OMNIA SUNT COMMUNIALa singolarità irriducibile dell'azione comuneLa politica della sottrazione interviene laddove si è esaurita la spinta propulsiva del pensiero critico che per tutto il XX secolo ha ritenuto che la sola distruzione dell'ordine esistente creasse le condizioni per la formazione dell'uomo nuovo. Un'intervista con il filosofo francese Alain BadiouFilippo Del Lucchese e Jason SmithIl legame tra filosofia e politica non è certo un elemento nuovo nella storia del pensiero occidentale. Da Platone in avanti i filosofi hanno costantemente cercato un dialogo e un impegno critico nel presente. Un impegno che emerge con chiarezza nel ciclo di conferenze che il filosofo francese Alain Badiou sta tenendo in queste settimane a Los Angeles. Studenti, artisti, scrittori e militanti affollano gli incontri, rispondendo con vivacità alle sollecitazioni di un filosofo che continua a dichiararsi un «comunista in senso generico». Professor Badiou, in che modo, usando le sue parole, il comunismo può ancora essere il «nome comune» che apre il futuro?Non sono particolarmente affezionato alla parola «comunismo», ma è un concetto che ancora mi piace. Mi piace perché indica l'idea generale di un mondo in cui la società non è organizzata sui rapporti classici di ricchezza e di oppressione, statale o sessuale. Ecco perché comunista «in senso generico». Nel senso, cioè, di un'uguaglianza universale, nella molteplicità dei ruoli. Resto fortemente convinto, ad esempio, della critica radicale alla divisione del lavoro. Mi sembra assurda l'esistenza da un lato di lavoratori manuali, spesso oppressi e mal pagati e dall'altro di lavoratori intellettuali, nelle loro biblioteche, ben pagati e rispettati. Chiamo comunismo la fine di questa assurdità. Una società che trovi in sé un diverso principio di organizzazione delle attività umane, «sottratto» alla pesantezza opprimente di quei rapporti sociali.Come si lega questo comunismo alla necessità, su cui lei richiama l'attenzione, di una «politica senza partito» che sia, al tempo stesso, un nuovo modello di organizzazione? Quella dell'organizzazione è ancora una questione di importanza fondamentale, che caratterizza la politica come «azione collettiva». Il modello a lungo dominante del partito leninista, come avanguardia della politica, ha completamente esaurito la sua forza propulsiva. Il bilancio che faccio di quest'esperienza è positivo, in quanto ha reso possibile un'insurrezione - quella del 1917 - che ritengo vittoriosa. Lenin era ossessionato dai sanguinosi fallimenti delle rivolte operaie del XIX secolo. Ha quindi proposto la centralizzazione massima della forza operaia, in un partito che deteneva la capacità di direzione e organizzazione della classe. E ha dimostrato che, sulla questione dell'insurrezione, era una buona idea. Oggi, il problema di una politica emancipativa è quello di inventare un modello di disciplina «non militare».Ripeto spesso che «chi non ha niente, ha solo la propria disciplina». I poveri, i diseredati, possono solo agire insieme e la disciplina è la loro forma di organizzazione. Come trovare e esercitare - questo il problema attuale - un modello di disciplina non militare. Ciò permette inoltre di riformulare in termini di «distanza» il problema del rapporto fra politica e Stato. Distanza significa che la pratica politica non deve più essere orientata o dettata dalle scadenze fissate dallo Stato. Ad esempio quando convoca le elezioni, quando interviene nei conflitti, quando dichiara una guerra o quando annuncia misure dettate dalla crisi economica. Mi sembra priva di ogni interesse, ad esempio, la partecipazione alle scadenze elettorali, il cui solo effetto è di mortificare la politica. Nessuna delle questioni fondamentali verrà modificata in questo quadro. Distanza significa che le decisioni devono essere prese in piena autonomia rispetto a ciò che i governi, i media, l'economia - lo Stato in senso molto ampio, quindi - ritengono importanti e che decidono di imporre nell'agenda politica.In che modo questo si lega a una politica che lei chiama della «sottrazione» e di cui rivendica la necessità in opposizione alla politica violenta e nihilista della «distruzione»?Si tratta di una questione al tempo stesso filosofica e politica. Da un punto di vista filosofico, per un lungo periodo, il simbolo di tutto ciò è stato il rapporto fra Marx e Hegel. La concezione dialettica della negazione definiva il rapporto fra filosofia e politica o, come si diceva una volta, il problema del materialismo dialettico. Così come per il partito - forma vittoriosa dell'insurrezione ma oggi esaurita - penso allo stesso modo che la forma dialettica della negazione non sia più adeguata a fondare e rendere vivo il legame tra filosofia e politica.Nel tentativo di chiarire la situazione politica bisogna cercare nuove forme di critica e di negazione. Ecco perché introduco l'idea che, soprattutto nell'azione politica, sia