Risultati da 1 a 3 di 3

Discussione: F. I. S.

  1. #1
    Sardista po s'Indipendentzia
    Data Registrazione
    31 Aug 2005
    Messaggi
    2,099
     Likes dati
    1
     Like avuti
    20
    Mentioned
    4 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Post F. I. S.

    Rovistando tra scartoffie, messe alla rinfusa dentro scatoloni contenenti periodici e pubblicazioni dell’indipendentismo negli anni ’70 e 80, ho ripescato questo fascicoletto del F.I.S.
    Mi è sembrato interessante rileggere argomenti che allora (come oggi) erano all’ordine del giorno del dibattito politico in ambito indipendentista, e non solo.
    Partecipai a Milano per curiosità, nella data del documento, ad un incontro con altri studenti universitari, forse proprio alla presenza di Bainzu Piliu.
    Ricordo un attivista del FIS, al quale contestavo il fatto che “su Fruntene” invitasse alla “rinuncia a radicalizzarci nelle ideologie particolari” e “ accettare la pluralità, come condizione politica realistica ed opportuna”.
    Già da qualche anno ero iscritto al PSd’Az pertanto, essendo allora il Partito fortemente caratterizzato in senso progressista, alcune di quelle affermazioni suonavano vagamente ambigue.

    Ripropongo integralmente il documento, anche per contribuire alla memoria storica di chi si sta avvicinando alla causa dell’indipendenza.


  2. #2
    Sardista po s'Indipendentzia
    Data Registrazione
    31 Aug 2005
    Messaggi
    2,099
     Likes dati
    1
     Like avuti
    20
    Mentioned
    4 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    I N T R O D U Z I O N E


    Queste poche pagine che vedono la luce oggi sarebbero dovute essere pubblicate già nel 1976 ma difficoltà di vario genere ne ritardarono la stampa. Le difficoltà incontrate furono le più disparate, ma quella maggiore fu indubbiamente dovuta alla necessità di essere presenti sempre, dovunque ci fosse da ascoltare, da imparare e in tutte quelle occasioni dove si trattavano problemi urgenti dei sardi. Come tutti vedono le difficoltà nelle quali si dibatte la Sardegna si aggravano di giorno in giorno, ma di pari passo emergono uomini ed organizzazioni che non intendono rassegnarsi al fatto compiuto e cercano nuove forme di unione e nuove tecniche di lotta. Queste poche pagine, con tutto ciò che ne consegue, vogliono essere un contributo alla risoluzione del problema Sardegna.

    Il Fronte oggi

    Il F.I.S. (nato nel novembre del 1976) è costituito fino a questo momento, da uomini di buona volontà che propagandano fra i sardi e fra gli stranieri l'idea della indipendenza nazionale della Sardegna. Secondo l'accezione comune, un Fronte è invece una associazione di partiti o gruppi, ciascuno ideologicamente abbastanza omogeneo, che uniscono le forze per la risoluzione di un grosso problema politico.
    Volendo, un Fronte potrebbe essere assimilato ad una cooperativa edilizia che voglia costruire un palazzo di appartamenti; evidentemente non è necessario che le varie famiglie che la compongono abbiano le stesse idee riguardo ai problemi della vita, all’educazione dei figli, all’arredamento, e così via. Tuttavia, per avere una casa, varie famiglie si associano risultando la loro unione evidentemente economica sotto ogni aspetto. Nel caso del Fruntene Pro s'Indhipendhentzia de sa Sardinia la casa sarebbe uno Stato Sardo Indipendente. E' opportuno ribadire a questo punto che indipendente non significa né isolato né isolazionista, significa invece che il popolo sardo godrebbe in campo internazionale degli stessi gradi di libertà di cui godono molti altri popoli, spesso meno consistenti del nostro sia dal punto di vista numerico che della potenzialità economica e finanziaria (1).
    Ne consegue che lo Stato Sardo stabilirebbe propri contatti con altri Stati, compresa l’Italia, sia per quanto riguarda gli scambi culturali che commerciali; va da sé che nessun governo straniero potrebbe impiantare in Sardegna alcuna base militare senza il consenso dei sardi. E’ altrettanto evidente che la sola indipendenza non farebbe dei sardi un popolo felice ma costituirebbe solo il primo passo verso un riscatto reale.
    Resta infatti da affrontare e da risolvere lo spinoso problema dello sviluppo economico dell’ Isola. Fino ad ora tutto ciò che e stato prospettato o imposto ai sardi implicava un legame stretto e subordinato agli interessi dell'Italia; ma gli interessi dell’Italia non coincidevano e non coincidono quasi mai con quelli della Sardegna e in casi di questo genere il più debole deve soccombere e rassegnarsi.

