



Il decreto Mastella e le parole di Napolitano.Due pericoli per la democrazia e la verità storica*****************Quando si chiede come mai nonostante le Risoluzioni dell'ONU o del Parlamento Europeo l'Italia non abbia mai adottato sanzioni verso Israele per le ripetute violazioni dei diritto internazionale e dei diritti umani, ministri, politici, funzionari della Farnesina allargano le braccia sconsolati affermando che "Israele rimane un paese speciale" di fronte al quale tutti i meccanismi della legalità internazionale cessano di funzionare rispetto a come agiscono verso tutti gli altri paesi (ad eccezion fatta per gli USA). Israele - secondo una sorta di senso comune - è infatti la riparazione della storia e dell'occidente all'orrore dello sterminio nazista e delle persecuzioni subite in Europa. Ma la questione israeliana, sia per le ingerenze della sua ambasciata in Italia, sia per gli effetti politici prodotti nel dibattito sulle scelte di politica estera, ha cessato di essere solo un problema internazionale per entrare a viva forza anche nella politica interna.
Alcuni studiosi statunitensi, hanno pubblicato ampi saggi in cui documentano ampiamente come Israele condizioni la politica estera statunitense. (1) Questi interventi, ovviamente, hanno innescato polemiche e repliche durissime ma niente, se non l'opportunismo o la subalternità, può impedire ai saggi di John Mearsheimer e Stephen Walt o di James Petras, di aver messo i piedi nel piatto e di aver denunciato una situazione reale. Gli anatemi sull'antisemitismo anche questa volta non reggono. Non regge neppure l'altro anatema: quello di aver mutuato le teorie complottistiche che spianano la strada all'antisemitismo e non regge neanche l'accusa che spesso le autorità israeliane e i gruppi sionisti muovono agli ebrei che si schierano contro Israele: quella di odiare se stessi.
La parole di Napolitano e le leggi di MastellaMa i tre anatemi in questione, utilizzati a secondo di chi di volta in volta deve essere colpito e neutralizzato, sono esattamente gli stessi sotto i quali la stragrande maggioranza della sinistra e degli intellettuali democratici italiani capitola quando deve prendere posizioni critiche verso Israele.Adesso questo sistema di scomunica/anatema è diventato dottrina ufficiale nel nostro paese attraverso le parole del Capo dello Stato, il Presidente Giorgio Napolitano, e attraverso un disegno di legge che - ammantato della buona intenzione di impedire discriminazioni e incitamenti agli odi di razza, sesso e religione - rischia di mandare in galera tutte le opinioni dissonanti. Alcune di queste possono e debbono essere ripugnanti e ripudiate, ma il DdL Mastella contiene anche altri rischi: mandare in galera la gente sulla base di un reato di opinione ed piegare queste opinioni ad una verità di Stato fortemente condizionata da gruppi di pressione particolare.
Quando si parla di Israele, scatta infatti lo stesso meccanismo che blocca la legalità internazionale: Israele resta un paese speciale verso il quale le categorie, le parole, le scelte politiche valide erga omnes non valgono più.
La sinistra italiana ed europea dunque assume su di se il senso di colpo dell'occidente che organizzò e chiuse gli occhi di fronte allo sterminio, alle persecuzioni, alle leggi razziali. La stessa sinistra crea così le condizioni non solo per rimuovere il fatto storico che anche contro quello sterminio e le leggi razziali impugnò le armi, organizzò la resistenza, condivise con gli ebrei lo sterminio dei campi di concentramento, la voglia di riscatto e la lotta per libertà, ma crea anche le condizioni politiche, culturali e psicologiche per cui allo stato degli ebrei - Israele - può ancora oggi essere consentito tutto anche quando ciò produce morte, sopraffazione e deportazione di un altro: quello palestinese. E' una distorsione inaccettabile della storia e della realtà odierna contro cui occorre aprire una battaglia politica e culturale a viso aperto e senza tentennamenti.
Ma la gran parte della sinistra italiana ha via via introdotto un'altra gravissima distorsione nell'analisi della realtà quando si parla di Israele. Viene infatti assunta come verità il fatto che "Israele è l'unica democrazia del Medio Oriente". Sulla base di questo assioma, tutte le forze dell'occidente - siano essere reazionarie e neoconservatrici o progressiste e liberali - non possono che schierarsi al fianco di Israele sempre e comunque nei suoi contenziosi con il mondo arabo. Dal punto di vista politico, questa tesi è ancora peggiore della subalternità politico-psicologica prima segnalato. Assume infatti una asimmetria clamorosa come punto di partenza per ogni ragionamento che va assai oltre l'equidistanza tra le ragioni dei palestinesi e quelle israeliane, posizione questa già di per se ingiustificabile di fronte alla realtà.(2)
In questa tesi infatti vi è l'assunzione piena e rinnovata della logica colonialista, per cui anche il peggiore occidente era più avanzato e civile del migliore popolo colonizzato. Ma non solo, vi è anche l'ossimoro implicito per cui un paese può essere democratico con i suoi cittadini ma oppressore e razzista verso tutti gli altri. La realtà israeliana questa contraddizione la esprima tutta intera e non occorre avere più alcuna paura delle parole nell'indagarla e nel definirla.
Il sionismo è una ideologia reazionaria da combattere apertamenteIsraele come stato confessionale, è un orrore della storia prodotto da un altro orrore. E' uno Stato che non si è potuto dotare di una Costituzione perché l'identità su cui fondarsi non è riuscita ad essere altro che "lo Stato degli ebrei". E' uno Stato fondato su una ideologia nazionalista come il sionismo che separa nettamente gli ebrei dagli altri.
Piero Fassino nell'assemblea di Sinistra per Israele, non solo ha affermato che in "Medio Oriente non esistono torti da una parte e ragione dall'altra" (cosa molto, molto discutibile) ma ha usato un paragone sballato quando parlando del sionismo lo ha paragonato al movimento che portò al Risorgimento italiano. Il Risorgimento infatti puntava all'unità del paese e alla cacciata degli austriaci ma ha anche prodotto l'annessione violenta e la colonizzazione del Tirolo, dell'Istria, della Dalmazia, finanche l'invasione della Libia (intesa proprio come risarcimento). In sostanza - essendo movimento nazionalista a egemonia borghese - ha prodotto anche l'ideologia fascista. Le cosiddette componenti progressiste del sionismo, sono state liquefatte e neutralizzate proprio con la nascita di Israele dove il sionismo si è fatto Stato ed ideologia di Stato, dando applicazione ad una politica di colonizzazione violenta che ha espulso migliaia di palestinesi, ha escluso i non ebrei dalla piena gestione dello Stato, ha costruito concretamente un regime di apartheid interno (verso gli arabi-israeliani) e un modello colonialista verso i territori palestinesi occupati. Su Israele come sistema di apartheid esiste una documentazione immensa dal punto di vista storico, giuridico ed anche (per i più pigri) giornalistico (2) che solo l'inerzia o la complicità della politica ha saputo o potuto ignorare quando si parla di Israele come "unica democrazia del Medio Oriente".
Il rischio di diventare silenti e compliciLa sinistra italiana ed europea dovrebbe dunque scrollarsi da dosso ogni paura delle parole e recuperare categorie, linguaggi e iniziativa politica che consentano di denunciare i crimini israeliani o le violazioni della legalità internazionale né più né meno che per altri paesi. Che impongano ai propri giornali e ai propri leader politici di chiamare i "territori" come si devono chiamare cioè "Territori Occupati Palestinesi". Che consenta di affrontare senza alcuna timidezza i settori e le personalità reazionarie del sionismo italiano quando interferiscono con la dialettica democratica del nostro paese. Che consenta di riaffermare come oggi in Medio Oriente ci sono occupanti e occupati, che gli occupanti hanno torto e gli occupati hanno ragione da vendere, che gli occupanti sono gli israeliani e che gli occupati sono i palestinesi e che si vuole veramente la pace in Medio Oriente essa deve essere fondata sulla giustizia riconoscendo storicamente, politicamente i torti inflitti da Israele alla popolazione palestinese. Il risarcimento della storia verso gli orrori della Seconda Guerra Mondiale c'è stato. E' tempo che la sinistra e i governi europei ( a cominciare da quello italiano) mettano mano al risarcimento verso i palestinesi. Dire e fare altro diventa complicità con gli orrori di oggi, in Palestina come in Iraq.
* a cura della redazione di Contropiano
Note:
(1) Jhon Marsheimer e Stephen Walt: "La lobby israeliana e la politica estera degli Stati Uniti reperibile in www.lrb.co.uk. . James Petras: "Perchè è cos' importante condannare Israele e la lobby sionista". In Italiano vedi il sito www.forumpalestina.org
(2) Proprio per combattere la tesi dell'equidistanza tra causa palestinese e diritto di Israele nel 2003 è stato pubblicato "L'impossibile simmetria. Palestina e Israele nell'epoca della guerra infinita", Quaderni di Contropiano
(3) Uri Davis. "Israele perché è apartheid"(Israel an apartheid State, Zed Books, London 1997). Vedi anche il più recente saggio di Ilan Pappe "Il ripiego etnico", tradotto da Marco Perugini e disponibile sul sito del Forum Palestina (in documenti)




Il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, in occasione della Giornata della Memoria, porterà in Consiglio dei ministri un disegno di legge che punisce, anche con la reclusione, "chi nega, a parole o con uno scritto, l'esistenza dell'Olocausto". La norma si estende anche all'ambito universitario e riguarda quei docenti che illustrino le tesi degli storici e degli studiosi 'negazionisti' in modo asettico, senza condannarle in modo esplicito. Sarà creata una nuovissima fattispecie di reato, quella di "negazionismo della Shoah ".
