I successi e gli errori
Antonio Padellaro
Che anno era quando a Milano il leader di Rifondazione comunista annunciava ai metalmeccanici plaudenti che la Finanziaria non avrebbe toccato minimamente le pensioni? Mentre in piazza degli Affari la Borsa guadagnava il tre per cento, segno che anche il mercato era contento dei provvedimenti varati dal governo? E qual era quel governo accusato dall’opposizione di voler «mettere le mani» sul Tfr dei lavoratori onde raccogliere i mancanti sedicimila miliardi (c’era ancora la lira) per mettersi in regola con i parametri di Maastricht? E su quale giornale giallo paglierino si auspicavano sostanziosi tagli nel settore della pubblica amministrazione (soprattutto insegnanti, fannulloni o no) per recare sollievo alle casse statali? Ma soprattutto: su quali richieste al governo la sinistra radicale (che allora si chiamava antagonista) cominciò ad alzare il prezzo con le inevitabili conseguenze?
Non sembri strano che si lanci uno sguardo a ciò che è stato proprio il giorno dopo il varo delle importanti liberalizzazioni che, parola del premier, lasceranno un segno nel Paese. In fondo, riscrivere la storia è un modo come un altro per liberarsi di quella parte del passato che non vorremmo ripetere. Per questo rileggere le cronache politiche degli anni ’96-’98 è come salire su una macchina del tempo, funzionante eppure immobile. Dove ieri e oggi si assomigliano fino in qualche caso a sovrapporsi, se non fosse che nel frattempo tutti siamo fatalmente diventati un po’ più vecchi e, si spera, un po’ più saggi.
Ricordate? C’era il primo governo di Romano Prodi mentre all’opposizione Silvio Berlusconi immalinconiva fingendo di meditare sul possibile successore (il solito Fini). C’erano ministri di grande autorevolezza, due dei quali, Ciampi e Napolitano, si sarebbero avvicendati al Quirinale. C’era una maggioranza risicata, e al Senato anzi risicatissima. C’era una finanziaria calunniata dalla destra perché nemica degli evasori (poi hanno vinto loro); ma anche contestata dagli industriali perché si rifiutava di smantellare lo Stato sociale. I conti pubblici risanati consentirono l’ingresso nell’euro ma tra le tante buone leggi non fu mai approvata la sola che ci avrebbe evitato un nuovo, lungo incubo: quella sul conflitto d’interessi.
Un errore che si sta ripetendo. Anche allora polemiche roventi sull’eutanasia dopo che a Monza un insegnante aveva sparato alla moglie malata non sopportandone le sofferenze. E come sempre la Chiesa interveniva sui politici suggerendo ciò che andava e non andava fatto (ma non c’erano ancora i teodem mentre la Binetti era già un’apprezzata neuropsichiatra ma non sedeva in Parlamento). A movimentare le acque nel centrosinistra, infine, non c’era la discussione sul Partito democratico ma c’era la Bicamerale.
Fu dalla mancata legge sulle 35 ore che Rifondazione comunista avviò il suo distacco dalla maggioranza mettendo in moto la crisi del centrosinistra che, attraverso fasi successive sboccherà poi nella sconfitta elettorale del maggio 2001. Oggi, fortunatamente, il secondo governo Prodi mostra ben altra tenuta. Rifondazione è un pilastro della coalizione e Fausto Bertinotti presidente della Camera ne è la migliore garanzia. Colpiscono, tuttavia, certi corsi e ricorsi. Come la non partecipazione al voto sul decreto Afghanistan dei ministri Ferrero, Pecoraro e Bianchi. È comprensibile che Prodi sdrammatizzi sostenendo che dai tre sono arrivate dichiarazioni «di completa solidarietà alla politica del governo». Ma è sufficiente. Resta infatti la dissociazione nell’esecutivo che non è mai un bello spettacolo soprattutto se motivata da ragioni strumentali: Prc, Pdci e Verdi che in vista della manifestazione del 17 febbraio contro la base Usa di Vicenza vogliono restare in prima fila nelle proteste. Lo diciamo con sincera amicizia ma questo continuo stare con un piede dentro e un piede fuori non giova alla credibilità dell’Unione e non tanto per la rozza rappresentazione che vorrebbe Prodi in balia dei suoi alleati più massimalisti.
Nessuno, ci mancherebbe altro, nega alla sinistra pacifista il diritto di non essere d’accordo con il raddoppio della base americana; decisione peraltro adottata in modo confuso e annunciata anche peggio. Ma cosa c’entri Vicenza con Kabul non solo non è chiaro ma rende cattiva stampa a una buona causa. Così come, alcuni mesi fa, accadde a quei ministri che marciarono contro il precariato e contro il loro stesso governo. Si rischia di dare un’immagine sbagliata a tutti gli elettori dell’Unione. Come se l’emergenza democratica e la mobilitazione popolare che, ricordiamolo sempre, hanno fatto nascere questo governo, si stesse disperdendo nelle dispute e nei particolarismi. Siamo certi che non è così. Ma è già successo una volta




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