    Questo si é verificato tanto spesso nel corso della nostra storia che non mancano certo gli esempi. Prendiamo, il problema dei trasporti sembra una cosa difficilissima collegare in maniera vantaggiosa la Sardegna con la terraferma, eppure i romani, gli spagnoli, i piemontesi ed infine gli italiani riuscirono a stabilire ottimi collegamenti con l’Isola; questo però avvenne solo quando per loro necessità belliche ebbero bisogno di prelevare soldati sardi, carbone sardo, carne sarda, minerali sardi, ecc.
    Non stiamo a dire quanto la mancata risoluzione del problema dei trasporti abbia frenato la nostra crescita. Noi siamo del parere che almeno il settanta per cento del nostro sottosviluppo sia da attribuire a questa carenza; infatti solo navi rapide ed economiche e trasporti aerei efficienti possono permettere ad un popolo di isolani di conoscere il mondo, di farsi la indispensabile pratica del commercio internazionale, di aggiornarsi rapidamente sullo sviluppo tecnologico e di imparare le lingue dei popoli circonvicini per stabilire con essi rapporti di reciproca utilità.
    Anche la tanto propagandata neghittosità dei sardi, la mancanza in essi di ogni spirito imprenditoriale, è senza dubbio alcuno attribuibile alla totale impossibilità, per almeno seicento anni, di muoversi con facilità dalla propria terra e affrontare il mondo. Se ora ricordiamo che per secoli furono loro precluse quasi tutte le cariche pubbliche, che furono imposte lingue straniere (ultima quella italiana nel millesettecentosessantaquattro) ed infine consideriamo che ancora oggi partiti politici metropolitani, che si dichiarano “dei lavoratori” negano ai lavoratori sardi il diritto reale di riappropriarsi della propria cultura, allora non è difficile capire perché manchi in Sardegna una classe politica cosciente degli interessi del nostro popolo e pronta a battersi per il suo progresso. E' accaduto infatti ai sardi quanto accadde per secoli agli italiani, l’asservimento continuo favorì lo sviluppo di individui dotati della capacità di arrangiarsi e di mimetizzarsi.

