....partito socialista
Pubblichiamo stralci del discorso di Gennaro Acquaviva alla presentazione del volume contenente i discorsi parlamentari di Bettino Craxi, tenutasi martedì scorso alla Camera dei deputati.
Craxi era stato eletto deputato nel 1968, a trentaquattro anni, era intervenuto spesso nel corso della V e della VI legislatura ma solo su questioni specifiche, e pronunciò il suo primo discorso impegnativo solo il 10 agosto 1976, quando era stato appena eletto segretario del Psi, nel dibattito sulla fiducia al terzo governo Andreotti, quello che lo stesso Andreotti definì “della non sfiducia” perché fondato sull’astensione benevola del Psi, del Pci e dei partiti laici.
Egli volle allora delineare la posizione autonoma del Psi, pur polemizzando con quanti, oltre Atlantico, riesumavano “il fantasma di Gottwald” per deplorare l’intesa col Pci, un partito che lui invece giudicava “per quello che è e che ha saputo essere: un partito cioè che rappresenta una parte importante del popolo lavoratore” e di cui andava innanzitutto valutato il “contributo alla vita democratica del paese”; ma subito dopo aggiungeva: “Non vogliamo battere le strade né del socialismo della miseria, né del socialismo della burocrazia, quel neofeudalesimo burocratico di cui parlava il filosofo ungherese Lukacs”, perché “la nostra strada vuole essere quella di un socialismo moderno che non volti le spalle al problema fondamentale della nostra civiltà, che è quello di far avanzare ad un tempo la giustizia sociale, la libertà politica e l’efficienza produttiva; di una forza socialista autonoma che sia impegnata nella fondamentale ricerca di conciliazione tra i valori del cristianesimo e i valori umani e liberatori di cui si è fatto portatore nella sua storia il movimento socialista”.
Craxi auspicava cioè fin da allora un approdo socialdemocratico della revisione in corso nel Pci, mentre diffidava della politica del compromesso storico, di cui intuiva il carattere regressivo anche rispetto all’evoluzione degli equilibri internazionali.
Oggi, del resto, un intellettuale di estrazione comunista come Biagio de Giovanni individua nel “tentativo di stabilizzazione del compromesso storico” la pretesa “di rafforzare e rimotivare il vecchio equilibrio, quando intorno tutto cambiava”; ed osserva che proprio alla vigilia dell’implosione brezneviana “Dc e Pci pensavano, ideologicamente, a una stabilizzazione del bipolarismo e a una democratizzazione dell’Urss”.
La politica di unità nazionale, come è noto, non sopravvisse molto alla drammatica vicenda del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro. Di essa Craxi alla Camera parlò soltanto nel brevissimo dibattito sulla fiducia al IV governo Andreotti, in quella drammatica giornata che fu il 16 marzo 1978. “Tentate l’impossibile per liberare Aldo Moro”, disse; e da parte sua tentò effettivamente l’impossibile.
In quei tentativi, peraltro, non c’era né ingenuità umanitaria, né opportunismo tattico. C’era la lucidità politica di chi prevedeva la crisi di un sistema incapace di proteggere la vita del suo massimo dirigente; e c’era anche la consapevolezza della fragilità dell’intesa fra Dc e Pci, che pure in quei giorni era apparsa granitica, e che invece durò soltanto pochi mesi, portando alla crisi della legislatura a soli tre anni dal suo insediamento.
E’ in questo scenario che Craxi matura la svolta della “governabilità”.
Secondo Gianfranco Pasquino, data l’indisponibilità del Pci ad uscire dall’arroccamento, il leader del Psi è costretto a “giocare da solo le sue carte”; così come è costretto dalla crisi del sistema politico, e non solo dalla sua indole, a rovesciare la posizione fino ad allora seguita “un po’ impoliticamente” da Nenni, che “aveva sempre anteposto le preoccupazioni per il funzionamento e l’evoluzione del sistema politico a quelle relative ai vantaggi del partito, ed era stato sempre (o almeno prevalentemente) mosso da considerazioni di carattere sistemico rispetto ad interessi partigiani”. […]
Ma è il 31 agosto 1982, nel dibattito sulla fiducia al II governo Spadolini (il “governo fotocopia”), che Craxi indica con maggiore chiarezza la prospettiva per evitare la crisi di sistema: critica l’arroccamento del Pci, e rileva che “tocca ora ai comunisti” , anche se Craxi si era fatto simbolo e, in qualche modo, si può dire che ne sollecitò il protagonismo, non volendo fare i conti con le alternative meno traumatiche che lui stesso aveva lucidamente indicato. Sul governo Craxi, che ne fu lo sbocco naturale, si sono addensate nel corso degli ultimi quindici anni cupe interpretazioni che hanno cercato di demonizzare tutto quello che fece, il buono e il cattivo, con una logica che è difficile interpretare se non come una persecuzione bella e buona.