necessario superare lo stallo a cui conduce la mera distruzione, l'aspetto «propriamente negativo» della negazione. Oltre l'orizzonte hegeliano - per cui la negazione della negazione produce la nuova affermazione - bisogna pensare oggi che la negatività distrugge il vecchio ma non genera affatto una nuova realtà. Qual è invece la traduzione politica di questa concezione «sottrattiva»?Dal lato della politica, ogni tentativo rivoluzionario o emancipativo si troverà oltre la parte propriamente negativa, nella parte della negazione che propongo di chiamare «sottrattiva». Una sottrazione, cioè, dalle leggi dominanti della realtà politica e la creazione di un punto di autonomia. Per tutto il XX secolo, nel movimento marxista e leninista, ha prevalso l'idea che la distruzione fosse da sola in grado di generare una nuova storia, un nuovo uomo. Oggi, invece, abbiamo bisogno di una «sottrazione originaria» che crei uno spazio di indipendenza e di autonomia. Penso che sia possibile osservare dei sintomi importanti di questa crisi della negazione, intesa in senso tradizionale. L'«apologia della negazione debole», ad esempio, cioè una sottrazione completamente slegata dall'attività distruttiva e che si indebolisce fino a confondersi con l'approvazione o il consenso, per usare le categorie di Habermas. Oppure, dall'altro lato, il tentativo disperato di mantenere la distruzione come figura pura della creazione, di carattere religioso e nihilista. Il sintomo principale di questa crisi della negazione e di questa dicotomia è la guerra, contro il terrorismo da un lato e contro gli infedeli e l'occidente dall'altro. Fuori da questo orizzonte «anfibio» della guerra, sintomo di una crisi, qual è lo spazio riservato alla violenza?È lo spazio, di nuovo, di un un legame potente tra filosofia e politica. Ritengo accettabile l'idea della creazione di spazi indipendenti, a proposito dei quali la questione della violenza assume una funzione difensiva. Diventano interessanti, in questo senso, tutte le possibili forme e tutte le esperienze che abbiamo sotto gli occhi. La fase iniziale del movimento zapatista ne è un esempio concreto. Ma se ne possono fare molti altri. La prima figura di questo tipo, forse, la si trova nel movimento anti-sovietico all'inizio degli anni '80 in Polonia. Movimento nient'affatto non-violento, che usava l'arma dello sciopero come strumento di pressione per negoziare col governo, in una situazione di pieno controllo operaio delle fabbriche. Per un breve periodo, si è vista in opera una dialettica nuova tra mezzi di azione classici, come lo sciopero, le manifestazioni ecc. e qualcosa come la creazione di uno spazio di autonomia nelle fabbriche. A partire da qui, l'obiettivo non era prendere il potere, ma imporre al potere un diverso rapporto. In questo senso è impossibile escludere di principio qualsiasi forma di violenza. Un esempio attuale è il fenomeno Hezbollah. Senza volere una guerra frontale, Hezbollah ha esercitato una violenza difensiva efficace che ha causato il fallimento della pretestuosa aggressione israeliana. È la creazione di uno spazio collettivo e di unità «popolare» di tipo nuovo, anche attraverso l'esercizio di una violenza difensiva. Ciò che invece mi colpisce di questo movimento, per riprendere il tema dell'organizzazione, è la difficoltà rispetto al rapporto con lo Stato. Il fatto, cioè, che Hezbollah sia in competizione per il potere statale, senza tuttavia riprodurre un modello militare o insurrezionale classico e restando in uno stato di parziale dissidenza, di alleanza conflittuale.Qual è invece il carattere mistificatorio e «fascista» della «cospirazione» islamista, di cui lei parla in «Logiques des Mondes»?Ciò che chiamo «terrorismo islamista» e «gruppi fascisti a carattere religioso» non sono affatto le grandi organizzazioni di massa come Hezbollah o Hamas. Come figura pura e separata di distruzione, invece, penso a un tipo di terrorismo «non-situato» o «non-situabile», in cui è assolutamente impossibile scorgere alcuna figura costruttiva. L'11 settembre, ad esempio, non è stato accompagnato da alcun discorso politico, da alcuna dichiarazione di guerra, senza cui non si dà una vera e propria politica. Si tratta di un concetto sfuggente di pura destabilizzazione. Ciò non ha niente a che vedere col carattere religioso di quelle organizzazioni di massa. In quei casi la religione - ancora un sintomo della crisi della negazione - si presenta come il surrogato di qualcosa che non è ancora stato trovato, qualcosa di ben più universale ed eccedente la particolarità dei limiti religiosi. In questo mi sembra ancora di grande attualità Marx, per cui il comunismo era naturalmente rivolto all'internazionalismo. Nel dogmatismo religioso, ad esempio sciita, abbiamo qualcosa di potente ma di estremamente limitato. Penso che sia un passaggio che testimoni indirettamente dei limiti del nostro pensiero sul problema del negativo e