I giochi pericolosi di Teheran
Bernard Guetta, France Inter, Francia
Il 2 febbraio il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha fatto un gesto distensivo, dicendo che Teheran “non avrebbe problemi” a far arricchire il suo uranio all’estero. È sembrato che Ahmadinejad rilanciasse il compromesso proposto lo scorso ottobre: far arricchire l’uranio iraniano in Russia e poi farlo lavorare in Francia, a un livello e a condizioni che ne avrebbero impedito l’impiego per scopi militari. Il 5 febbraio il suo ministro degli esteri ha ribadito il concetto: “Un accordo è vicino”.
Invece due giorni dopo Ahmadinejad ha annunciato che l’Iran arricchirà da solo il suo uranio al 20 per cento. Non è ancora il livello necessario per produrre armi atomiche, ma è un nuovo passo verso la bomba. Il regime ha cambiato idea in sei giorni ed è passato subito dalle parole ai fatti, annunciando l’inizio delle operazioni di arricchimento nel sito di Natanz.
Contrariamente alle apparenze, non c’è nulla d’irrazionale in questo atteggiamento. I leader iraniani dicono una cosa e poi la smentiscono deliberatamente,
per ottenere due obiettivi. Innanzitutto, per dividere le grandi potenze ed evitare nuove sanzioni contro la repubblica islamica. Quando adottano posizioni distensive, lo fanno sia per alimentare le speranze della Casa Bianca, che cerca una soluzione diplomatica, sia per frenare l’irrigidimento di Mosca e fornire argomenti alla Cina. Pechino infatti non vuole nuove sanzioni, perché Teheran gli vende il petrolio e perché vuole approittare delle difficoltà economiche e diplomatiche di Washington.
E così, dall’ottobre scorso l’Iran ha cambiato spesso idea, cercando di rinviare le sanzioni e di proseguire nel frattempo la sua avanzata verso la bomba. Ora il gioco è chiaro, ma gli episodi degli ultimi giorni sono legati anche alla politica interna. Questa settimana il regime ha fatto di tutto per far salire la tensione internazionale: non contento del suo annuncio sull’uranio, ha reso pubblica
una dichiarazione dell’ayatollah Ali Khamenei, secondo cui “la distruzione d’Israele è imminente, se Dio vuole”.
Tutto questo ha un unico obiettivo: spingere l’occidente a fare la voce grossa, così il governo iraniano potrà dire che la patria è in pericolo e che gli oppositori sono tutti traditori e agenti stranieri. È un tipo nuovo di provocazione, diplomatico-poliziesca.