Dopo la Romania (1, 2), ecco le nuove fasi del gioco del domino globalista, che in pochi anni sta già colpendo alcune nazioni considerate, ancora oggi, luogo di partenza degli immigrati: Ungheria e Polonia potrebbero essere le nuove vittime di un meccanismo insensato, che altro non fa che spostare popolazioni e imprese da un punto all'altro del globo, con l'unico scopo di far sopravvivere il potere élitario multinazionale.

Ungheria: il governo magiaro sarebbe intenzionato a far entrare nel paese addirittura un milione di lavoratori (ovviamente a basso costo) cinesi, per ovviare alla crisi demografica. Secondo un recente documento, tale misura (smentita, in modo contradditorio, dal governo) servirebbe a sostenere l'insensata politica economica governativa, un misto di statalismo predatorio (che non aiuta lo sviluppo demografico) e ultra-liberismo prono agli interessi stranieri. Se il progetto immigratorio dovesse dimostrarsi veritiero, gli ungheresi si vedrebbero arrivare in casa una massa di lavoratori asiatici, utili solo a tenere in vita le aziende straniere, ma non a risolvere i gravi problemi economico-sociali del loro paese.

Polonia: l'effetto più evidente e importante della forte emigrazione all'estero di polacchi è la mancanza di lavoratori specializzati nel paese. In numerosi settori, mancano ormai figure professionali sufficienti per le esigenze della società polacca. Il risultato dell'emigrazione di massa è, quindi, duplice: da una parte un forte impoverimento della società "dissanguata", dall'altra la necessità di far arrivare gente dall'estero. Ecco, perciò, accordi per aprire il proprio mercato del lavoro a lavoratori stranieri, in particolare, al momento, ucraini.

Il gioco del domino si dimostra, ancora una volta, terribile nel suo farsi: lo spostamento di lavoratori da un paese o una flessione demografica divengono la scusa per l'arrivo (legale o meno) di lavoratori dall'estero, i quali, in funzione delle loro inferiori richieste salariali, provocano un danno importante alla classe media del paese ospitante (quando esiste una classe media sufficientemente ampia), oppure ne pregiudicano la formazione (se troppo modesta). E, come sempre, la domanda è: una volta finiti i lavoratori con richieste economiche basse, come continuerà il gioco?

* Dall'articolo "Un’invasione cinese minaccia l’Ungheria" (Fabio Grosso, La Padania, 8 marzo 2007):

