Corriere della sera 21.02.07
Afghanistan, l'Unione rischia al Senato
Mercoledì il voto sulla politica estera. Attesa per l'intervento di D'Alema che avverte gli alleati: «Senza maggioranza tutti a casa»
ROMA - Tutti a casa se la maggioranza dovesse andare sotto nel dibattito sulla politica estera, previsto per mercoledì al Senato. Massimo D'Alema sfata il tabù e alla vigilia delle comunicazioni che dovrà rendere a Palazzo Madama (alle 9 del mattino) evoca la prospettiva più temuta da Prodi: la crisi. «È un principio costituzionale: il governo non c'è senza maggioranza» è l'avvertimento nemmeno tanto sfumato che il ministro degli Esteri spedisce agli alleati ancora alle prese con i nodi Afghanistan e Vicenza. Poi però aggiunge: «Ma non sono assolutamente preoccupato. Credo che l'ordine del giorno lo voteranno tutti. Almeno lo spero».
quindi di conseguenza.......
Gazzettino, Venerdì, 23 Febbraio 2007
Dopo il «tutti a casa» ora il ministro D'Alema non si dimette più
«Io lasciare gli Esteri? Non c’è limite alla stupidità umana Il governo resta questo: né elezioni, né Prodi-bis, né rimpasto»
Roma
NOSTRA REDAZIONE
«Non c'è proprio limite alla stupidità umana»: Massimo D'Alema risponde così, sorridendo, al giornalista che gli riferisce come circolino voci su una sua intenzione di non ricandidarsi più al ministero degli Esteri. Tre giorni fa, all'immediata vigilia dell'appuntamento col disastro di Palazzo Madama, il leader della Quercia era stato un po' più reciso: alla domanda se, mancando la maggioranza sulla politica estera, il governo doveva andare a casa aveva risposto con un «certo, è un principio costituzionale». In aula, al Senato, D'Alema ne aveva fatto quasi una questione personale: o si fa così in Afghanistan e a Vicenza, aveva detto, oppure non si fa più niente di niente.
E ieri, a 24 ore da una sconfitta cocente, D'Alema detto Baffino - o Baffino di ferro, dagli estimatori più convinti - ha dato sfogo alla sua amarezza. Delle dimissioni, però, non una parola. «Siamo un Paese di matti... Intendiamoci, purtroppo quello che è successo era nel novero delle cose possibili, viste le tensioni di queste ultime settimane. Ma resta il fatto che è uno shock. Un vero shock...», commenta. Per D'Alema è infatti un «paradosso» che l'esecutivo sia caduto sulla politica estera: «Una delle poche cose che avevano funzionato. Per assurdo, avrei capito che fossimo caduti sulla legge finanziaria, con tutti i malumori che ha creato nel Paese. Ma sulla politica estera non ci sto. Siamo un Paese di matti». Poi nega di aver «alzato troppo l'asticella», ribadisce di aver dato ai pacifisti «tutto quello che gli poteva dare» e attacca la sinistra radicale: «D'altra parte, cosa vuoi, quando metti perfino i trozkisti in Parlamento, questo è il minimo che ti possa succedere». E parla della «tragica immaturità di questa sinistra», una sinistra «che rifiuta a prescindere l'assunzione della responsabilità di governo», una sinistra «che pur di non perdere la sua verginità, preferisce riconsegnare il Paese a Berlusconi». Comunque, il vicepremier si schiera con Prodi: «Per noi il governo resta quello in carica. Non c'è alternativa possibile: né Prodi bis, né rimpasto, né governo tecnico, né elezioni anticipate». Qualcuno dice che, dopo essersi tanto esposto fuori e dentro l'aula di Palazzo Madama, ora D'Alema pensi di lasciare la Farnesina: voci che vanno oltre «il limite della stupidità umana», replica.
Eppure, nel palazzi, l'interrogativo si era posto, confortato dalle considerazioni sul carattere del nostro e da un precedente: nel 2000, l'allora premier D'Alema aveva fortemente politicizzato il voto regionale e poi, quando il centrosinistra ne uscì con le ossa rotte, coerentemente lasciò Palazzo Chigi. Ieri, sul «Corriere della Sera», Ernesto Galli Della Loggia lo ha sostanzialmente invitato a farsi da parte: uno «specifico caso D'Alema esiste», osservava il commentatore e, se sarebbe «maramaldesco» chiedergli di non entrare nel prossimo governo, tuttavia l'opinione pubblica può ben chiedere a D'Alema «una parola, un gesto, veda lui quale», che non disperda «la lezione di serietà, di impegno e di coerenza» da lui offerta mercoledì in Senato e nei giorni precedenti. Insomma, uscire con l'onore delle armi.
Onore delle armi che - per la verità - a Palazzo Madama gli aveva reso anche l'opposizione di centrodestra, durante il dibattito sulla politica estera: D'Alema va benissimo, i suoi alleati della sinistra radicale no, dicevano quasi in coro gli uomini della Cdl. Alla fine, tuttavia, il sospetto di machiavellismo ritorna puntuale. Nel 1998 Prodi cadde per un intervento di D'Alema, ora sempre D'Alema ha posto l'aut aut sulla votazione in Senato: «Vittima o artefice? Questa - commenta malizioso il forzista Schifani - è la domanda».
M.Ant.
e voi, come giudicate un uomo così???




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