Credo che nemmeno negli Stati più totalitari esista, e sia mai esistito, un reato di questo tipo. Si sono perseguite, ovviamente, le ideologie e le idee avverse o non ortodosse, ma mai chi nega dei fatti storici o presunti tali. Bisogna tornare, forse, alle epoche più buie della Santa Inquisizione per trovare persecuzioni contro chi non solo negava i dogmi della Chiesa ma anche i fatti su cui si fondavano.
E' una norma liberticida, con la quale uno Stato liberale, democratico e di diritto (ma non ci siamo solo noi, in Germania, in Austria, in Belgio, in Polonia, nella Repubblica Ceca, in Slovacchia esistono già leggi simili) rinnega i suoi fondamenti, la sua cultura e la sua storia. Dopo le drammatiche esperienze di Giordano Bruno e Galileo Galilei e con l'avvento dell'Illuminismo, il diritto alla libertà di opinione e alla libertà di ricerca è uno dei capisaldi del mondo occidentale, liberal-democratico. Una democrazia, se vuole essere tale, deve accettare anche le opinioni che le sono più ostiche e che le paiono più aberranti. E' il prezzo che paga a se stessa. Altrimenti non è più una democrazia. L'unico discrimine, in democrazia, è che nessuna idea può essere fatta valere con la violenza.
E' lo stesso motivo per cui anche la legge Mancino, del 1993, che punisce l'odio razziale, etnico, religioso, è una norma liberticida. L'odio è un sentimento e non si possono mettere le manette ai sentimenti. Io ho diritto di odiare chi mi pare. Ma se torco anche un solo capello a chi odio devo andare dritto e di filato in galera.
Afferma Mastella: "Negare l'Olocausto significa che quel che è stato documentato è falso. E quindi si tratterebbe di un'offesa alla memoria e alla Storia". Ma se non si può più offendere la memoria e la Storia, non si può più parlare, se non nei termini del più stretto 'politically correct'. La fattispecie, istituendo un precedente, potrebbe avere interessanti estensioni. Si potrebbe punire chi nega l'esistenza storica di Cristo (perchè offende i credenti), chi nega il rogo di Giordano Bruno (perchè offende i laici), chi nega i delitti del comunismo, chi quelli del colonialismo, chi afferma che la battaglia di Waterloo non c'è mai stata.
Le democrazie trionfanti sembrano impazzite. Non accettano più nulla che sia diverso da ciò che esse hanno stabilito come giusto, documentato e irrivedibile. E per quel che riguarda specificamente l'Olocausto non si rendono conto di fare, con leggi di questo genere, degli storici e degli studiosi 'negazionisti' dei martiri e dei perseguitati mentre, con tutta probabilità, son solo dei cialtroni (che gli ebrei sterminati siano eventualmente quattro milioni invece di sei è irrilevante). Ma essere cialtroni non è mai stato considerato un reato.
Premetto (perchè in questo clima di intolleranza montante bisogna fare anche di queste premesse - ed è già di per sè significativo) che mia madre, Zinaide Tobiasz, era un'ebrea russa che ha visto l'intera sua famiglia falciata dai nazisti e che quindi anch'io sono, sia pur indirettamente (come ormai quasi tutti), una vittima dello sterminio degli ebrei. Chi nega questo sterminio certamente mi offende. Ma la più generale libertà di opinione e di ricerca è più importante della mia offesa. Quindi sfido la nuova legge liberticida e voglio vedere chi avrà il coraggio di applicarla: io nego l'olocausto.
Massimo Fini
Uscito su "Il gazzettino" il 24/01/2007


Non sono molto addentro in tali questioni, ma la fonte ispiratrice dello stato ebraico non è la fedeltà al patto con Dio e alla missione di realizzare in Sion la volontà e la Giustizia Divina?
Quindi Israele ha un'origine teocratica e negarne la fonte ispiratrice cioè Dio significa negare un fatto religioso e non politico o sociale. Per cui Napolitano ci invita non solo a non essere antisionisti ma a credere nel Dio di Israele quale portatore di verità assolute.
Sogno o son desto?


Probabilmente, credo, voleva solo legittimare il sionismo come movimento politico fondante Israele... Mah, inizio a pensare che questa gente non sappia proprio di cosa parla... O, se lo sa, le cose stanno davvero prendendo una brutta piega... Altro che "equivicinanza"!!! Questi sono tutti sionisti!


Una legge contro il revisionismo storico italiano?
Carlo Mattogno
Nell'annuncio del suo disegno di legge contro il “negazionismo” in Italia, il ministro della Giustizia Clemente Mastella ha dichiarato:
«Negare che quei fatti sono avvenuti significa che quello che è stato documentato è falso. E' quindi un'offesa alla memoria e alla storia».
Qui c'è già un errore essenziale che deriva dalla falsa assunzione che il revisionismo storico abbia una connotazione meramente “negativa”, donde, appunto, l'impiego da parte dei suoi detrattori del termine “negazionismo”.
In realtà il revisionismo storico afferma che presunti fatti sono stati falsamente documentati dagli storici olocaustici. E lo dimostra sul piano storico, documentario e tecnico.
Senza falsa modestia e senza presunzione, il revisionismo storico in Italia sono io, Carlo Mattogno, perciò questo disegno di legge è diretto c ontro di me.
La cosa non mi stupisce. Allo stesso modo è stato già tacitato il ricercatore revisionista tedesco Germar Rudolf, dopo un'estradizione dagli Stati Uniti in Germania, dove è attualmente sotto processo per delitto di leso Olocausto.
Per quanto mi riguarda, all'inizio c'è stato qualche timido tentativo di critica da parte degli storici, presto accantonato. Ad essi sono subentrati nugoli di polemisti usa e getta che si sono accaniti contro aspetti marginali di qualcuno dei miei scritti, blaterando proterviamente che le mie tesi erano “contestabilissime”, ma scomparendo regolarmente dalla scena dopo la mia replica. Nel libro “Olocausto: dilettanti nel web” (Effepi, Genova, 2005, pp. 118-126) ho stilato l'elenco dei miei libri e articoli più importanti che sono rimasti senza replica da parte di storici o polemisti olocaustici - 23 titoli - e ho annotato i nomi di coloro che si sono ritirati nell'ombra dopo le mie risposte - 38 autori - e nel frattempo la lista si è allungata ulteriormente. Nessuno ha mai confutato nessuna di queste tesi “contestabilissime”.
Non solo, ma sono io che ho confutato ad abundantiam i sostenitori del nuovo dogma religioso olocaustico, dedicando loro sei libri:
- Olocausto: Dilettanti allo sbaraglio. Pierre Vidal-Naquet, Georges Wellers, Deborah Lipstadt, Till Bastian, Florent Brayard et alii contro il revisionismo storico. Edizioni di Ar, Padova, 1996, 322 pagine.
- L' “irritante questione” delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad... Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty. Graphos, Genova, 1998, 188 pagine.
- Olocausto: dilettanti a convegno. Effepi Edizioni, Genova, 2002, 182 pagine.
- Olocausto: dilettanti nel web. Effepi, Genova, 2005, 131 pagine.
- Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell'anti-“negazionismo”. Effepi, Genova, 2006, 80 pagine.
- Negare la storia? Olocausto: la falsa “convergenza delle prove”. Effedieffe Edizioni, 2006, 179 pagine.
In totale: 1.082 pagine.
Ciò - in aggiunta alla mia produzione propriamente storica - ha gettato nella costernazione i santoni della nuova religione olocaustica, quelli stessi che, dopo averlo osannato, inflissero un anatema solenne a Jean-Claude Pressac per il suo spirito libero e critico, che negli ultimi anni mal si piegava alla nuova dogmatica storiografica. Per effetto di tale anatema, quando Pressac morì, il 23 luglio 2003, fu ignobilmente abbandonato e dimenticato da tutti. L'unica commemorazione funebre la ebbe da me, il suo diretto contraddittore .
Questi santoni, dicevo, evidentemente hanno giudicato che sia giunto il momento di passare alle maniere forti anche in Italia: se non si riesce a confutare sul piano storico, si reprima sul piano giudiziario!
Non c'è bisogno di scomodare Voltaire per patrocinare la causa della libertà di espressione. Voglio invece rassicurare i dubbiosi che qui non si tratta di garantire l'espressione di idee false e aberranti (che, pure, sarebbe un sacrosanto diritto), non si tratta di salvaguardare la “libertà di menzogna”, ma di impedire che sia tacitata per legge una voce critica che non si riesce a ridurre al silenzio sul piano argomentativo.
In effetti non sono propriamente lo sprovveduto che pensano coloro i quali al massimo hanno sfogliato qualche mio opuscolo di vent'anni fa.
