Di tutti i modi per riferirvisi è quello che prediligo: signum aeternitatis, il simbolo dell’eternità. La ruota temporale che gira senza inceppi intorno al punto dei punti. Muovendo e non muovendosi, l’origine disegna spazio e tempo, e eternità. L’eternità come l’uomo la può sentire: un movimento infinito. L’eternità come la può sentire un Dio: il paradosso per cui l’essere espande la potenza che lo connota fino a comprendere (a ri-comprendere) in sé il mutamento.
Il signum aeternitatis è lo swastika, sole benigno che da millenni illumina lo sguardo delle nostre genti. Lo si ritrova accennato da una mano esitante di artigiano sulla brocca da cui gli avi italici traevano Bacco. Steli rosati sul fondo della ciotola povera di argilla, mensa frugale dell’agricoltore peuceta. Inciso in greche ininterrotte nere su sfondo rosso: un monile intorno al collo opulento delle anfore della Grecia arcaica. Trasfigurato in ferree teste di cavallo sulle fibule, inciso sulla coscia massiccia di un toro teutonico, scolpito nel bronzo. Nelle trame azzurrine dei tappeti antichi cinesi, tra le peonie di quelli tibetani, come segnaposto benaugurale per il buddista devoto. O balenanti come falci le sue punte: lo swastika assiro. Sulle finestre dei nostri palazzi antichi, nei portali bianchi di pietra polverosa. Sui templi e sui cocci.
Ho dovuto attendere di conoscere gli scettici del nostro tempo, coloro che diffidano degli assoluti, compresi gli assoluti del male, per sapere del senso e della diffusione dello swastika. Prima, libri e scuole, tacendo secoli e secoli e leghe e leghe di storia dell’uomo, mi avevano convinta che rappresentasse gli uncini del maligno. Varrebbe la pena di fare la rivoluzione anche soltanto per questo.
7 febbraio 2007
Tratto da www.cultrura.net




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