Il problema della nostra politica estera è che non è estera.
Roma. E’ stata una famosa battuta di Sergio Romano quella secondo cui “il principale interesse nazionale italiano consiste innanzitutto nell’approntamento degli strumenti per la potenza e per l’azione internazionale dell’Italia”.
Fu un altrettanto famoso giudizio quello espresso nel 1938 dall’ analista diplomatico inglese Harold Nicholson e per il quale “l’obiettivo della politica estera italiana è di ottenere con il negoziato più importanza di quel che è il peso reale del paese”.
E risale a tempi ancor più antichi la battuta sui Savoia che finivano una guerra dalla stessa parte in cui l’avevano iniziata “solo se hanno cambiato fronte un numero pari e non dispari di volte”.
Frecciate che tirano in ballo la stessa diversità antropologica dell’Italia come paese di Machiavelli, e che sono quindi sempre in agguato nel giudicare dall’esterno le ultime giravolte di politica estera del governo dell’Unione.
Al contrario, per un analista interno al sistema Italia può diventare forte la tentazione di sottolineare la soluzione di continuità del primo governo nella storia nazionale con un così forte e determinante peso della sinistra radicale.
“Una sinistra radicale assolutamente non all’altezza delle sfide culturali di un mondo come quello di oggi”, osserva il politologo e storico dei partiti politici Roberto Chiarini, uno studioso di cultura riformista che si è occupato molto anche della storia della destra italiana e dei temi dell’identità e della memoria.
“Vediamo i Verdi. Vorrebbero essere la punta di lancia della modernità, ma da un po’ di tempo a questa parte in Italia sulla politica estera non riescono a fare altro se non ripetere i luoghi comuni del veteromarxismo più becero”.
Più in particolare, secondo Chiarini la sinistra radicale non ha neanche una vera e propria politica estera, ma solo un fondo di ideologismo che invece degli interessi nazionali concreti agita valori simbolici o astratti.
“La sinistra radicale è delusa da Prodi su Vicenza, e allora che chiede? Prepariamo una exit strategy sull’Afghanistan…
E che c’entrano le due cose tra di loro? L’unica logica che riesco a intravedervi è: abbiamo fatto un favore agli americani da una parte; controbilanciamo facendogli un dispetto dall’altra”.
Non ci sono però solo i Verdi e la sinistra radicale nella maggioranza. E la decisione su Vicenza dimostra appunto che non sono loro alla fine a decidere. “Ma è un po’ in tutta l’Unione che, al di là delle affermazioni insistite di riformismo, si conserva nella memoria un fondo di identità pregressa pronto a rispuntare fuori ogni volta che il velo dell’ufficialità viene rotto da una nuova emergenza”.
Dato alla sinistra quel che è della sinistra, però, anche Chiarini ammette che il problema è più ampio. “E’ tipico della sinistra cercare i gesti più delle politiche. Ma in Italia la mancanza di un ceto politico italiano in grado di individuare quelli che sono i nostri interessi nazionali è un problema ampiamente trasversale”.
E’ un’analisi, quest’ultima, su cui è ampiamente d’accordo Alberto Indelicato: un diplomatico di carriera che fu non solo nostro rappresentante presso varie organizzazioni internazionali, ma anche ultimo ambasciatore italiano presso la Repubblica democratica tedesca, esperienza da cui derivano sia una storia della Ddr, sia un vivace libro di memorie.
“La politica estera italiana è anguillesca non per una particolare vocazione machiavellica del nostro corpo diplomatico, ma perché una diplomazia professionale deve eseguire quel che stabilisce la classe politica, e la classe politica italiana non sa che fare perché ha smarrito la propria stella polare”.
Secondo lui, il grande punto di svolta è stato con la fine della Guerra Fredda, negli anni che vanno tra il 1989 e il 1991. “Certo, anche allora c’erano l’antiamericanismo della sinistra Dc, da Dossetti a Moro. Ma gli Stati Uniti e la Nato erano comunque il grande punto di riferimento”.
C’è una storia che circola da anni in diplomazia, secondo la quale quando crisi di governo o difficoltà di comunicazioni non permettevano ai nostri rappresentanti negli organismi europei di ricevere in tempo le istruzioni su come comportarsi alle riunioni, la regola empirica era: “Fate sempre il contrario dell’Olanda”. Di cui qualcuno aveva appurato che aveva sempre interessi contrari ai nostri. Senza confermare questa che forse è solo una leggenda, anche se ben trovata, Indelicato ricorda comunque istruzioni che dicevano: “Guardate quello che fanno gli Stati Uniti, guardate quello che fa la Francia, guardate quello che fa la Germania”. “Ma adesso – spiega Indelicato – la Francia non si sa più che cosa sta facendo, perché c’è una campagna elettorale in corso”.
Dunque, per sei mesi continueremo ad annaspare, anche al di là dei veti della sinistra radicale. Indelicato tiene a ricordare i numerosi casi in cui le nostre devianze rispetto a Stati Uniti e a Europa sono state appunto bipartisan. Da Berlusconi che stringe la mano a Hugo Chávez, anche lui, e assieme poi telefonano ad Aida Yespica, alla concordia tra Berlusconi e D’Alema sull’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, all’atteggiamento altrettanto unanime a favore di Putin.
La culla di Machiavelli
“Nella politica estera italiana regna sempre la stessa logica”, concorda l’editorialista del Corriere della Sera Piero Ostellino, politologo di impostazione liberal-terzista.
“Una logica di metodo più ancora che di contenuti, e secondo la quale la politica estera non importa all’elettorato, ma è solo un fattore di divisione all’interno delle coalizioni politiche. Governi la destra, governi la sinistra, la politica estera è sempre condotta in base a considerazioni di carattere interno. E neanche interno al paese, ma interno al governo. Perché non si pensa che la politica estera del governo debba dipendere dalle convenienze del paese o da un consenso bipartisan, ma dalle convenienze del governo del momento. Quindi possiamo cominciare una guerra guerreggiata da una posizione finirla dall’altra; cominciare con il filo-americanismo e poi finire nell’antiamericanismo, o viceversa”.
- segue –
da il Foglio
saluti




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