Risultati da 1 a 5 di 5
  1. #1
    Scuola austriaca
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    Predefinito La legge dell'Antagonista

    L'antagonista, il nemico, è un propellente speciale.
    Più alto il nostro grado di responsabilità più spietato l'attacco dell'antagonista.
    L'antagonista ci misura, ci rivela ci realizza.. Più alto è il nostro grado di libertà, più sottile la sua azione.
    Non temere l'Antagonista! sotto la sua maschera di ferocia si nasconde il tuo
    più grande alleato il tuo più fedele servitore. L'unico e solo scopo dell'Antagonista è la tua vittoria...
    L'antagonista usa ogni artificio , ogni strategia per la meta finale: la tua Integrità.
    Nessuno al mondo può amarti più dell'antagonista. L'antagonista sa tutto di te e fa tutto per te..perchè tu sei la ragione del suo essere...
    Non temere l'antagonista! La tua perfezione crescerà con la sua spietatezza, la tua immortalità con la sua apparente immoralità, la tua intelligenza crescerà con il suo potere , il tuo potere con la sua intelligenza
    Perchè l'Antagonista SEI TU !

    saluti a tutti !

  2. #2
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    Predefinito

    Non ho capito una mazza.

  3. #3
    Scuola austriaca
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    ciao Ari6, non è comprensibile come lo sono i paradossi..
    comunque mi riferivo ad un film I Miserabili di Hugo.
    E' la storia implacabile dell'antagonismo, la caccia condotta per anni da un poliziotto dalla deontologia di acciaio, il fanatico Javert, per assicurare ad una giustizia ingiusta il galeotto evaso Valjean, condannato all'ergastolo per aver rubato del pane. Nella storia quell'uomo braccato Valjean assurge a simbolo della generosità, della bontà dell'individuo umiliato, abbruttito dalla miserabilità del consorzio umano, dalla spietatezza dlle sue leggi. Valjean invece di lasciar morire il suo persecutore e liberarsi del fanatico Javert, gli salva la vita, contro ogni sensateza. Il poliziotto oramai incapace di vivere con i suoi valori una volta sovvertite le sue convinzioni più radicate sul bene e sul male si uccide.

  4. #4
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    guarda guarda con che razza di Brutti ceffi si accompagna questo nostro discepolo....

    ce lo ritroveremo a lezione dai siori Brunetta e Tremonti??

  5. #5
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    giusto il fatto che mi sono ritrovato a parlare di Bresciani Turroni prima del 10 di febbraio

    http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=4785

    Il liberalismo imperfetto di Bresciani Turroni
    di Paolo Bernardini

    Costantino Bresciani Turroni (1882-1963)
    Un economista veneto tra l’Egitto e il Banco di Roma