Ho cominciato ad interessarmi al revisionismo alla fine degli anni Settanta e ho pubblicato i miei primi libri nel 1985. Ho visitato gli ex campi di Auschwitz-Birkenau, Buchenwald, Dachau, Gusen, Mauthausen, Gross-Rosen, Lublino-Majdanek, Stutthof, Płaszów, Bełżec, Sobibór, Treblinka e l'ex ghetto di Terezín e ho avuto accesso personalmente ai seguenti archivi, in massima parte in compagnia del collega e amico Jürgen Graf:
- Archivio del campo di concentramento di Dachau
- Archivio Federale di Coblenza
- Archivio di Stato di Weimar
- Archivio municipale di Erfurt
- Archivio del Museo di Stutthof
- Archivio del Museo statale di Gross-Rosen, Wałbrzych
- Archivio di Stato di Katowice
- Archivio del Museo di Stato di Majdanek
- Archivio di Stato provinciale di Lublino
- Archivio del Museo di Stato di Auschwitz-Birkenau
- Archivio del Monumento di Terezín
- Archivio della Commissione centrale di inchiesta sui crimini contro il popolo polacco - memoriale nazionale, Varsavia
- Archivio di Stato della Federazione Russa, Mosca
- Archivio russo di Stato della guerra, Mosca
- Ufficio Federale della Sicurezza della Federazione Russa, Mosca.
- Istituto statale di documentazione sulla guerra, Amsterdam
- Archivio storico militare, Praga
- Archivio del Ministero degli Interni della Repubblica Ceca
- Archivio centrale dello Stato della Repubblica Slovacca, Bratislava
- Archivio nazionale della Repubblica Bielorussa, Minsk
- Archivio centrale di Stato della Lituania, Vilnius
- Archivio Nazionale d'Ungheria, Budapest.
Inoltre J. Graf ha visitato da solo e ha raccolto documenti nei seguenti archivi:
- Archivio di Stato di Lodz
- Archivio di Stato del distretto di Lemberg.
Ho anche ricevuto documenti da vari istituti, tra i quali:
- Deutsches Patentamt, Berlino
- Zentrale Stelle der Landesjustizverwaltungen, Ludwigsburg
- Institut für Zeitgeschichte, Monaco
- Staatsarchiv Nürnberg, Norimberga
- Centre de Documentation Juive Contemporaine, Parigi
- Archivio Federale svizzero, Berna
- National Archives, Washington D.C.
- Public Record Office, Richmond
- The Jewish Museum, Londra
- Stidium Polski Podziemnej, Londra
- Imperial War Museum, Londra
- Yad Vashem, Gerusalemme
- Archivio di Stato di Israele
- Riksarkivet, Stoccolma
A partire dal 1995 ho avuto accesso agli archivi moscoviti da pochi anni aperti ai ricercatori. In particolare, nell'Archivio russo di Stato della guerra - insieme a J. Graf - ho potuto consultare le circa 88.200 pagine di documenti della Zentralbauleitung (Ufficio centrale delle costruzioni) di Auschwitz che erano stati sequestrati dai Sovietici e resi inaccessibili per decenni. Grazie all'enorme mole di documenti che vi ho fotocopiato e a quelli che avevo già ottenuto all'archivio del Museo di Stato di Auschwitz-Birkenau e da altri archivi ho pubblicato una raccolta di studi scientifici su questo campo:
1) Auschwitz: la prima gasazione. Edizioni di Ar, Padova, 1992, 190 pp.
- Traduzione francese: Auschwitz: le premier gasage. Stiftung Vrij Historisch Onderzoek, Berchem, 1999.
- Traduzione americana: Auschwitz: The First Gassing. Rumor and Reality. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005. Testo accresciuto, riveduto e corretto. 159 pp., 15 documenti, 33 fotografie.
Questo studio dimostra che la presunta “prima gasazione” nel Block 11 del campo di Auschwitz non è attestata da alcun documento, ma si basa esclusivamente su una congerie di testimonianze contraddittorie su tutti i punti essenziali dalle quali, con indecorosa manipolazione, è stato creato un racconto puramente fittizio, la versione “storica” attualmente in auge.
2) Auschwitz: Fine di una leggenda. Edizioni di Ar, Padova, 1994. 96 pp., 12 documenti.
- Traduzioni americane: Auschwitz: The End of a Legend. A Critique of J.C.Pressac. Institute for Historical Review, 1994; Auschwitz: The End of a Legend. In: Germar Rudolf (ed.), Auschwitz: Plain Facts. A Response to Jean-Claude Pressac. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005.
- Traduzione tedesca: Auschwitz: Das Ende einer Legende. In: Auschwitz: Nackte Fakten. Eine Erwiderung an Jean-Claude Pressac. Stiftung Vrij Historisch Onderzoek v.z.w., Berchem, 1995.
Una critica serrata del secondo libro di J.-C. Pressac su Auschwitz alla quale lo storico
francese non ha mai obiettato nulla.
3) La “Zentralbauleitung der Waffen-SS und Polizei Auschwitz”, Edizioni di Ar, Padova, 1998. 221 pp., 15 tavole, 53 documenti.
- Traduzione americana: The Central Construction Office of the Waffen-SS and Police Auschwitz. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005.
Il primo e unico studio sulla struttura, il funzionamento e i compiti dell'ufficio responsabile della costruzione del campo di Auschwitz.
4) “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato. Edizioni di Ar, Padova, 2001. 188 pp., 26 documenti.
- Traduzione tedesca: Sonderbehandlung in Auschwitz. Entstehung und Bedeutung eines Begriffes. Castle Hill Publishers, Hastings, Inghilterra, 2003.
- Traduzione americana: Special Treatment in Auschwitz. Origin and Meaning of a Term. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004.
Studio dedicato ai presunti “termini cifrati” come “Sonderbehandlung” (trattamento speciale), “Sonderaktion” (azione speciale) ecc. che la storiografia olocaustica dichiara sinonimi di uccisione senza la minima prova documentaria. Sulla questione - in relazione ad Auschwitz - essa non ha prodotto nessuno studio, neppure un breve articolo. I numerosi documenti che ho trovato a Mosca dimostrano invece che questi termini si riferivano a molti aspetti “normali” della vita del campo di Auschwitz – dalla disinfestazione e immagazzinamento degli effetti personali dei detenuti all’impianto di disinfestazione di Birkenau (Zentralsauna), alle forniture di Zyklon B per la disinfestazione, all’ospedale dei detenuti (Häftlingslazarett) progettato nel settore BIII del campo di Birkenau, alla ricezione dei deportati e alla selezione degli abili al lavoro, ma non avevano in alcun caso una connotazione criminale, e la presunta “decifrazione” proposta dalla storiografia olocaustica è storicamente e documentariamente infondata.
5) The Bunkers of Auschwitz. Black Propaganda versus History. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004. 264 pp., 26 documenti, 18 fotografie.
Demolizione radicale su base documentaria e fotografica della leggenda dei “Bunker” di gasazione di Birkenau. Queste installazioni non figurano in nessun documento; al contrario, alcune piante di Birkenau mostrano che le due case ribattezzate dalla propaganda “Bunker” di gasazione, non erano state prese in carico dalla Zentralbauleitung, - non avevano numero di identificazione, né numero di Bauwerk (cantiere), né denominazione - perciò non erano state trasformate in nulla e non vi furono effettuate gasazioni omicide. L'esistenza di queste presunte camere a gas è attestata soltanto da testimonianze inattendibili e contraddittorie. Nel libro ne analizzo una trentina.
6) Auschwitz: Crematorium I and the Alleged Homicidal Gassing. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005. 138 pp., 17 documenti, 18 fotografie.
La storia delle gasazioni omicide nella camera mortuaria del crematorio I di Auschwitz si basa esclusivamente su testimonianze, esigue e reciprocamente contraddittorie. I progetti dell'impianto di ventilazione del crematorio furono concepiti e realizzati dalla ditta Topf nel contesto dell'equipaggiamento di una normale camera mortuaria, non già di una “camera a gas omicida”, ipotesi non suffragata dal minimo indizio documentario.
7) Auschwitz: Open Air Incinerations. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005. 131 pp., 48 documenti e fotografie.
Demolizione radicale della storia delle gasazioni degli Ebrei ungheresi nel maggio-luglio 1944 in base alle fotografie aeree americane. Se questa storia, suffragata esclusivamente da testimonianze, fosse vera, nell'area di Birkenau le fotografie dovrebbero mostrare “fosse di cremazione” con superficie totale di almeno 5.900 metri quadrati, sia nell’area del “Bunker 2”, sia nell’area del crematorio V, altrimenti sarebbe stato impossibile sbarazzarsi dei corpi delle presunte vittime; quel che nelle fotografie si vede è invece una superficie fumante di circa 50 metri quadrati (!) nell’area del crematorio V e nessuna traccia di fosse e di fumo nell’area del “Bunker 2”.
8) Auschwitz: 27 gennaio 1945 - 27 gennaio 2005: sessant'anni di propaganda. I Quaderni di Auschwitz, 5. Effepi, Genova, 2005. 60 pp., 3 documenti.
Descrizione di come la storia delle camere a gas prese corpo faticosamente nella propaganda del movimento di resistenza di Auschwitz - dai nastri trasportatori di folgorazione a nastri trasportatori elettrici che portavano i cadaveri direttamente ai forni crematori, a camere elettriche, a “martelli pneumatici” (sic!), a docce a gas, a bombole di gas cianidrico o bombe piene di acido cianidrico ecc. ecc., - fino alla versione finale propugnata dai Sovietici.