Oggi si comincia a collocare nella giusta luce, che è quella storico-critica, il lungo e positivo cammino che si realizzò tra il 1983 ed il 1987. […]
Governare non è asfaltare, e Craxi lo sapeva bene, anche se non sottovalutava l’importanza dell’amministrazione. Per cui il governo Craxi deve essere ricordato soprattutto per le scelte politiche di grande portata che ancora oggi condizionano positivamente la nostra vita civile e sociale: l’avvio, nel Consiglio europeo di Milano del 1985, del processo che avrebbe portato all’Atto unico europeo; il sostegno, che fu decisivo, alla posizione atlantica mossa dal cancelliere Schmidt nella politica di difesa europea, una decisione che avrebbe accelerato l’implosione dell’impero sovietico; la revisione del Concordato, che De Gasperi e Togliatti si erano impegnati a concludere nel lontano 1947; la drastica riduzione dell’inflazione, grazie al decreto sulla scala mobile che, secondo quanto riconosce ora Massimo D’Alema, liberò “il campo da automatismi superati per lo stesso esercizio della lotta contrattuale da parte del sindacato”.
Ed anche, last but not least, la difesa inflessibile del prestigio e della sovranità della nazione. Senza retorica e senza avventurismi, ma sempre in base a solide ragioni: le solide ragioni della crescita economica, che giustificarono più forti e più organizzati, di muoversi nella direzione seguita dai socialisti”. E’ questa la condizione per sbloccare il sistema politico, che se vuole sopravvivere non può imboccare “vie diverse da quelle di un vero e nuovo centro-sinistra o di una vera alternativa”; cioè, spiega, da un lato quella “della ricerca di una nuova linea d’incontro tra le istanze del centro politico e le istanze della sinistra”, e dall’altro quella di “una vasta aggregazione di forze democratiche su presupposti non equivoci, in alternativa al partito di maggioranza relativa, cardine per decenni, nel bene o nel male, di tutte le maggioranze politiche”.
Il sistema politico italiano non imboccò, come è noto, né una strada, né l’altra. Investì, invece, sulla risorsa “governabili la pretesa di Craxi di partecipare ai vertici dei paesi più sviluppati; le solide ragioni della politica e del diritto internazionale che gli consentirono di mettere in salvo passeggeri ed equipaggio della Achille Lauro, ma anche di salvaguardare i rapporti di amicizia fra occidente ed Egitto che gli avventati consiglieri del presidente Reagan non avevano esitato a mettere a rischio.
Alla vigilia di quella esperienza di governo non avevamo preparato un dettagliato programma, come era invece avvenuto alla vigilia del primo centro-sinistra. Il Psi aveva bensì indicato, nella conferenza di Rimini del 1982, le linee guida della propria azione politica, orientata ad assecondare la modernizzazione della società italiana ed a “governare il cambiamento”, valorizzando i meriti senza lasciare disattesi i bisogni dei più deboli.
Ma Craxi non si era fatto precedere a Palazzo Chigi da un qualche “libro dei sogni”.
Trovò, piuttosto, un “libro degli incubi”, come ha osservato nel suo
“Menscevichi” Luigi Covatta: i fantasmi di tutte le decisioni rinviate, di tutte le scelte eluse, di tutti i problemi lasciati marcire dalla pratica del “governo ai margini” che, secondo Pietro Scoppola, aveva rappresentato la cifra del modo di governare della Dc dopo la morte di De Gasperi, fatta salva la parentesi di Fanfani.
E la novità rappresentata da Craxi fu quindi soprattutto quella del fare, del non rassegnarsi al rinvio, di offrire al paese la figura di un governo che fosse una guida, e non una camera di compensazione: rappresentato autorevolmente da un leader che credeva nella politica come espressione del diritto dei cittadini ad avere un governo, e che agiva coerentemente con queste convinzioni. […]
Gennaro Acquaviva
da il Foglio del 18 gennaio
saluti




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