La nuova dottrina militare russa e la deterrenza nucleare
--------------------------------------------------------------------------------
Franco Apicella, 2 marzo 2007
--------------------------------------------------------------------------------
Da alcuni mesi si sta parlando di una nuova dottrina militare russa destinata a sostituire l’edizione 1993, aggiornata con alcune varianti introdotte dal presidente Putin nell’aprile 2000. La Pravda annunciava il 19 settembre 2006 che il governo avrebbe dovuto esaminare una prima bozza preparata da esperti del ministero della Difesa. Lo scorso 20 gennaio si è svolta una conferenza a Mosca presso l’Accademia delle scienze militari; a premessa dell’evento il generale dell’esercito Makhmut Gareyev, direttore dell’istituto, aveva ha rilasciato un’intervista in due parti pubblicata da Ria Novosti il 17 e 18 gennaio.
Gareyev individuava nei fattori ecologici ed energetici “le principali cause di conflitti politici e militari nei prossimi 10-15 anni”. Non ci sarebbero alternative al mondo multipolare, i cui maggiori centri di influenza sono – secondo il generale – Usa, Ue, Russia, Cina e India. “L’attuale equilibrio mondiale di forze rende più ragionevole per la Russia cooperare – avendo sempre come sicuro riferimento l’Onu - con Nato, Osce, Ue, Cina, India e altri Paesi interessati”. Da notare il ruolo di preminenza istituzionale attribuito all’Onu che Putin ha poi rimarcato con forza a Monaco il 10 febbraio e l’omissione degli Usa, già citati come centro di influenza ma in questa frase relegati tra gli “altri Paesi interessati”.
Primi nella lista delle potenziali minacce individuate da Gareyev sono “tutti gli sforzi di certe forze internazionali e Paesi leader che minacciano la sovranità della Russia e i suoi interessi economici e di altra natura”. Il riferimento agli Usa e alla Nato è appena velato e diventa esplicito nelle frasi successive quando il generale parla di Ucraina, Georgia e Kirghizistan e della Nato accusando i vertici dell’Alleanza di “vedere persino nelle variazioni di prezzo delle risorse energetiche una specie di aggressione”. A Monaco Putin era stato ancora più esplicito dipingendo uno scenario mondiale unipolare in cui gli Usa “hanno travalicato i propri confini in ogni modo”.
Coerenti con questa visione sono le reazioni allo schieramento dei sistemi di difesa antimissile Usa in repubblica Ceca e Polonia. Già Putin nella sua lunga conferenza stampa del 1° febbraio al Cremino aveva trattato l’argomento, l’unico in materia di politica di difesa affrontato in quella occasione. La Russia non crede alle rassicurazioni degli Usa secondo cui il sistema sarebbe mirato a contrastare le minacce missilistiche di Stati come l’Iran o la Corea del Nord. Putin ha sostenuto la sua tesi anche con argomenti tecnici, ma di fatto ciò a cui si sta assistendo è un gioco delle parti.
Gli Usa sono convinti di avere raggiunto – o quasi – la nuclear primacy, la capacità di distruggere in un solo attacco tutto il potenziale nucleare di qualsiasi aggressore, la Russia innanzitutto. La Russia non può permettersi di sottostare a questo ricatto e intende rigenerare la propria capacità di deterrenza in un modo asimmetrico, così come lo ha definito lo stesso Putin. Al di là delle dichiarazioni forse opinabili secondo cui i nuovi missili balistici sarebbero in grado di superare ogni difesa – inclusa quella di previsto schieramento in Polonia e Repubblica Ceca – resta comunque alla Russia una capacità nucleare con cui gli Usa devono fare i conti.
La deterrenza non sta più nella capacità di mutua distruzione assicurata (Mad) ma nelle perdite causate agli Usa da un eventuale attacco russo che, per quanto marginali rispetto a una catastrofe nucleare planetaria, sarebbero in ogni caso inaccettabili sul piano politico. Quanto basta per mettere in discussione l’onnipotenza nucleare Usa. Si spiega così la priorità attribuita da Putin all’ammodernamento del suo deterrente che finirà per condizionare tutta la nuova dottrina militare russa.
Il generale Gareyev ha chiarito l’immanenza della minaccia nucleare sugli scenari di crisi convenzionali con questa frase: “Le guerre future saranno condotte con armi convenzionali ad alta precisione nel contesto di una minaccia nucleare permanente. Se la Russia dovesse fronteggiare uno schieramento di forze estremamente sfavorevole in tutte le direzioni strategiche, le armi nucleari rimarrebbero il deterrente strategico più importante e affidabile contro un aggressione esterna”.
Il 15 febbraio a Mosca il capo di stato maggiore della Difesa russo, generale Yury Baluyevsky, aveva prospettato la minaccia di un ritiro unilaterale dal trattato Inf (Intermediate range nuclear forces). Non è stata una semplice reazione allo schieramento antimissile Usa in Europa, piuttosto un altro passo verso il mantenimento di quella capacità di deterrenza asimmetrica voluta da Putin.
Toni più concilianti invece ha usato Gareyev nel riferirsi a generici “pericoli transnazionali che possono essere fronteggiati solo con strumenti transnazionali”. Il generale ritiene “possibile demarcare zone di responsabilità tra la Nato e la Csto (Collective security treaty organization, l’istituzione che riunisce intorno a Russia, Bielorussia e Armenia quattro repubbliche centro asiatiche ex sovietiche). L’intento politico è chiaramente provocatorio nei confronti dell’espansionismo della Nato, inaccettabile agli occhi di Mosca. Non va comunque sottovalutata la visibilità sempre maggiore che la Russia conferisce alla Csto quasi a suggerire l’idea di una versione attualizzata del confronto tra Nato e Patto di Varsavia.
L’intervista di Gareyev e le dichiarazioni di Baluyevsky erano in sintonia con il discorso di Putin a Monaco e indirettamente avallate dal ministro della Difesa Sergei Ivanov presente lo scorso 9 febbraio al vertice Nato di Siviglia. Ora Ivanov ha lasciato l’incarico di ministro della Difesa per dedicarsi a tempo pieno alle sue funzioni di vice primo ministro con delega sull’industria, compresa ovviamente quella della Difesa. Al suo posto è stato nominato Anatoly Serdyukov, già responsabile dei tributi federali.
La nomina di Ivanov (che sarà responsabile della sicurezza nazionale e delle politiche di industria, trasporti, comunicazioni e scienza, inclusi il nucleare e la protezione ambientale) è stata interpretata come una possibile investitura alla successione di Putin. Contemporaneamente però sembra essersi abbassato il profilo del ministro della Difesa fino a oggi mantenuto al massimo livello. Con l’attenzione concentrata sul dopo Putin, sembra poco probabile che la nuova dottrina possa vedere la luce in tempi brevi, a meno che non sia già stata definita sotto il mandato di Ivanov e tenuta in serbo per essere ufficilmente pubblicata in una prossima occasione.
Fonte: www.paginedidifesa.it





..