In totale: 1.288 pagine, 284 documenti e fotografie.
Su Auschwitz ho inoltre redatto una lunga serie di articoli. I più importanti sono apparsi nella rivista “Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung”:
1. Die “Gasprüfer” von Auschwitz (2. Jg., Heft 1, März 1998, pp.13-22).
2. “Schlüsseldokument” – eine alternative Interpretation. Zum Fälschungsverdacht des Briefes der Zentralbauleitung Auschwitz vom 28.6.1943 betreffs der Kapazität der Krematorien (4. Jg., Heft 1, Juni 2000, pp. 50-56).
3. Die Deportation der ungarischer Juden von Mai bis Juli 1944. Eine provisorische Bilanz (5. Jg., Heft 4, Dezember 2001, pp. 381-395).
4. Die “Entdeckung” des “Bunkers 1” von Birkenau: alte und neue Betrügereien (6. Jg., Heft 2, Juni 2002, pp. 139-145).
5. “Keine Löcher, keine Gaskammer(n)”. Historisch-technische Studie zur Frage der Zyklon B-Einwurflöcher in der Decke des Leichenkellers 1 im Krematorium II von Birkenau (6. Jg., Heft 3, September 2002, pp. 284-304).
6. Die neuen Revisionen Fritjof Meyers (6. Jg., Heft 4, Dezember 2002, pp. 378- 385)
7. “Verbrennungsgrube” und Grundwasserstand in Birkenau (6. Jg., Heft 4, Dezember 2002, pp. 421-424).
8. Die Viermillionenzahl von Auschwitz: Entstehung, Revisionen und Konsequenzen (7. Jg., Heft 1, April 2003, pp. 15-20).
9. Franciszek Piper und Die Zahl der Opfer von Auschwitz (7. Jg., Heft 1, April 2003, pp. 21-27)
10. Die “Vergasung” der Zigeuner in Auschwitz am 2.8.1944 (7. Jg., Heft 1, April 2003, pp. 28-29)
11. Das Ghetto von Lodz in der Holocaust-Propaganda. Die Evakuierung des Lodzer Ghettos und die Deportationen nach Auschwitz (August 1944) (7. Jg., Heft 1, April 2003, pp. 30-36).
12. Verbrennungsexperimente mit Tierfleisch und Tierfett. Zur Frage der Grubenverbrennungen in den angeblichen Vernichtungslagern des 3. Reiches (7. Jg., Heft 2, Juli 2003, pp. 185-194)
13. Die Leichenkeller der Krematorien von Birkenau im Lichte der Dokumente (7. Jg., Heft 3 & 4, Dezember 2003, pp. 357-379).
14. Auschwitz: Gasprüfer und Gasrestprobe (7. Jg., Heft 3 & 4, Dezember 2003, pp. 380-385).
15. Flammen und Rauch aus Krematoriumskaminen (7. Jg., Heft 3 & 4, Dezember 2003, pp. 386-391).
16. Meine Erinnerungen an Jean-Claude Pressac (7. Jg., Heft 3 & 4, Dezember 2003, pp. 412-415).
17. Über die Kontroverse Piper-Meyer: Sowjetpropaganda gegen Halbrevisionismus (8. Jg., Heft 1, April 2004, pp. 68-76).
18. Der Gaskammer-Teufel im Detail. Historisch-technische Phantasien eines “Technologen”. (8. Jg., Heft 2, Juli 2004, pp. 130-134).
19. Die Einfüllöffnungen für Zyklon B - Teil 1: Die Decke der Leichenhalle von Krematorium I in Auschwitz. (8 jg., Heft 3, November 2004, pp. 267-274).
20. Die Einfüllöffnungen für Zyklon B - Teil 2: Die Decke des Leichenkellers von Krematorium II in Birkenau. (8 jg., Heft 3, November 2004, pp. 275-290).
21. Dr. Mengele und die Zwillinge von Auschwitz (9. Jg., Heft 1, September 2005, pp. 51-68).
22. Häftlingsüberstellungen aus Auschwitz-Birkenau 1944-1945 (9. Jg., Heft 3, April 2006, pp. 293-300).
23. Kurt Prüfers Notiz vom 8.9.1942 und die Fantasien des “Holocaust History Project” (9. Jg., Heft 4, August 2006, pp. 447-457).
24. Die Krematoriumsöfen von Auschwitz-Birkenau (in collaborazione con il dott. ing. Franco Deana). In: Grundlagen zur Zeitgeschichte. Ein Handbuch über strittige Fragen des 20. Jahrhunderts. Grabert-Verlag, Tübingen, 1994.
- Traduzione americana: The Crematoria Ovens of Auschwitz and Birkenau. In: Dissecting the Holocaust. The Growing Critique of “Truth” and “Memory”. Theses & Dissertations Press, Capshaw, Alabama, 2000 e 20032a, testo riveduto e corretto: pp. 373-412
- Traduzione olandese: De Crematoria-ovens van Auschwitz en Birkenau, Vrij Historisch Onderzoek v.z.w., Antwerpen, 1995.
25. An Accountant Poses as Cremation Expert, in: Germar Rudolf, Carlo Mattogno, Auschwitz Lies. Legends, Lies, and Prejudices on the Holocaust. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005, pp. 87-194 (risposta alle critiche di John C. Zimmerman alla prima versione americana dell'articolo summenzionato).
In totale: 366 pagine
Su Auschwitz, complessivamente: circa 1.650 pagine.
Alcuni degli articoli summenzionati sono apparsi in italiano nella serie “I Quaderni di Auschwitz”:
1. Alle radici della propagand sovietica. I 4 milioni di morti ad Auschwitz: genesi, revisioni e implicazioni;
2. Franciszek Piper e “Die Zahl der Opfer von Auschwitz” (Il numero dei morti di Auschwitz);
3. Le nuove revisioni di Fritjof Meyer;
in: Il numero dei morti di Auschwitz. Vecchie e nuove imposture. I Quaderni di Auschwitz,1. Effepi Editore, Genova, 2004.
4. I Gasprüfer di Auschwitz;
5. Gasprüfer e prova del gas residuo,
in: I Gasprüfer di Auschwitz. Analisi storico-tecnica di una "prova definitiva”. I Quaderni di Auschwitz, 2, 2004.
6. I detenuti trasferiti da Auschwitz-Birkenau nel 1944-1945;
7. L'evacuazione del ghetto di Lodz e le deportazioni ad Auschwitz (agosto 1944);
8. La gasazione degli zingari ad Auschwitz il 2 agosto 1944:
in: Auschwitz: trasferimenti e finte gasazioni. I Quaderni di Auschwitz, 3, 2004.
9. Sulla controversia Piper-Meyer: propaganda sovietica contro pseudorevisionismo;
10. Le camere a gas di Birkenau nell'ottobre 1941: le fantasie storico-tecniche di un “tecnologo”;
in: Auschwitz: nuove controversie e nuove fantasie storiche. I Quaderni di Auschwitz", 4, 2004.
Inoltre il già menzionato
Auschwitz: 27 gennaio 1945 - 27 gennaio 2005: sessant'anni di propaganda. I Quaderni di Auschwitz, 5, 2005.
Mi sono inoltre occupato anche di altri campi di concentramento importanti nell'economia storiografica olocaustica:
Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia. Effepi Edizioni, Genova, 2006. 191 pp., 18 documenti.
Traduzione americana: Bełżec in Propaganda, Testimonies, Archeological Research, and History. Theses & Dissertations Press, Chicago 2004.
Traduzione tedesca: Bełżec Propaganda, Zeugenaussagen, archäologische Untersuchungen, historische Fakten. Castle Hill Publishers, Hastings, 2004.
Traduzione francese: Belzec à travers la propagande, les témoignages, les enquêtes archéologiques et les documents historiques. La Sfinge, Roma, 2005.
Uno dei capitoli più importanti dimostra che i risultati degli scavi archeologici polacchi tanto decantati da chi ne ignorava il contenuto e il significato hanno fornito la prova inappellabile che a Bełżec non fu effettuato uno sterminio in massa di esseri umani: le fosse comuni che vi esistettero non potevano neppure lontanamente contenere il numero enorme dei presunti gasati, mentre - nonostante un'indagine accurata - non fu rilevata la minima traccia archeologica delle due presunte installazioni di gasazione.
In collaborazione con Jürgen Graf ho scritto i seguenti studi:
1. KL Majdanek. Eine historische und technische Studie. Castle Hill Publisher, Hastings 1998. Edizione americana: Concentration Camp Majdanek. A Historical and Technical Study. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2003. 316 pagine, 38 documenti, 22 fotografie.
2. KL Stutthof. Il campo di concentramento di Stutthof e la sua funzione nella politica ebraica nationalsocialista. Effepi Editore, Genova, 2003.1 61 pp., 19 fotografie, 9 documenti. Edizione tedesca: Das Konzentrationslager Stutthof und seine Funktion in der nationalsozialistischen Judenpolitik. Castle Hill Publisher, Hastings, 1999. Edizione americana: Concentration Camp Stutthof and its Function in National Socialist Jewish Policy. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2003.