    Il sardo che ambiva occuparsi della cosa pubblica trovava la strada praticabile soltanto se si inseriva nelle organizzazioni consolidate nel territorio metropolitano, fosse questo la Spagna, il Piemonte o l’Italia.
    Spesso assumeva la mentalità del padrone di turno, in ultima analisi faceva gli interessi dello stato colonizzatore e si distaccava sempre più dai sardi e dai loro reali interessi.
    Oggi come ieri molti uomini politici sardi, quando non sono in mala fede, sognano una fantomatica unità di intenti e di interessi con popoli stranieri. Ma la Storia ha già dimostrato quanto sia vano questo sogno; la Storia ha dimostrato in maniera inequivocabile che il rispetto internazionale é la conseguenza della combattività e della abilità con la quale un popolo difende i propri interessi.
    Né comunanza di religione, né comunanza di ideologia politica possono salvare un uomo o un popolo che confidino soltanto nel buon volere degli altri. Non mancano a questo punto esempi illuminanti antichi e moderni, anzi quotidiani! Basti pensare che le cristianissime Nazioni europee si scannarono per secoli fra di loro nonostante la comune e pacifica credenza religiosa basata sulla parola di Cristo; basti pensare alle lotte sanguinose fra paesi di fede Islamica, e infine alle lotte altrettanto sanguinose tra paesi che si dichiarano socialisti.
    Da queste osservazioni e non da opinioni personali nasce l'esigenza di verificare quanto siano credibili coloro che ci propongono scelte che essi hanno fatto e vorrebbero che noi accettassimo a scatola chiusa. Questo vale sempre nei rapporti umani e, a maggior ragione, vale nei rapporti fra popoli vista l’entità degli interessi in gioco.
    E tuttavia nessuno vuole affermare la necessità di distaccarsi dal mondo, di chiudersi a riccio, di isolarsi; diciamo invece che bisogna aprirsi, dialogare, commerciare, sempre però sviluppando un rapporto dialettico con gli altri senza limitarsi ad una posizione di supina acquiescenza culturale, economica e politica. Anche per i sardi è arrivato il momento di dire basta alla rinuncia, basta alle secolari frustrazioni, basta al fatalismo. E’ dimostrato che fisicamente ed intellettualmente i sardi possono competere con chiunque, e allora bisogna smetterla di piagnucolare, di lamentarsi della cattiveria degli stranieri o dell'insipienza dei nostri politici. La storia dei popoli è una costruzione perpetua e noi abbiamo il diritto ed il dovere di scrivere la nostra storia; non possiamo lasciare a nessun altro popolo il compito di decidere il nostro destino.

    Qualsiasi cosa noi desideriamo per la Sardegna, questa potrà venirci solo dal nostro accanito lavoro. Forse tra pochi anni si farà l'Europa Unita e pure potranno nascere altre aggregazioni di popoli, noi non possiamo andare al tavolo delle trattative come un cagnolino al guinzaglio dello Stato Italiano; in tal caso saremmo destinati a rimanere sotto il tavolo, con la speranza di qualche osso e con la certezza di qualche calcio.
    Così é germogliata nuovamente l’idea della indipendenza della Sardegna, un’idea che si perde nella notte dei tempi e che oggi si ripresenta alla mente di molti sardi. Secondo il nostro parere le condizioni interne dello Stato Italiano e la situazione internazionale rendono questo progetto sicuramente attuabile.
    Senza l’indipendenza sarebbe illusorio sognare qualsiasi modifica della nostra società, perché mancherebbero le condizioni operative per il recupero e le sviluppo della nostra cultura, perché l’agricoltura continuerebbe ad essere gestita secondo gli interessi dell’Italia, perché l’industria sarebbe come oggi territorio di caccia di gruppi monopolistici italiani o internazionali, perché la scuola servirebbe interessi estranei e lascerebbe i ragazzi sardi nell’ignoranza più totale delle potenzialità del suolo e del sottosuolo dell’Isola, perché le possibilità di allacciare
    proficui legami con gli altri paesi del bacino del Mediterraneo sarebbe totalmente impedita dal governo italiano che pretende di essere esso solo a decidere come, quando, e con chi noi dobbiamo commerciare o avere altri rapporti.

