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Roma. All’ora in cui questo giornale va in stampa, il Consiglio dei ministri (cominciato nel primo pomeriggio di ieri) è ancora in corso. Sul decreto di rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan, nonostante l’inserimento di maggiori risorse per gli aiuti civili, sembra certa l’astensione dei ministri Alessandro Bianchi, Paolo Ferrero e Alfonso Pecoraro Scanio. Varato il decreto, la maggioranza ha dunque sessanta giorni di tempo per lasciare sfuriare il temporale minacciato dalla sinistra radicale.
E per lasciarla sfilare in piazza senza troppi problemi con il movimento pacifista, il 17 febbraio.
Sessanta giorni per cercare un accordo che rappresenti per tutti una via di uscita non troppo disonorevole, sperando che basti. Se l’accordo non si trovasse o non fosse comunque sufficiente a recuperare i voti dei senatori dissidenti, e i voti dell’opposizione risultassero quindi determinanti, la crisi del governo Prodi sarebbe inevitabile.
In un’intervista apparsa mercoledì sul Messaggero, Massimo D’Alema ha dichiarato:
“Un governo deve avere una maggioranza in grado di sostenere la sua politica estera. Per quanto mi riguarda, non sono attaccato alle poltrone”.
Il nesso causale tra le due frasi è implicito, ma chiarissimo: se il voto del centrodestra sarà determinante, il ministro degli Esteri non resterà tale a lungo. Per almeno due ragioni. Una ragione di principio – e forse anche di carattere – perché poi alle Nazioni Unite, a Bruxelles e in tutte le sedi internazionali, a metterci la faccia dovrebbe essere D’Alema, mica un altro.
La seconda è di politica interna, ed è la stessa che tante volte ha spinto Romano Prodi a escludere ogni ipotesi di allargamento. E cioè il sospetto, peraltro non manifestamente infondato, che al venir meno dell’“autosufficienza” della maggioranza seguirebbe il venir meno della maggioranza tout court.
Il gioco dell’Udc in questo senso è fin troppo scoperto. E lo conferma lo stesso afflato bipartisan che caratterizza tutte le ultime mosse di Silvio Berlusconi, ben cosciente del rischio che comporterebbe lasciare al solo Casini l’onere di salvare il governo. Su questo fronte, dunque, Prodi e D’Alema – per tacere del Cav. – sembrerebbero attestati sulla stessa linea.
E persino Rifondazione, che pure deve faticare non poco tra la pressione della base, le contestazioni dei movimenti e il gioco allo scavalco che Verdi e Pdci tentano a ogni occasione, mettendosi alla testa dei cortei e aizzando la contestazione di quelle frange pacifiste di cui essi stessi, domani, potrebbero ritrovarsi ostaggio.
Impossibile, pertanto, fare previsioni sull’esito di una simile partita. Ieri, comunque, la vicenda su Liberazione era piazzata a pagina 6, sotto il titolo: “Unione e Afghanistan, il giorno più difficile” (e nell’occhiello: “Il governo cerca di portare il decreto in Cdm, ma la trattativa con Prc, Verdi e Pdci è aperta”).
Certo non si può dire che Rifondazione giochi allo sfascio.
Di ben diverso tenore, invece, la missiva inviata dalla presidente del gruppo Verdi-Pdci Manuela Palermi a tutti i capigruppo del centrosinistra, dopo la richiesta di una riunione di coalizione sull’Afghanistan avanzata da alcuni senatori della sinistra radicale. “In previsione del decreto sul rifinanziamento delle missioni e del dibattito non sempre sereno all’interno dell’Unione – scrive – è opportuno che l’incontro si tenga e in tempi rapidi.
E’ assolutamente necessario da parte nostra dare una risposta positiva, come chiedono i senatori pacifisti”.
I senatori pacifisti. Ennesimo, incontrollabile, influentissimo partito dell’Unione.
A Prodi toccherà dunque cercare una mediazione, sapendo che potrebbe non bastare a recuperare i voti dei dissidenti. E sapendo pure che il ministro degli Esteri non si sente “attaccato alla poltrona”, ragion per cui difficilmente accetterà una linea diversa da quella dell’impegno multilaterale, fin qui tanto tenacemente perseguita.
da il Foglio
durante l'ultimo governo Prodi, quello che cadde dopo pochi mesi dalla nascita,
poche settimane prima del tonfo D'Alema giurò solennemente che non era interessato alla poltrona.
Probabilmente come allora anche oggi intende la poltrona di ministro degli esteri.
Mica quella di premier!!!
saluti




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