Il secondo ricorso presentato dal governo alla Corte costituzionale contro la magistratura milanese per violazione del segreto di stato presenta particolari davvero impressionanti.
La procura milanese ha messo sotto controllo le comunicazioni di 150 agenti, ha rivelato l’identità di 85 di essi, italiani e stranieri, ha ignorato gli omissis apposti a documenti ufficiali per effetto dell’apposizione del segreto di stato.
Insomma, per condurre le proprie indagini, ha trascurato di osservare la riservatezza dovuta a persone ed enti per tutelare la loro sicurezza e quella dello stato.
Secondo l’avvocatura dello stato, cioè secondo il governo, la procura di Milano ha messo in atto una vera e propria azione volta alla distruzione di una rete di intelligence.
Se le cose stanno così non si è di fronte a una mancata collaborazione tra poteri dello stato, ma a uno scontro, a una guerra aperta condotta dagli uni contro gli altri.
Va detto che il governo in questa vicenda si è comportato bene, esercitando la sua funzione di tutela delle prerogative istituzionali dell’esecutivo.
In questo modo, forse, si riduce anche il danno, l’effetto disastroso di isolamento dei servizi italiani conseguente all’azione della magistratura milanese.
Anche la decisione del guardasigilli di aspettare la pronuncia della Consulta prima di decidere sulla richiesta di estradizione di agenti americani va nello stesso senso.
Gli strilli degli estremisti e dei giustizialisti fanno molto rumore, ma ora si sa anche quanto danno possono provocare.

Ferrara su il Foglio

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