    Gli interessi della Sardegna, dicevamo, contrastano con gli interessi dell'Italia, lo ribadiamo. La nostra posizione geografica ebbe infatti un giro di orizzonte di trecentossessanta gradi e si vede chiaramente che l'Europa è solo una delle svariate possibilità operative; sì dunque alla Francia., alla Spagna e all’Italia, ma si anche alla Tunisia, all’Algeria, al Marocco, per restare ai paesi più vicini. E' comunque evidente quanto sia limitato e limitante l'attuale rapporto con l’Italia; per restare un attimo nel solo campo culturale, si vede chiaramente quanto nuoce ai sardi la conoscenza della sola lingua italiana quando sarebbe indispensabile conoscere l’inglese corrente, il francese e l’arabo. La lingua italiana infatti, per quanto utile, consente di tenere rapporti con la sola Italia, ma nel bacino del Mediterraneo sono molto più diffuse la lingua francese e quella inglese, mentre dopo la loro indipendenza si va consolidando l’uso della lingua araba. A noi Sardi, assoggettati ad una scuola nella quale si fa solo del nazionalismo italiano, é stato imposto l’ abbandono della nostra lingua sostituita da un’altra che permette scarsissime possibilità di comunicazione. Né queste carenze si limitano al settore linguistico; infatti la scuola imposta ai sardi, mentre abbonda e ridonda di studi sui maggiori e minori artisti italiani, non ci fa conoscere quasi nulla della geografia fisica ed economica della nostra Isola e cosi pure ci lascia nella più totale ignoranza della nostra storia. Nelle università sarde mancano cattedre di lingua e letteratura sarda (2).
    Dei popoli vicini, europei ed africani, ma soprattutto di questi ultimi, i nostri ragazzi, non sanno nulla e vengono indotti a sapere sempre meno.


    (Ho sostituito la cartina geografica del documento con una foto da satellite dell’Europa tratta da wikipedia.)


    Il tempo della pazienza é ormai terminato, e cosi il tempo delle recriminazioni, é del tutto impossibile che l'Italia possa acquistare credibilità ai nostri occhi; molti di noi nonostante la propaganda nazionalista sapevano di non essere italiani (la Sardegna intatti fu ceduta al Duchi di Savoia nel 1718 con il Trattato di Londra, dopo essere stata per circa orlo anni dell'Austria e per circa 400 degli spagnoli), ma a prescindere da tutto questo, si chiedevano spesso: “Come mai, un popolo (quello italiano) che non sa governare se stesso pretende di governare la Sardegna?”
    A questa domanda non sappiamo dare una risposta.
    E’ chiaro però che all’Italia la Sardegna serve così com’è. Non è opportuno, anzi sarebbe dannoso, sviluppare la sua economia, dannoso favorire il suo sviluppo culturale, dannoso migliorare la situazione sanitaria e così via.
    Ma perché sarebbe dannoso? Perché come si dice da noi: “Saccu boidu no ‘fikit”, cioè il nostro popolo mantenuto ai limiti della sopravvivenza non acquisterebbe mai la forza di ribellarsi, mantenuto ignorante di se stesso e privato della propria lingua non ardirebbe mai di credere in un proprio futuro autogestito.
    E perciò affinché la Sardegna possa restare un serbatoio di buoni soldati e di manovalanza generica e di domestiche essa deve restare così com’è!

    Noi abbiamo deciso di ribellarci e siamo determinati a mutare la nostra condizione, a qualsiasi prezzo. Non esistono alternative e chiamiamo i Sardi a raccolta per una lotta che potrà risultare lunga e dolorosa e dalla quale tuttavia deriverà un sicuro beneficio alla nostra generazione. Perché questa lotta possa realizzarsi ed essere vittoriosa è indispensabile, a nostro giudizio, la rinuncia a radicalizzarci nelle ideologie particolari; è indispensabile accettare la pluralità, come condizione politica realistica ed opportuna. E’ indispensabile non lasciarsi invischiare nella vecchia tattica del “divide et impera” con la quale da sempre vengono resi inattivi i popoli colonizzati. E’ indispensabile evitare il ricorso ai fuochi d’artificio, cioè a quei piccoli episodi di rivolta che non siano collegati da una unica visione strategica della lotta. E questa opera per essere avviata richiede uomini e donne particolari, uomini e donne coraggiosi e tenaci, con capacità critiche e forte senso di responsabilità. La lotta intrapresa non è paragonabile a nessuna delle attività alle quali siamo addestrati, essa richiede inventiva, capacità organizzativa, spirito di sacrificio e sopratutto mezzi finanziari al di fuori della nostra portata. Però dobbiamo riuscire; un esame spassionato della situazione mostra che le difficoltà sono grandi ma non insuperabili. Esistono in noi forze che l’attività quotidiana non evidenzia e che dobbiamo estrinsecare; certo qualcuno dall’esterno troverà giusta la nostra causa, ma noi dovremo contare anzitutto sulle nostre forze. Fra pochi anni saremo molto numerosi e sappiamo che nel cuore di ogni sardo e anche di molti sardizzati si cela il desiderio dell’indipendenza. Perciò senza estenuarci nelle discussioni, è bene iniziare subito il lavoro.