    Costantino Bresciani Turroni nacque a Verona nel 1882, e si laureò a Padova nel 1902, avendo come relatore Achille Loria. Ebbe una carriera accademica e amministrativa fulgida, che comprese anche lunghi soggiorni di studio in Germania, ai primi del Novecento, quando ancora il pensiero economico tedesco era aperto alla considerazione del liberalismo come possibile scelta economico-politica per una nazione; e soprattutto insegnò un lungo periodo, dal 1927 al 1940, alla neonata Università del Cairo. Fu nel 1925 tra i firmatari del Manifesto Croce, degli intellettuali antifascisti, e nel dopoguerra fu vicino al Partito Liberale, di cui pure riconosceva la debolezza, e sodale di Luigi Einaudi, tanto che a Torino ancora si conserva, e meriterebbe di essere pubblicato, un copioso carteggio tra i due. Dal 1945 fino alla morte occupò diversi incarichi di prestigio, come la presidenza del Banco di Roma, e quello di direttore esecutivo della Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo, con sede a Washington. Fu anche ministro per il commercio estero nel governo Pella, per sei mesi tra il 1953 ed il 1954. Fu pubblicista per “Il Corriere della Sera” dal 1946 al 1963, anno della morte e titolare, dal 1926 al 1957, della cattedra di Economia Politica presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano. Bresciani Turroni fu un uomo integerrimo, ed uno studioso di grande valore, tra i maggiori economisti italiani della prima metà del Novecento. Scriveva correntemente in inglese, francese, e tedesco, su temi diversi – ivi compresa l’antropometria – e alcune sue opere giovanili, come La ricchezza delle città, del 1912, tema caro ad un altro liberale del secolo precedente, Carlo Cattaneo, sarebbero degni di ulteriori studi. Molto opportunamente Il Mulino ripubblica ora una scelta degli scritti economico-politici di Bresciani Turroni, Liberalismo e politica economica (pp. 299, € 25), con un vasto apparato introduttivo che comprende un’acuta premessa di Mario Talamona, da poco scomparso, e testi di economisti come Lorenzo Ornaghi, Alberto Quadrio Curzio, Gianandrea Goisis, ed un lungo saggio di Claudia Rotondi, integrato da una precisa nota bio-bibliografica. Vi è riprodotta l’opera fondamentale di Bresciani, Il programma economico-sociale del liberalismo, testo programmatico del PLI, pubblicato proprio nel 1945. In un certo senso, si tratta dell’opera più notevole per comprendere sia le buone intenzioni liberiste, sia il vizio di fondo del pensiero liberale italiano, vizio che si conserva tuttora in molti epigoni del liberalismo, o sedicenti tali, in questo scorcio di terzo millennio. Il vizio consiste nel riconoscere ancora allo Stato una funzione fondamentale nell’ordinamento liberale, ponendo in secondo piano quello che è l’elemento costitutivo del liberalismo classico, l’individuo: è la collettività, secondo Bresciani, il vero oggetto del liberalismo, quel che deve essere posto al centro del mondo. Ecco quindi che non suona stridente la locuzione che Rotondi pone nel suo saggio introduttivo, di “liberalismo sociale”. Eppure, ad ogni seguace della Scuola Austriaca – e Rotondi era forse vicino a Hayek, ma non a Mises – tale locuzione è immediatamente sospetta. Rotondi è fortemente contro ogni pianificazione economica di tipo socialista, riconosce le somiglianze tra Germania nazista e URSS (la differenza: nella prima è stata conservata la proprietà privata), individua bene i falliti germi liberali di Weimar, ma nel momento in cui esalta la funzione regolativa dello Stato, anche se di Stato minimo si trattava, non si accorge che i confini sono deboli tra pianificazione e regolazione, e possono essere (e di fatto lo furono) continuamente violati. A questo si associa il suo distacco dal diritto naturale – in questo vicino a Kelsen, che generalmente non amava – come garante ultimo della moralità, mentre sposa un relativismo assai pericoloso, soprattutto se associato a principi economici di libero mercato, che sono tutt’uno con la libertà d’azione e la sostanza individuale del soggetto. E dunque sorprendentemente non cita, tra i padri del liberalismo nell’Europa di fine Seicento, John Locke, ma una figura assai più oscura, come il francese Boisguillebert. Per cui ecco la sconcertante (per un liberale classico) affermazione di Bresciani: “Anche i liberali vogliono uno Stato forte”. Che poi questo Stato forte abbia i connotati dello Stato minimo di Hayek, Nozick, e in ultimo di Jeff Miron, mostra se mai bene come Bresciani non abbia avuto l’ipocrisia di definire “minimo” uno Stato che in realtà ha compiti per lui primari, tra cui la tutela della sicurezza interna ed esterna, e l’amministrazione della giustizia. Insomma, giova rileggere Bresciani, per comprendere quanta buona volontà vi fosse nei primi liberali italiani, ma, sia perché troppo vicini ancora a Croce, sia perché terrorizzati dall’“anarchia” in cui potevano finire gli Stati dopo la seconda guerra mondiale, quanta dottrina incerta vi fosse anche, ben presente. Da cui oggi tutti o quasi i sedicenti liberali italiani sono inconsapevolmente, ma potentemente condizionati.




    Pubblicato il 18/02/2007

 

 

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