dell'organizzazione politica. Un passaggio che è necessario assumere, salutandone da un lato la vivacità (per cui sono contento che la forza organizzativa e popolare di Hezbollah argini con successo l'aggressione israeliana), ma sottolineandone dall'altro i limiti rispetto all'universalizzazione e alla creazione di un orizzonte il più possibile ampio, difficile ma necessario.Poco più di un anno fa, lei è stato uno dei pochi intellettuali a intervenire sulle banlieue di Parigi in fiamme, scrivendo su Le Monde che «abbiamo le rivolte che ci meritiamo». Quali problemi indica quel tipo di conflittualità?Il problema che, nella tradizione leninista, potremmo chiamare delle masse: in che modo cioè la politica può organizzare le grandi masse del pianeta, private di tutto, oppresse, spesso sottomesse a organizzazioni criminali, attraversate da messianismi religiosi o in preda a violenze incontrollate. Questo il destino e il compito di ogni politica emancipativa nell'epoca presente, perché stiamo parlando di miliardi di persone: o risolveremo questo problema o il nostro orizzonte resterà tragicamente troppo limitato. Nel XIX secolo, il problema è stato l'ingresso delle nuove masse proletarie urbane sulla scena politica e nel XX è stato l'emancipazione politica dei popoli colonizzati. Il primo orizzonte ha dato il movimento operaio, la Comune di Parigi e infine la rivoluzione del '17, mentre il secondo ha dato le guerre di liberazione nazionale, l'Algeria, il Vietnam e la guerra popolare cinese. Oggi non possiamo parlare né di masse operaie, forgiate nella disciplina della fabbrica, né di masse contadine, localizzate e organizzate sulla base di rapporti agrari. Parliamo invece di masse profondamente «atomizzate» dal capitalismo, spesso precipitate nel caos e nella precarietà delle condizioni di vita. Sono una figura collettiva che non ha nome e che per il momento sono semplicemente abbandonate all'azione del capitalismo. Ora, il legame con le banlieue francesi diviene evidente, perché la distinzione tra terzo mondo e paesi sviluppati è sempre meno significativa. Abbiamo qui il nostro terzo mondo. Ecco perché la questione dell'immigrazione diviene fondamentale per tutti gli stati occidentali. Un fenomeno di grande interesse perché mostra che queste masse destrutturare, povere e private di tutto, in situazioni di inurbamento non operaio, costituiscono inevitabilmente uno degli orizzonti principali della politica a venire. Sono inoltre un fattore potente di unificazione del mondo. La globalizzazione oggi è l'organizzazione, su scala mondiale se possibile, di queste masse che hanno uno statuto del tutto simile. Perché chi abita la banlieue di Bamako o di Shanghai non è essenzialmente diverso da chi abita quella di Chicago o di Parigi. È più povero e in peggiori condizioni, ma non «essenzialmente» diverso.Quali percorsi sono praticabili?Su questo ho idee frammentarie, ma sono convinto che sia il problema fondamentale. Ci sono stati esperimenti politici significativi, ad esempio con i sans-papier in Francia. Ma è solo una parte di questo problema più vasto e inevitabile. Come dimostra, tra le altre cose, l'assoluta mancanza di legami politici con i giovani in rivolta delle banlieue. Si tratta, di nuovo, di un aspetto della crisi della negazione, a fronte di cui dobbiamo pensare una forma «sottrattiva», seppur minima, per questo tipo di popolazione. I sans-papier richiamano in qualche modo una composizione operaia minima, perché lavorano nella ristorazione, nell'edilizia ecc. Ecco perché è stato possibile fare alcuni progressi nelle lotte e nella loro organizzazione. Ma al di là di alcune sperimentazioni e successi il problema è ancora aperto.Due banlieue particolari, per motivi diversi e con diverse caratteristiche, sono oggi in fiamme. Nella Beirut degli Hezbollah e nella Baghdad delle milizie di Moqtada al-Sadr. Migrazione interna di enormi masse della popolazione sciita e resistenza violenta. Possiamo includere questi due casi particolari nel quadro più generale?Certamente. Aggiungendo però che i giovani di Beirut e Baghdad, che riescono a proporre delle soluzioni collettive, non sono affatto abbandonati a loro stessi. Sono organizzati intorno a dei leader e delle autorità riconosciute. Diciamo che hanno trovato una forma possibile di soluzione dei problemi delle popolazioni povere e marginalizzate. Ma hanno accettato l'interlocuzione politica con delle strutture, con dei dirigenti che al tempo stesso possiedono delle enormi capacità politiche e godono di un'indiscussa autorità religiosa. Ed è proprio questa particolarità che caratterizza e limita quel tipo di esperienze. L'ambivalenza impone da un lato di affrontare su scala globale il problema di queste masse e dall'altro lato di osservare con grande attenzione esperimenti localizzati e, per così dire, particolari, come Hezbollah o al-Sadr.ARDITI NON GENDARMI




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