    Il compito dei simpatizzanti del Fronte, qualunque ideologia essi professino, é di diffondere la conoscenza del problema sardo, di studiare la storia della Sardegna, di favorire e provocare discussioni, di favorire aggregazioni, fra gruppi anche ideologicamente diversi ma sensibili ai nostri problemi. Si tratta insomma di un lavoro promozionale per sensibilizzare i sardi e per indurli a vedere un pò più in là dei problemi quotidiani, forse un lavoro ingrato, certo faticoso. Ma questo lavoro già oggi dà i suoi frutti; ad un osservatore attento non sfugge che un nuovo fermento pervade
    la Sardegna: gruppi sempre più numerosi, spesso disorganizzati, con le idee talvolta confuse, si muovono verso traguardi solo apparentemente diversi.
    Noi vogliamo gradualmente giungere alla costituzione di un effettivo Fronte di Liberazione Nazionale; in questa prospettiva i simpatizzanti del F.I.S. svolgono un indispensabile lavoro di cucitura, sono presenti ogni qualvolta sia possibile, parlano, incitano, collegano promuovono operazioni culturali e politiche. Quest’opera si sviluppa senza soste e con incisività sempre maggiore grazie al graduale apporto di uomini e mezzi.
    Quando il grano sarà maturo, si formeranno i nuclei dei partiti nazionali sardi che associandosi daranno luogo al processo di liberazione nazionale della Sardegna.

    Continua…

  3. #3
    Sardista po s'Indipendentzia
    Data Registrazione
    31 Aug 2005
    Messaggi
    2,099
     Likes dati
    1
     Like avuti
    20
    Mentioned
    4 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Nota 1
    In questa nota vengono riportate le date di dichiarazione d’indipendenza, la superficie in Kmq ed il numero d'abitanti di paesi Europei, Asiatici, Africani,e Americani di recente costituzione.
    Si ricordi che la superficie della Sardegna é di 24.090 Kmq ed ha una popolazione di 1.582.115 abitanti.

    Dati desunti dal Calendario Atlante De Agostini 1979


    Segue un lungo elenco di Stati che hanno conseguito l’indipendenza, a partire dagli anni ’40.
    La tabella indica il nome dello Stato, la data dell’indipendenza, la superficie del territorio in kmq e la quantità di popolazione presente.
    Sarebbe davvero interessante aggiornare questo elenco.
    Chi volesse può farlo utilizzando i dati contenuti su wikipedia; anche limitandosi ai 50 stati che attualmente compongono il continente europeo, questi sono i link:





    Nota 2
    Modifica di Statuto della Facoltà di Magistero della Università di Sassari con la quale si chiedeva l'introduzione dell’insegnamento di “Lingua e letteratura Sarda”, Consiglio di Facoltà del 19/11/76 (Preside Prof. Massimo Pittau) approvato dal Consiglio di Amministrazione il 11/12/76 e dal senato accademico il 21/12/76.
    Nella Gazzetta Ufficiale del 10/3/78 venivano approvate altre modifiche di statuto ma veniva ignorata questa.



    Per contatti e chiarimenti, informazioni rivolgersi a:
    Bainzu Piliu, …segue indirizzo



    Ciclostilato in proprio il 25/1/79

 

 

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito