Ieri nelle Bierre, oggi nell'Unione
Ai tempi di Berlinguer, i terroristi erano i famosi “compagni che sbagliano”, ora invece sono compagni da sistemare negli apparati dello Stato, oppure nelle cooperative vicine alla sinistra, perché il richiamo della foresta è sempre lo stesso e in tanta parte del postcomunismo italiano resta il retaggio mentale che chi sparò negli anni di piombo lo fece – appunto – sbagliando, ma in fondo per una giusta causa, quella della rivoluzione proletaria. Gli esempi sono innumerevoli e clamorosi, primo fra tutti quello che riguarda l’ideologo delle Br, Giovanni Senzani, al quale la Regione Toscana – attraverso l’associazione Pantagruel - affidò addirittura un “progetto di cultura della legalità” consegnandogli le password di accesso a documenti riservati del Viminale. La Toscana è da sempre il “triangolo rosso” del terrorismo, e non sorprende che un assessore di Firenze si sia recentemente detto “orgoglioso” di essere amico dei fratelli Solimano, due ex di Prima Linea, senza spendere invece una parola per la vedova dell’agente Dionisi, che proprio da Prima Linea fu barbaramente trucidato nel ’78.
Con l’Unione al governo c’è la netta percezione che lo Stato si preoccupi molto più degli ex terroristi, anche di quelli che non si sono mai pentiti, che dei familiari delle vittime degli anni di piombo. E infatti la legge che prevede i risarcimenti in loro favore resta largamente inapplicata, nonostante le proteste e gli scioperi della fame del figlio del maresciallo Berardi, anch’egli ucciso dalle Br negli anni Settanta.
Lo sconcertante “buonismo” della sinistra nei confronti dei protagonisti della lotta armata ha portato all’elezione in Parlamento di D’Elia – condannato per aver organizzato un omicidio politico – il quale è poi stato nominato segretario della Camera, carica che ricopre tuttora indisturbato. Susanna Ronconi, almeno, ha avuto il pudore di lasciare il ruolo di consulente che le era stato affidato dal ministro rifondarolo Ferrero, ma questo non basta certo a cancellare le intollerabili ambiguità che ancora restano tra la sinistra e gli ex terroristi. Come dimostrano i continui inviti a Renato Curcio, che quasi ogni settimana sale in cattedra in qualche ateneo italiano, o i “comizi autorizzati” che tiene Oreste Scalzone, o i convegni in cui Cacciari e Toni Negri, dietro il paravento dell’analisi culturale si scambiano reciproci attestati di stima.
Non deve dunque sorprendere, in questo clima imprudentemente riconciliatorio (visto che le radici della lotta armata non sono mai state definitivamente recise, e che l’Italia resta l’unico Paese in cui all’inizio del Terzo Millennio si uccide ancora in nome del comunismo), che chi curò l’«inchiesta» con cui le Br-Ucc prepararono l’agguato mortale al generale dell’Aeronautica militare Licio Giorgieri, nel marzo di vent’anni fa, ora curi l’allestimento di mostre al Macro, il Museo comunale d’arte contemporanea, fiore all’occhiello dell’amministrazione comunale di Roma. Si tratta di Claudia Gioia, che fu ritenuta responsabile anche del ferimento del giuslavorista Antonio Da Empoli, e che è tornata in libertà nel 2005. Dopo le polemiche per i 12mila euro di consulenza riconosciuti dal Campidoglio a Silvia Baraldini, condannata negli Stati Uniti d’America a 43 anni di reclusione ed estradata solo con la promessa, non mantenuta, che avrebbe terminato di scontare la sua pena in Italia, il Comune di Roma si ritrova dunque in organico un’altra “dipendente” dal passato ingombrante. E’ con questi bei fiori all’occhiello che Veltroni aspira a sostituire Prodi come candidato premier della sinistra quando – ormai molto presto – si tornerà alle urne.
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