
Originariamente Scritto da
Lavrentij
«Morirò per te», film scritto da Shintaro Ishihara, governatore di Tokyo, dove l'eroe è un coreano suicida per l'Imperatore
Di soldati morti per la patria, più o meno eroicamente, più o meno convinti, fosse e cimiteri del mondo sono pieni. Ma solo la follia revanchista di Shintaro Ishihara, ex regista e scrittore, attuale governatore di Tokyo in cerca di un terzo (poco probabile) mandato, poteva partorire, in un momento così delicato nei rapporti tra Giappone e Corea, la figura di un improbabile kamikaze coreano che va a schiantarsi in nome di Sua Maestà, orgoglioso dell'occasione offertagli da un comandante «illuminato» e preoccupato di non poter finire anche lui, come i suoi sventurati compagni di serie A (cioè giapponesi), appollaiato su un albero del tempio Yasukuni, dove «riposano» gli spiriti degli eroi.
Morirò per te, che il governatore di Tokyo ha scritto e prodotto, ci si augura non con soldi pubblici (120 milioni di euro), affidandone la regia al mediocre Taku Shinju e la fotografia agli ottimi Seiji Maeda e Hiroyuki Kitazawa è destinato a far parlare di sé. L'ambasciatore sudcoreano a Tokyo, che non l'ha ancora visto ma ne ha sentito parlare, ha già detto che se la visione corrisponderà a quanto gli è stato riferito lo segnalerà al suo governo per una protesta formale: «Non è con questo tipo di iniziative che si possono lenire le ferite ancora aperte», ha dichiarato. Tutto ciò accade mentre il premier Abe, con le sue dichiarazioni negazioniste («sulle donne di conforto non esistono prove del coinvolgimento del governo») e il suo ministro dell'educazione, Ibuki, con le sue esternazioni («il Giappone funziona perché è stato sempre governato dalla stessa razza») stanno alimentando una polemica mai sopita tra il Sol Levante e le nazioni occupate dall'armata imperiale. «Ho dovuto lottare contro la mia famiglia - confessa nel film ai suoi compagni che lo prendono in giro, l'improbabile kamikaze oriundo coreano - ma in cuor mio ho sempre saputo che per garantire il futuro del mio paese (la Corea, ndr.) io devo morire per il Giappone».
«È un insulto a tutto il popolo coreano», dichiara Lee Yong Son, una delle «donne di ristoro» sopravvissute alla famigerata vicenda della prostituzione di stato organizzata durante la guerra dal governo giapponese, di passaggio a Tokyo dopo aver provocato, con la sua drammatica testimonianza, una risoluzione bipartisan del Congresso Usa in cui si chiede al Giappone di riconoscere questo misfatto e pagare indennizzi alle vittime sopravvissute. «Pensare che un coreano potesse, nonostante l'occupazione e l'annientamento culturale di cui il nostro popolo è stato vittima, immolarsi in nome dell'Imperatore, significa non aver la minima intenzione di far ammenda del passato».
Ma Ishihara non è un pazzo isolato. Dopo aver tentato di conquistare il governo, alla testa di un piccolo partito subito spazzato via dal tifone Koizumi, l'autore di Il Giappone che sa dire di no, best seller anni '80 scritto in coppia con il fondatore della Sony, Akio Morita, è diventato il leader riconosciuto della destra revanchista, succube degli umori di Washington, che sta inviando pericolosi segnali alla gioventù di un paese dove ogni 15 minuti un cittadino si toglie la vita (35 mila suicidi l'anno). «Anche nella sconfitta, bisogna conservare la dignità», intima il comandante ai suoi ragazzi, che schiaffeggia se tornano vivi dalla loro missione. E per santificare il suo messaggio, commette il rituale seppuku in diretta, in un trionfo di budella, sangue e contorsioni, degno del miglior Tarantino. Ma Tarantino la violenza, servendola in abbondanza, la esorcizza, rendendola quasi divertente. Ishihara no. La idealizza, additandola ad esempio di suprema integrità.
Quanto ai coreani, anziché morire per l'Imperatore, si sono organizzati per ottenere, attraverso il pizzo che la mafia yakuza - i cui boss sono tutti di origine coreana - impone al business dell'intrattenimento, cinema compreso, quel risarcimento che il governo giapponese si rifiuta di concedere.
Pio d'Emilia
Fonte:
www.ilmanifesto.it