniano in prospettiva; difende la cultura della vita. Naturalmente ciò preoccupa i detrattori di Benedetto XVI. Ne è cristallino esempio il libello anonimo "Contro Ratzinger 2.0. Scontro di civiltà e altre sciocchezze" (Isbn Edizioni, 60 pagine, 6,80 Euro). Nel pamphlet si ipotizza addirittura come il Pontefice possa favorire una sorta di Santa Allenza dei monoteisti, con musulmani ed ebrei. Il vero nemico da abbattere non è dunque l'islam, ma il neo illuminismo postmoderno. Lasciamo da parte queste fesserie. Il ruolo che spetta a Ratzinger è ben diverso. Basta prendere in esame il modo come ha gestito la vicenda del cardinale polacco Wielgus. Il comunismo, del quale la Chiesa ha sempre avuto una visione lucida, cadendo rapidamente e rovinosamente, ha lasciato un'eredità difficile da gestire. Un'eredità talmente vischiosa da non far sconti a nessuno, neppure alla coraggiosa Chiesa polacca. Ma per uscire fuori da certe ambiguità c'è bisogno di determinazione e coraggio. Benedetto XVI non ha mostrato tentennamenti nella vicenda. Ha intuito la gravità e imposto una linea chiara. Lech Walesa, recentemente, ha invocato un nuovo Mosè, capace di far traversare il deserto al popolo polacco per purificarsi. Ma è l'intera Europa bisognosa di un Mosè al quale affidare il proprio destino e la salvaguardia della propria identità. Molti fantasmi si aggirano per il nostro continente: il passato dell'ideologia comunista, il relativismo morale, il sincretismo religioso. E troppi profeti di sventura sono in attività. Ha ragione Walesa: abbiamo bisogno di un nuovo Mosè. All'orizzonte ne vediamo soltanto uno capace di ricoprire questo ruolo: Benedetto XVI. LIBERO 18 gennaio 2007




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