3. Treblinka. Vernichtungslager oder Durchgangslager? Castle Hill Publisher, Hastings, 2002. Edizione americana: Treblinka. Extermination Camp or Transit Camp? Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004. 365 pp., 24 documenti, 11 fotografie.
In totale sui campi di Belzec, Majdanek, Stutthof e Treblinka:
1.033 pagine, 141 documenti e fotografie
Elenco infine, per completezza, i miei primi scritti, redatti quando la documentazione in mio possesso era ancora limitata:
1. Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso. Sentinella d'Italia, Monfalcone, 1985, 243 pagine.
La tesi principale del libro - l'inattendibilità dei testimoni Kurt Gerstein e Rudolf Reder - è stata accolta di recente da Michael Tregenza, il maggiore storico olocaustico sul campo di Bełżec.
2. La Risiera di San Sabba: Un falso grossolano. Sentinella d'Italia, Monfalcone, 1985, 44 pagine.
3. Il mito dello sterminio ebraico. Introduzione storico-bibliografica alla storiografia revisionista. Sentinella d'Italia, Monfalcone, 1985, 85 pagine.
4. Auschwitz: un caso di plagio. Edizioni La Sfinge, Parma, 1986, 28 pagine.
5. Auschwitz: due false testimonianze. Edizioni La Sfinge, Parma, 1986, 29 pagine.
6. Wellers e i “gasati” di Auschwitz. Edizioni La Sfinge, Parma, 1987, 79 pagine.
7. Auschwitz: le “confessioni” di Höss. Edizioni La Sfinge, Parma, 1987, 48 pagine.
8. “Medico ad Auschwitz”: Anatomia di un falso. Edizioni La Sfinge, Parma, 1988, 108 pagine.
9. Come si falsifica la storia: Saul Friedländer e il “rapporto” Gerstein. Edizioni La Sfinge, Parma 1988, 70 pagine
10. La Soluzione finale. Problemi e polemiche. Edizioni di Ar, Padova, 1991, 219 pagine.
11. Intervista sull'Olocausto. Edizioni di Ar, Padova, 1995, 63 pagine.
In totale 1.016 pagine.
Da queste oltre 4.700 pagine i miei “critici” hanno estratto una frase qua, qualche parola là (per di più, soltanto nei miei primi scritti) e poi hanno preteso di confutarmi, di dimostrare mie presunte metodologie capziose, mie fantasiose intenzioni occulte. Ma neppure questo compito elementare è riuscito loro, donde l'inevitabile appello alla “giustizia”.
Soltanto gente ossessionata dal “negazionismo”, questo travisamento ciarlatanesco e parodistico del revisionismo, può credere seriamente di potersi sbarazzare delle tesi revisionistiche ricorrendo ad una legge che imponga di credere fideisticamente all'Olocausto e proibisca la sua “negazione”. Ciò che questa gente non ha capito è che il revisionismo, ben lungi dall'avere un carattere puramente negativo e distruttivo, è al contrario eminentemente affermativo: esso “nega” esclusivamente il falso e proprio per questo è costretto ad affermare il vero. Per fare un solo esempio, nell'articolo “Die Leichenkeller der Krematorien von Birkenau im Lichte der Dokumente” (Le camere mortuarie seminterrate di Birkenau alla luce dei documenti) ho confutato la tesi che nei crematori di Birkenau fossero esistite camere a gas omicide in modo eminentemente positivo adducendo numerosi documenti (la maggior parte dei quali prima ignoti alla storiografia olocaustica) i quali dimostrano una realtà assolutamente inconciliabile con la tesi del campo di sterminio e delle gasazioni omicide. Anche questo sarà reato?
E affermare che il trasporto ebraico da Birkenau a Stutthof del 3 settembre 1944 conteneva molti bambini da 6 mesi a 14 anni, tra cui Potok Trunseb, nato il 24 febbraio 1944?
E dichiarare che i detenuti malati di Auschwitz-Birkenau erano regolarmente curati? Che essi erano normalmente rubricati nella categoria “detenuti inabili al lavoro e non impiegabili” (Nicht arbeits- und nicht einsatzfähige Häftlinge)? Che questa categoria arrivò a comprendere il 42,4% dei detenuti e il 39,5% delle detenute di Birkenau? Che esisteva anche la rubrica “invalidi” (Invaliden), oltre a quella dei “malati stazionari” (stationäre Kranke)? E attestare che i malati di malaria di Auschwitz e Birkenau furono trasferiti al KL Majdanek perché era considerato “zona priva di [zanzara] anofele” (anophelesfreies Gebiet)?
E documentare il progetto, in parte realizzato, del campo ospedale (Häftlingslazarett) nel settore di costruzioni III di Birkenau, con le sue 114 baracche per malati (Krankenbaracken) e le sue 12 “baracche per malati gravi” (Baracken für Schwerkranke) sarà reato?
E dimostrare che il sistema di ventilazione dei crematori II e III di Birkenau era concepito in modo tale che il presunto “spogliatoio” risultava più ventilato della presunta “camera a gas”?
Nel dubbio, mi rivolgerò al competente ufficio di Censura Olocaustica della nuova Santa Inquisizione Olocaustica, il quale, almeno in questi casi - spero - mi darà graziosamente il suo nihil obstat e il suo imprimatur.
Però il revisionismo storico ha anche un aspetto critico. Si potranno ancora “negare” le assurdità palesi proferite dai testimoni “oculari”? Ad esempio, la durata di una cremazione di 4 (quattro!) minuti (D. Paisikovic) o la presenza di 700-800 persone in una “camera a gas” di 20 o 25 metri quadrati (K. Gerstein)? O si imporrà per legge il “credo quia absurdum est”?.
Resta ancora il dubbio sui libri revisionistici già pubblicati: saranno messi all'Index librorum prohibitorum? Oppure gettati al rogo? (“democratico”, ovviamente per distinguerlo da quelli nazisti). Ma si potrebbe pensare anche ad una “democratica” retroattività della legge.
Si sa, per impedire nobilmente che si arrechi «offesa alla memoria e alla storia» (ma - beninteso! - solo a una certa memoria e a una certa storia!) tutto è lecito, anche farsi beffe dei diritti e della Costituzione.
Carlo Mattogno
25 gennaio 2007


...con qualche titubanza...
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Mastella e le parole ideologiche
Maurizio Blondet
26/01/2007
Clemente Mastella
Lì per lì, sembra un pasticcio di Mastella, come ci si può aspettare da un dilapidatore di denaro pubblico, ruspante, di scarso impegno ideologico.
La sua cosiddetta legge commina fino a 12 anni (dodici) a chi si macchia del reato di «istigazione a commettere crimini contro l'umanità e di apologia dei crimini contro l'umanità».
Che io sappia, nemmeno David Irving ha mai incitato o fatto l'apologia dello sterminio: ha solo negato che esistesse un ordine scritto di Hitler a compierlo.
A prima vista, questa legge mette piuttosto in pericolo, mettiamo, Giuliano Ferrara, che approva la volontà di Israele di incenerire l'Iran con un attacco atomico (incitamento sicuro ad un «crimine contro l'umanità»).
Potrebbe portare all'arresto, in occasione di una loro visita in Italia, di Paul Wolfowitz, attuale capo della Banca Mondiale, o di qualunque altro neocon americano, che hanno «istigato» - e con quanta efficacia – all'invasione dell'Iraq su falsi pretesti, con le atrocità che ne sono seguite.
Diffondere uranio impoverito su una popolazione intera, carbonizzare Falluja con il fosforo, saranno pure crimini contro l'umanità.
Quanto al delitto di «apologia dell'olocausto», questo potrebbe configurare persino una legge anti-ebraica.
Potrebbe obbligare alla condanna di Riccardo Pacifici, rabbi Di Segni, Gad Lerner e tutti gli altri membri dell'onorata comunità.
Sono loro che fanno «apologia dell'olocausto», nel senso che lo esaltano - quello ebraico - come fatto unico e sacrale, un mistico sacrificio del tutto diverso dalle sofferenze di altri popoli e gruppi etnici nella seconda guerra mondiale.
Anche il presidente Napolitano ha fatto, nel cosiddetto giorno della memoria, la stessa apologia dell'olocausto.
I cosiddetti «negazionisti» non esaltano l'olocausto: anzi, secondo i loro accusatori, negano che sia avvenuto.
Peggio: il Mastella legislatore commina «fino ad un anno e sei mesi a chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico».
Oriana Fallaci, la sola incitatrice pubblica che io ricordi all'odio per i musulmani (con scritti atti ad istigare azioni violente), s'è sottratta alla punizione defungendo.
Ma la legge è lì per colpire tutti coloro che diffondono i suoi libri e che li hanno recensiti con favore, da Ferrara a Feltri, e decine di altri giornalisti.
E potrei indicare all'inquisizione alcuni testi di Guzzanti che cadono sicuramente sotto questa fattispecie.
Ancora: «E' vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo che abbia tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali».
Come noto, la comunità ebraica, i suoi rabbini in prima fila, scoraggia attivamente i matrimoni dei suoi figli con giovani goym.
E' sicuramente «incitamento alla discriminazione»: sciogliere, e subito, la comunità?
Quanto all'incitamento alla violenza, è facile dimostrare che l'associazione dei Lubavitcher (o gruppo, o movimento che sia), ben presente anche in Italia, rientra nel caso.
