
Originariamente Scritto da
tolomeo
Sotto il peso delle pressioni economiche, Prodi affonderà su un dilemma
Al direttore – Sì, sì, lo so. Lo so che in politica
quello che conta è innanzi tutto la
leadership, la capacità di dare alla nazione
il senso di un percorso da compiere. E
so anche che il centrosinistra casca innanzi
tutto su questo terreno: Romano Prodi
non ha visione, è soltanto arrogante e intrigante,
Massimo D’Alema è quel misto di
Don Chisciotte e Don Abbondio di cui parla
Andrea Romano: non gli mancano le
idee, ma volta per volta concretezza o coraggio.
Piero Fassino è soltanto un caporale:
sa leggere gli ordini di giornata e contare
gli effettivi nonché le reclute, ma lasciatelo
stare quando c’è da avere un’invenzione
politica. Francesco Rutelli è il portavoce
perfetto: quando però vescovi o Luca
Cordero di Montezemolo non gli parlano è
sperduto. Fausto Bertinotti è un simpatico
cazzaro che non ha niente a che vedere con
estremisti di spessore intellettuale che sono
diventati statisti come Joschka Fischer.
Insomma la crisi del centrosinistra, ancor
prima che di numeri, è di leadership. Ma a
chi mi dice di lasciare perdere l’analisi
economico-sociale, io rispondo: “Ma non vi
ha mai detto niente la mamma di quello
che succede sotto la struttura?”.
Anche la crisi del governo Berlusconi
nel suo terzo anno di vita fu determinata
da processi economico-sociali: la ripresa di
centralità del mondo Fiat con l’apertura
alla Cgil che spiazzava Cisl e Uil, la formazione
di un blocco tra Capitalia e Intesa
che condizionò tutto l’establishment italiano.
Fu quel processo che diede la base materiale
per le fibrillazioni di un velleitario
astratto come Marco Follini e di un manovriero
prudente ma senza strategia come
Pier Ferdinando Casini che diedero un
colpo duro a un governo già sottoposto alla
metodologia non sempre perfettamente razionale
di Silvio Berlusconi.
E anche oggi i processi economici e sociali
finiranno per dare l’ultimo colpo (che
secondo me porterà poi alle elezioni anticipate,
visto che la prima crisi del governo
Prodi non ha prodotto il necessario governo
di transizione) all’esecutivo in carica.
Il mondo degli affari darebbe ancora un anno
Il mondo degli affari di per sé chiederebbe
ancora un anno di governo Prodi.
Un presidente del Consiglio debole è l’ideale
per chiudere al meglio alcune partite:
quella San Paolo Intesa (ancora aperta),
quella “nozze” di Capitalia; quella Telecom
Italia, quella Autostrade, quella
Alitalia. L’incerottato Prodi e lo stoppato
Giovanni Bazoli fanno ormai poca paura e
l’istinto dei principali player è che i giochi
si possono chiudere al meglio con una
politica debole. Ahimé, però, il mondo degli
affari non fa i conti con le dinamiche
sindacali, dei lavoratori e delle imprese.
Cisl e Uil, umiliate da un esecutivo che le
ha costantemente scavalcate con Guglielmo
Epifani e Montezemolo, non vedono
l’ora che Prodi se ne vada. E senza di loro
quella bella coppia di ectoplasmi che sono
diventati i falliti Epifani e Montezemolo
non riusciranno a trovare uno straccio
di compromesso su una faccenduola come
quella delle pensioni. Certamente in una
situazione di normalità con una leadership
e una maggioranza politica effettiva
anche vicende complicate come quelle
connesse alla previdenza si sarebbero potute
chiudere con i necessari compromessi.
Ma ormai non c’è più né tempo né spazio.
Rifondazione non può tollerare nessuna
aspra contesa con il sindacato e nessuno
è in grado di evitarla se si vuole chiudere
sulle “pensioni”. Di fronte a questo
drammatico dilemma, il governo Prodi
non potrà che affondare. E questo avverrà
rapidamente.
Lodovico Festa