Un passo dagli scritti del loro fondatore, rabbi Schneerson: «Il corpo di un ebreo è di qualità totalmente diversa dal corpo di ogni altro individuo della nazioni del mondo […]. L'intera realtà non ebraica è solo vanità. Sta scritto: 'E gli stranieri cureranno le vostre greggi' (Isaia, 61). L'intera creazione esiste solo per il bene degli ebrei».
Da questo, Schneerson fa seguire alcuni ovvi corollari: per esempio, nel caso di trapianti: «se un giudeo ha bisogno di un fegato, può prendere il fegato di un non-ebreo innocente per salvare il primo».
E' tutto scritto.
Su richiesta degli inquisitori, posso esibire i documenti.
Posso provare altresì che era un membro dei Lubavitcher quel Baruch Goldstein che, nel 1994, massacrò 29 palestinesi in preghiera nella tomba di Rachele perché incitato all'odio razziale dalla dottrina di Schneerson.
Con ciò, attendo con ferma speranza lo scioglimento d'autorità della setta Lubavitcher, altresì detta Habad o Chabad, per predicazione di superiorità razziale e incitamento all'odio etnico.
E la punizione dei loro dirigenti con condanne «da uno a sei anni», come previsto dal giurista Mastella.
Ma allora il nostro dilapidatore ha fatto una legge antisemita?
Ha voluto scatenare una persecuzione anti-ebraica? Ma no, ma no.
Naturalmente, non è questo l'intenzione del nostro furbo governante.
Egli sa benissimo come attaccare l'asino dove vuole il padrone.
E difatti, nel testo, si legge il punto essenziale, quello caldeggiato da Ruben: «La pena è aumentata se l'istigazione a commettere crimini contro l'umanità, o atti di discriminazione, è stata commessa negando in tutto o in parte l'esistenza di genocidi o di crimini contro l'umanità per i quali vi sia stata una sentenza definitiva di condanna da parte dell'autorità giudiziaria italiana o internazionale».
E' lì che si voleva arrivare.
Punire chi nega, anche solo «in parte», genocidi per cui esiste «una definitiva condanna dell'autorità internazionale», evidentemente a Norimberga.
I crimini e genocidi in corso non interessano, mancando la «condanna definitiva della magistratura»; interessa quello solo degli anni '40 dell'altro secolo.
L'unico, l'inimitabile.
Il furbo presidente Napolitano del resto ha delimitato ben bene il senso della legge mastelloide.
Non è contro chiunque inciti ecc., ecc., ma contro qualcuno soltanto.
Ha detto, Napolitano che sa dove attaccare l'asino, che «l'antisemitismo si maschera da antisionismo», giungendo a negare «il principio costitutivo dello Stato d'Israele»: principio razzista, come ha mostrato quell'antisemita di Israel Shahak (ex internato nei lager), in quanto la cittadinanza israeliana non è data se non a chi possa vantare almeno una nonna ebrea.
E tuttavia, il discorso non è chiuso qui.
La legge Mastella starà lì, nel codice penale: e come abbiamo visto, «in altre mani», non oggi ma in un domani possibile, può colpire proprio gli ebrei.
La stessa identica norma può rovesciarsi contro i suoi promotori.
E' un rischio che parrà inesistente oggi a costoro, finchè sono loro a controllare l'applicazione della legge, e ad assegnare il significato alle parole di cui è composta.
Ma già questo rivela la natura di questa norma.
Le parole di cui è composta sono infatti, eminentemente, parole «ideologiche».
Parole cioè che per la loro vastità (o vacuità) semantica, possono essere intese in modi contrastanti o addirittura opposti.
O parole la cui pronuncia già contiene in sé la condanna, o il disprezzo.
Il regime bolscevico era maestro in questo uso ideologico delle parole.
Era la sua specialità, al punto che fu chiamato una «logocrazia», perché quando non riusciva ormai più a dominare la realtà (l'economia socialista deperiva, la statalizzazione era fallita), manteneva il dominio assoluto sulle parole.
Nella convinzione (Orwell insegna) che chi controlla le parole controlla il pensiero.
Così, la burocrazia parassitaria dominante si autodefiniva «avanguardia del proletariato».
E il dominio burocratico della nomenklatura era «la dittatura del proletariato», quando invece era una dittatura «sul» proletariato.
«Solidarietà socialista» e «aiuto fraterno» significò l'invasione dell'Ungheria e della Cecoslovacchia.
Si fecero processi contro «deviazionisti» e «revisionisti», parole del cui vero significato - che poteva mutare a piacere - era depositario il Politburo.
Si poteva sperare di non vedere più questo esercizio, così screditato.
Invece, rieccoci alle parole ideologiche.
Il nostro governo ne è pieno.
Abbiamo imparato a nostre spese che ciò che Bersani chiama «riforme» è tutto quello che lui può escogitare per favorire le coop rosse.
Per Montezemolo e Draghi, «riforme» significa invece taglio delle pensioni e riduzione dello Stato sociale.
Padoa Schioppa ripete costantemente la parola «equità», con cui nessuno sa bene cosa intenda, ma che ci prepara a spoliazioni fiscali.
«Guerra al terrorismo globale» è ovviamente una locuzione ideologica, che può comprendere (come «terrorista») realtà infinitamente diverse ed estendibili ad libitum, ed escluderne altre: l'Arabia Saudita no, i Talebani sì e anche la Corea del Nord.
Lo stesso termine «terrorismo» è diventato profondamente ideologico: all'indomani dell'11 settembre Arafat, già premio Nobel per la pace, era diventato un «terrorista» con cui non si poteva più trattare.
Hamas ed Hezbollah sono «terroristi», l'ISI pakistano no.
«Islamofascismo» è un termine ideologico che non ha avuto, per ora e nonostante la zelante promozione mediatica, completa fortuna.
Ahmadinejad «nuovo Hitler» ne ha di più.
Ovviamente, i due termini non hanno nulla a che vedere con la realtà del fascismo o dell'hitlerismo storici, ma così sono le parole ideologiche: non servono a definire ma a bollare, e ad incitare all'azione.
In questo caso, le centrali che le hanno formulate e diffuse vogliono incitare alla guerra dell'intero Occidente «democratico» contro l'Iran.
Non è dovuto di meno, ai nuovi Hitler.
«Negazionismo» è una parola dello stesso genere.
A rigore di termini, non esiste nemmeno un negazionista, ossia uno che neghi completamente che gli ebrei nella seconda guerra mondiale hanno subìto persecuzioni e massacri.
Ci sono invece alcuni che pensano di poter dimostrare che quelle che vengono indicate come camere a gas nei vecchi lager, non lo potevano essere per motivi tecnici.
Altri che contestano il numero esatto e sacrale dei morti israeliti, i sei milioni tondi.
Altri esibiscono documenti della Croce Rossa che visitò i lager durante la guerra, e non ebbe contezza dello sterminio in atto.
Qualcuno nota che un certo forno crematorio, così indicato ai visitatori di un certo lager, non ha il camino, e dunque non poteva funzionare.
Altri ancora tendono ad inserire la tragica sorte degli ebrei nelle immani atrocità della guerra mondiale: 22 milioni di russi morirono per la guerra contro Hitler, altre decine di milioni nel Gulag staliniano.
Si potrà parlare di «olocausto russo»?
No, non si deve.
Tale tentativo viene interpretato come un trucco per sminuire il solo olocausto che conti - processo alle intenzioni, tipico dei totalitarismi ideologici.
Infine, tutte queste diverse posizioni vengono bollate - anche se non lo sono – come «negazionismo»: una parola che è fatta per marchiare, per troncare la discussione e mettere in galera chi parla.
Come in URSS, esiste una «verità ufficiale» presidiata col codice penale, e chi la discute è condannato in anticipo, e ora anche con 12 anni di carcere.
Anche attorno alla «verità ufficiale sull'11 settembre» c'è una sorveglianza corale, che impedisce il discorso.
La cosa non ci stupisce, ma ci stanca.
Ci dice in che mondo viviamo, e fino a che punto siamo caduti da una illibertà ad un'altra.
La cosa non preoccupa i promotori, perché ritengono di essere in grado di controllare la fabbrica delle parole ideologiche, controllando essi la stampa e gli altri media.
Ma può un giorno rivolgersi contro di loro, non ce ne rallegreremo.
Per conto nostro, è igiene civile e politica, oltrechè morale, rigettare le parole ideologiche.
«Negazionismo», non lo diremo mai più.
Maurizio Blondet
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Una lettera stupenda di M. Manno
Lettera aperta al Presidente della Repubblica Italiana
Signor Presidente,
Da quanto leggo su televideo lei avrebbe dichiarato:
“No all’antisemitismo anche quando esso si travesta da antisionismo”.
“Antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele”.
Se questo è realmente il suo pensiero, e naturalmente mi auguro che non lo sia, mi lasci dire che queste sono affermazioni errate e gravi e mi auguro che suscitino, da parte di numerosi italiani, una reazione calma e ragionata ma ferma.
Signor Presidente,
mi consenta di dissentire dalla prima frase da lei pronunciata. Lei sostiene che l’opposizione al sionismo è antisemitismo mascherato. Né si può pensare che Lei abbia voluto dire che solo alcuni antisemiti nascondono il loro antisemitismo reale dietro un preteso o falso antisionismo. Lei ha formulato il suo pensiero in modo inequivocabile: per Lei chi è antisionista è antisemita sic et simpliciter. Io sono d’accordo con lei che l’antisionismo è la “negazione della fonte ispiratrice dello stato ebraico e delle ragioni della sua nascita” ma sostengo con decisione che la negazione delle ragioni della nascita dello Stato ebraico e la sua sostituzione con uno Stato democratico unico di ebrei e palestinesi su tutta la Palestina non potrà che arrecare bene agli ebrei, ai palestinesi, ai popoli mediorientali e del mondo intero. Ritengo, e non sono l’unico visto che molti ebrei antisionisti sono dello stesso avviso, che lo Stato sionista per soli ebrei è uno Stato razzista, coloniale e espansionista, non diversamente da quello che era lo Stato razzista per soli bianchi del Sud Africa. La natura sionista di Israele è una minaccia per la pace mondiale e per gli stessi ebrei.
Signor Presidente,
non sono un negazionista dell’Olocausto e non nutro sentimenti anti-ebraici. Desidero solo che gli ebrei in Palestina non neghino ai palestinesi un diritto che rivendicano per sé. I palestinesi, profughi e residenti in Israele o nei territori occupati, hanno diritto a vivere in Palestina in pace e in armonia, godendo delle libertà democratiche che tutti i popoli del mondo meritano. Questo principio che noi non neghiamo agli ebrei di Palestina, Israele lo nega ai palestinesi.
Lei forse è favorevole agli stati etnici? Mi sembrava di aver capito che Lei e il partito da cui proviene eravate favorevoli agli Stati democratici in cui tutti i cittadini sono uguali indipendentemente dalla religione, dall’etnia, dalla cultura o altro, a cui appartengono. Forse mi sono sbagliato. Non capisco perché l’Italia e l’UE si sono impegnati per l’uguaglianza dei diritti tra bianchi e neri in Sud Africa, o si impegnano oggi per l’uguaglianza e la convivenza tra serbi e cossovari in Kossovo, tra macedoni e albanesi in Macedonia, tra musulmani, ortodossi e cristiani in Bosnia, tra sciiti, sunniti e cristiani in Libano e poi sostengano il carattere esclusivamente ebraico di Israele?
Forse Olmert ha chiesto anche a Lei, come ha fatto con il Signor Prodi, di difendere Israele in quanto Stato esclusivamente ebraico e sionista?
Se questo è il suo pensiero, voglio chiederLe:
-se Israele decidesse di deportare i cittadini israeliani non ebrei, come chiede da tempo il ministro razzista Avigdor Lieberman, Lei appoggerebbe questa politica in nome della difesa del carattere ebraico dello Stato israeliano?
-ignora Lei forse che i cittadini non ebrei d’Israele non hanno gli stessi diritti degli ebrei? Non sa forse che è proibito per legge ad un cittadino israeliano non ebreo di acquistare proprietà terriere da un ebreo? Ignora forse che esistono strade che collegano Israele alle colonie nei territori occupati su cui non possono circolare (non i palestinesi dei territori occupati, questo tutti lo sanno) ma i cittadini arabi di Israele? Le ricordo, inter alia, anche che è negato il ricongiungimento al coniuge ad un cittadino arabo d’Israele se questo coniuge proviene dai territori occupati. Spero che Lei sia informato sulla proposta di legge nella Knesset che prevede di togliere la nazionalità israeliana ad un cittadino arabo d’Israele se costui non dichiara fedeltà al sionismo. Si renderà conto che questo corrisponde a volere l’accettazione dell’ingiustizia storica che il sionismo ha fatto ai palestinesi da parte delle stesse vittime dell’ingiustizia.
-Non ritiene che portare quegli ebrei (per fortuna non sono tutti gli ebrei) che sostengono Israele a liberarsi di una forma statale che discrimina i cittadini non ebrei, che impianta colonie su territori fuori dai suoi confini, che conduce una guerra contro una popolazione occupata e indifesa, che possiede armi nucleari e non aderisce al trattato di non proliferazione nucleare e all’AIEA, che è stata condannata mille volte nell’ambito dell’ONU, non equivalga ad un bene per loro e per i palestinesi?
-e infine l’ultima domanda: se l’Italia (che lo ha già fatto nel passato) dovesse attuare una politica discriminatoria verso i suoi cittadini ebrei come Israele discrimina i suoi cittadini non ebrei e dovesse riprendere, malauguratamente, una politica coloniale, Lei non riprenderebbe la lotta contro il regime o il governo che così si comportasse?
Allora perché non si può combattere un regime, quello sionista, che è discriminatorio, razzista e colonialista? Nessuno sta proponendo un nuovo olocausto ebraico, gli antisionisti vogliono solo uno Stato non confessionale, non etnico, non razzista in Palestina, per gli ebrei e per i palestinesi. Non diversamente da quello che sono tutti gli stati autenticamente democratici nel mondo.
Signor Presidente,
si dà il caso che sono uno studioso del sionismo. É quindi sulla base dei miei studi di questa ideologia politica che Le scrivo. Le ricordo alcuni fatti:
Primo tra tutti la collaborazione dei sionisti (di destra e di sinistra) con gli antisemiti, con il fascismo e il nazismo. Si è trattato di una collaborazione lunga ed estremamente dannosa per gli ebrei non sionisti (che allora erano la stragrande maggioranza). Per quanto ciò possa apparire incredibile, la collaborazione dei sionisti con i fascisti, i nazisti e gli antisemiti, storicamente documentata, si fondava su una logica di scambio criminale a danno degli ebrei. I sionisti hanno appoggiato i regimi fascisti e antisemiti prima e durante la seconda guerra mondiale, chiedendo in cambio di permettere loro di portare gli ebrei in Palestina per realizzare il loro progetto coloniale. Gli ebrei che non accettavano di emigrare in Palestina sono stati abbandonati al loro destino. Gli antisemiti erano ben contenti di liberarsi degli ebrei in questo modo. Non è vero che gli antisemiti sono antisionisti come lei sostiene ma è vero proprio il contrario. Non metterà in dubbio, spero, le parole dello scrittore israeliano Yehoshua che qualche anno fa ha dichiarato:
“I gentili hanno sempre incoraggiato il sionismo, sperando che li avrebbe aiutati a liberarsi degli ebrei che vivevano tra di loro. Anche oggi, in una maniera perversa, un vero antisemita deve essere un sionista”. [1]
Lo scrittore israeliano dimentica però di dire che anche i sionisti, in maniera perversa, hanno incoraggiato gli antisemiti affinché allontanassero gli ebrei dai loro paesi e li consegnassero agli attivisti sionisti pronti a portarli nelle colonie in Palestina. Un vero sionista è un amico degli antisemiti.
Questo aspetto vergognoso della storia del sionismo inizia con il suo stesso fondatore, Theodor Herzl. Nell’agosto del 1903, Herzl si recò nella Russia zarista per una serie di incontri con il Conte von Plehve, ministro antisemita dello Zar Nicola II e Witte, ministro delle finanze. Gli incontri avvennero meno di 4 mesi dopo l’orrendo pogrom di Kishinev, di cui era direttamente responsabile von Plehve. Herzl propose un’alleanza, basata sul comune desiderio di far uscire la maggior parte degli ebrei russi dalla Russia e, a più breve termine, allontanare gli ebrei russi dal movimento socialista e comunista. All’inizio del primo incontro (8 agosto) von Plehve dichiarò che egli si considerava “un ardente sostenitore del sionismo”. Quando Herzl cominciò a descrivere lo scopo del sionismo, il Conte lo interruppe affermando: “Predicate a un convertito”.
In un successivo incontro con Witte, il fondatore del sionismo si sentì dichiarare apertamente: “Avevo l’abitudine di dire al povero imperatore Alessandro III: se fosse possibile annegare nel mar Nero sei o sette milioni di ebrei, io ne sarei perfettamente soddisfatto; ma non è possibile; allora dobbiamo lasciarli vivere”. E quando Herzl disse di sperare in qualche incoraggiamento dal governo russo, Witte rispose: “Ma noi diamo agli ebrei degli incoraggiamenti ad emigrare, per esempio dei calci nel sedere”.[2]
Il risultato degli incontri fu la promessa di von Plehve e del governo russo di
“un appoggio morale e materiale al sionismo nel giorno in cui alcune delle sue azioni pratiche sarebbero servite a diminuire la popolazione ebraica in Russia”. [3]
“Se noi [sionisti] – diceva Jacob Klatzkin - non ammettiamo che gli altri abbiano il diritto di essere anti-semiti, allora noi neghiamo a noi stessi il diritto di essere nazionalisti. Se il nostro popolo merita e desidera vivere la propria vita nazionale, è naturale che si senta un corpo alieno costretto a stare nelle nazioni tra le quali vive, un corpo alieno che insiste ad avere una propria distinta identità e che perciò è costretto a ridurre la sfera della propria esistenza. É giusto, quindi, che essi [gli anti-semiti] lottino contro di noi per la loro integrità nazionale. Invece di costruire organizzazioni per difendere gli ebrei dagli anti-semiti, i quali vogliono ridurre i nostri diritti, noi dobbiamo costruire organizzazioni per difendere gli ebrei dai nostri amici che desiderano difendere i nostri diritti”.[4]
Queste parole, e l’atteggiamento conseguente dei sionisti, hanno certo dato argomenti preziosi ai nazisti che sostenevano appunto che gli ebrei erano una nazione estranea nella loro nazione.
“Per i sionisti, affermava senza vergogna Harry Sacher, un sionista inglese - il nemico è il liberalismo; esso è anche il nemico per il nazismo; ergo, il sionismo dovrebbe avere molta simpatia e comprensione per il nazismo, di cui l'anti-semitismo è probabilmente un aspetto passeggero”.[5]
Non è solo cecità politica, è collaborazione criminale col nemico degli ebrei. E Lei, Presidente, vuole chiudere gli occhi su questo aspetto della storia del sionismo? Le ricordo poi che i nazisti rispondevano molto positivamente alle offerte dei sionisti come dimostra questo brano di una loro circolare:
“I membri delle organizzazioni sioniste non devono essere, date le loro attività dirette verso l'emigrazione in Palestina, trattati con lo stesso rigore che invece è necessario nei confronti dei membri delle organizzazioni ebraico-tedesche (cioè gli assimilazionisti)”.[6]
E Reinhardt Heyndrich, capo dei Servizi Segreti delle SS dichiarava:
“Il momento non può più essere lontano ormai in cui la Palestina sarà in grado di nuovo di accogliere i suoi figli che aveva perduto da oltre mille anni. I nostri buoni auguri e la nostra benevolenza ufficiale li accompagnino”.[7]
La colonizzazione della Palestina era ben vista dai nazisti. Tra colonialisti ci si intende. Questo per ricordarLe che i nazisti, con l’aiuto consapevole dei sionisti, hanno colpito solo quegli ebrei che intendevano vivere nei paesi in cui erano nati e non volevano rendersi responsabili dell’occupazione della Palestina e della conseguente e inevitabile cacciata dei palestinesi. Queste vittime ebraiche non erano sioniste, erano semmai assimilazionisti o antisionisti. Dopo l’Olocausto, l’Occidente non ha fatto altro che premiare i sionisti consegnando loro la terra dei palestinesi e facendo pagare a chi non aveva nessuna colpa, il caro prezzo dello sterminio degli ebrei avvenuto per diretta responsabilità di alcuni paesi europei e per l’ignavia di altri nonché per il folle piano sionista. La collaborazione tra sionisti e nazisti é stata possibile anche, al di là dell’aspetto pratico della comune volontà di portare gli ebrei in Palestina, perché l’ideologia sionista e quella nazista avevano un punto in comune, come riconosce l’ebreo sionista Prinz:
“Uno Stato costruito sul principio della purezza della nazione e della razza (cioè la Germania nazista) può solo avere rispetto per quegli ebrei che vedono se stessi allo stesso modo”.[8]
Lo stesso personaggio si rendeva conto della situazione paradossale che si veniva a creare, e ammetteva:
“Per i sionisti era molto disagevole operare. Era moralmente imbarazzante sembrare essere considerati i figli prediletti del governo nazista, in particolare proprio nel momento in cui esso scioglieva i gruppi giovanili (ebraici) antisionisti, e sembrava preferire per altre vie i sionisti. I nazisti chiedevano un «comportamento più coerentemente sionista»”.[9]
E tuttavia la collaborazione andò avanti. Fu una collaborazione multiforme che ricostruisco nel mio saggio “La natura del sionismo”[10]. Le voglio ricordare, per finire, l’invito di Dov Joseph, caporione dell’Agenzia Ebraica, che sul finire del 1944, quando gli ebrei morivano a centinaia di migliaia nei lager, parlando a giornalisti sionisti in Palestina preoccupati delle notizie dei massacri, li mise in guardia contro:
“la pubblicazione di dati che esagerano il numero delle vittime ebraiche, perché se noi annunciamo che milioni di ebrei sono stati massacrati dai nazisti, poi ci chiederanno, a ragione, dove sono i milioni di ebrei per i quali noi rivendichiamo una patria quando la guerra sarà finita”. [11]
Questo può bastare, ma ho l’ardire signor Presidente di consigliarLe di approfondire l’argomento.
La storia del sionismo è una storia criminale, non è sorprendente quindi che i sionisti e lo Stato sionista continuino a trattare così barbaramente i palestinesi. Ma la mia preoccupazione va al di là della tristissima situazione del popolo palestinese che tutti sembrano dimenticare.
Sinceramente, signor Presidente, vogliamo fare la fine degli Stati Uniti in Iraq? Oggi personaggi importanti negli USA, come l’ex presidente Jimmy Carter, o gli studiosi universitari Mersheimer e Walt si sforzano di aprire gli occhi ai loro compatrioti sulle conseguenze della cieca politica estera elaborata a Tel Aviv e nei circoli dei neoconservatori sionisti di Washington che gli Stati Uniti stanno conducendo in Medio Oriente. Crede che la guerra in Iraq sia stata fatta per le armi di distruzione di massa di Saddam? Per la minaccia che l’Iraq rappresentava per l’Occidente? Per l’esportazione della democrazia? Per gli interessi petroliferi americani? Molti sostengono quest’ultima ipotesi (le altre sono miseramente crollate). Ma il petrolio non si compra sul mercato? E poi quanto verrebbe a costare se dobbiamo fare una guerra ad ogni paese produttore? Signor Presidente, la guerra è stata fatta per eliminare un possibile rivale di Israele e per consolidare il dominio sionista in Medio Oriente. Adesso Tel Aviv invita l’Occidente a distruggere l’Iran, e ricatta tutti facendo capire che se non lo facciamo noi, sarà proprio Israele a farlo. Come? Invadendo l’Iran? No Presidente, sappiamo tutti che Israele ricorrerebbe alle sue armi nucleari.
Gli americani si stanno accorgendo, a proprie spese, di cosa voglia dire essersi fatti invischiare in una guerra assurda in Iraq per gli interessi di Israele. E noi non ce ne vogliamo rendere conto. Vogliamo veramente farci coinvolgere nella guerra nucleare contro l’Iran? Nella guerra mondiale contro l’Islam?
Prenda esempio dall’ex-presidente Carter e denunci l’Apartheid di Israele. Se non lo vuole fare Lei, lasci che qualcun altro, per il bene dell’umanità, degli ebrei e dei palestinesi, continui a denunciare il sionismo e si batta per uno Stato unico, democratico, pacifico in Palestina per tutti i suoi abitanti, nessuno escluso.
Signor Presidente,
Lei non si ricorderà di me, eppure noi ci siamo conosciuti e ci siamo parlati. Fu in una triste occasione. Qualche anno fa, all’aeroporto di Fiumicino, Lei in rappresentanza del suo partito venne a portare solidarietà a mia sorella, Marisa, che, dopo aver partecipato ad una manifestazione pacifista a Gerusalemme, solo perché guardava da dietro la vetrata dell’albergo i poliziotti israeliani che massacravano un ragazzino palestinese per strada, perse un occhio quando da un idrante con la stella di Davide spararono uno spruzzo talmente violento da infrangere il vetro e conficcarle una scheggia nell’occhio. Allora veniva a porgere un saluto a mia sorella che aveva pagato per difendere i diritti e la dignità dei palestinesi. Oggi con la sua dichiarazione inaccettabile accusa gli antisionisti, e molti sono ebrei, che si battono per uno Stato democratico in Palestina mettendoli nello stesso immondezzaio degli antisemiti.
Credo, signor Presidente, che i sionisti sono riusciti a fare con Lei, ancora peggio che con mia sorella.
A lei sono riusciti ad accecare non uno, ma tutti e due gli occhi!
Distinti saluti
manno mauro
[1] Jewish Chronicle, 22 gennaio 1982.
[2] Maxime Rodinson, Peuple juif ou problème juif? Parigi, Petite collection Maspero, 1981, pp. 174-75.
[3] Maxime Rodinson, Peuple juif ou problème juif? cit. p. 174.
[4] Jacob Klatzkin, (1925), citato in Jacob Agus, The Meaning of Jewish History, in Encyclopedia Judaica, vol II, p. 425.
[5] Harry Sacher, Jewish Review, settembre 1932, p. 104, Londra.
[6] Circolare della Gestapo bavarese indirizzata al corpo di polizia bavarese, 23 gennaio, 1935, pubblicata in Kurt Grossman, Zionists and Non-Zionists under Nazi Rule in the 1930's, Herzl Yearbook, vol VI, p. 340.
[7] Reinhardt Heyndrich, capo dei Servizi Segreti delle SS, The Visible Enemy, articolo pubblicato in Das Schwarze Korps, organo ufficiale delle SS, maggio 1935.
[8] Joachim Prinz, (1936), citato in Benyamin Matuvo, The Zionist Wish and the Nazi Deed, Issues, (1966/67), p. 12.
[9] Joachim Prinz, Zionism under the Nazi Government, in Young Zionist, Londra, novembre 1937, p. 18.
[10] La natura del sionismo, supplemento al numero 56, novembre 2006, di Aginform.
[11] Yoav Gelber, Zionist Policy and the Fate of European Jewry, p. 195.


Massimo onore a Mauro! Ho appena inviato una mail da parte di tutti (spero di aver fatto bene) per appoggiare la sua lettera aperta!