Un milione di cinesi in arrivo, pesanti ticket sanitari e
chiusura di molti ospedali. Ecco la ricetta che la sinistra
ungherese al Governo propone per portare il Paese nell’Euro.
Naturalmente il tutto sulla pelle di tanti cittadini, che
risultano già tra i più tassati d’Europa (tasse e contributi
sociali gravano per il 50,5% sui salari lordi) e che giorno
dopo giorno faticano sempre di più per cercare non di vivere,
ma di sopravvivere. Continuano dunque feroci le polemiche in
Ungheria contro il Governo di centro-sinistra, guidato dal
socialdemocratico ex comunista e miliardario Ferenc Gyurcsany.
Dopo le violente proteste di piazza represse nel sangue lo
scorso autunno inseguito alle clamorose “bugie” del premier
magiaro, ora sono i ministri ed i collaboratori di Gyurcsany a
gettare nello più nero sconforto il già provato popolo
magiaro. È notizia di pochi giorni fa, infatti, che presto
potrebbero arrivare in Ungheria oltre un milione di lavoratori
cinesi.
Lo scoop è emerso grazie alla divulgazione di uno studio sulla
demografia e l’immigrazione in Ungheria che immediatamente
innescato dure polemiche contro il Governo di sinistra. Il
presidente del partito democristiano Zsolt Semjen ha citato
pochi giorni fa questo documento, commissionato dal ministero
della giustizia, in un'intervista alla rete “HirTV”.
Lo studio in questione, dal titolo quanto meno imbarazzante
(“La strategia del Governo sull’immigrazione”), analizza la
preoccupante situazione demografica dell’Ungheria e, fra le
opzioni possibili, ipotizza una massiccia politica di
immigrazione. Ed ecco concretizzarsi la terribile “ipotesi
cinese”, che costituirebbe manodopera a buon mercato per le
molte multinazionali estere presenti nel Paese. L’opinione
pubblica in Ungheria, sempre molto sensibile ed attenta ai
temi legati all’immigrazione straniera ed alla propria
identità, ha ovviamente reagito con veemenza contro questa
eventualità. Così dal Governo è arrivata celermente una
smentita ufficiale “sull’invasione cinese”, per bocca del
sottosegretario alla giustizia Ferenc Kondorosi, secondo cui
non esiste alcun piano di immigrazione massiccia. Il
rappresentante del Governo, però, non ha affatto negato
l’esistenza del documento incriminato. Lékó Zoltán, uno degli
autori dello studio, interpellato dall’Index (popolare
giornale elettronico), dice che il documento é stato fatto
come parte della strategia sulla sicurezza nazionale nel 2004
ed esamina gli effetti dell'immigrazione globale. L’ingresso
dell’Ungheria nel 2004 nell’Ue ha comportato per il Paese anni
di grandi sacrifici di cui non si intravede ancora chiaramente
la fine. Prima di poter ambire al passaggio all’Euro previsto
per il 2010, gli ungheresi dovranno fare da una parte i conti
con uno Stato sociale ancora in gran parte legato al vecchio
regime comunista (rapporto pensionati/lavoratori fuori
controllo, alto numero di “baby” pensionati, ecc.), mentre
dall’altra dovranno cercare di governare un’economia sempre
più liberista, che ha comportato negli anni recenti una forte
presenza di multinazionali straniere sul territorio magiaro,
ma anche un costante e preoccupante aumento dei prezzi. A
tutto questo vanno poi sommati i moniti dell’Unione europea:
Bruxelles ha già avvertito il Governo di Budapest che una
crescita inferiore alle previsioni dal prossimo anno potrebbe
rendere necessari ulteriori interventi per far rientrare il
rapporto deficit/Pil al di sotto del 3 per cento. Secondo i
cervelli dell’Ue le entrate di bilancio potrebbero rivelarsi
nettamente inferiori alle previsioni ed una crescita inferiore
del Pil rispetto a quanto preventivato rende necessarie
adeguate azioni per correggere il deficit in eccesso entro il
2009, se necessario con misure addizionali.
L’esecutivo di Ferenc Gyurcsany ha già alzato le tasse e
tagliato la spesa sociale per cercare di ridurre il rapporto
deficit/Pil dal 10% dello scorso anno, al 3,2% del 2009. Le
previsioni comprendono, però, una crescita del 2,2%
quest'anno, del 2,6% nel 2008, ma addirittura del 4,1% nel
2009. Cifra quest'ultima difficilmente ipotizzabile in un
Paese che vede sempre più i giovani emigrare all'estero per un
lavoro decente ed, invece, chi rimane fare due lavori per
arrivare a fine mese.
In un clima economico di questo tipo, ovviamente, la crescita
demografica magiara è ferma al palo. E' comprensibile dunque
che l’ipotesi del milione di cinesi in arrivo, benché in
apparenza remota, sia percepita dalla gente come l’ennesima
beffa. In Ungheria ormai da 25 anni diminuisce costantemente
la popolazione. Nel 2050, dai 10 milioni attuali, gli
ungheresi saranno solo più in 8,5 milioni. Solo gli zingari,
etnicamente e socialmente estranei alla popolazione magiara,
sono previsti in aumento. [...]

* Dall'articolo "Polonia, imprese in crisi - Non c'è più manodopera" (Agnieszka Bladowska, Metropoli, 16 marzo 2007):

Gli imprenditori polacchi danno l'allarme: è sempre più difficile trovare
manodopera qualificata in Polonia. L'emigrazione massiccia verso i paesi
dell'Unione europea contribuisce seriamente a diminuire il tasso di sviluppo
economico del Paese. A decorrere dal 2004, l'anno in cui la Polonia ha aderito
all'Unione europea, sono partiti secondo le stime fino a 2 milioni di polacchi,
soprattutto i giovani. Sono solo le stime, perché mancano dati ufficiali sul
numero preciso degli emigrati. Le principali destinazioni sono la Gran Bretagna,
l'Irlanda e la Germania. L'Italia non è un paese favorito dai polacchi: secondo
i dati della Caritas, ogni anni soltanto 10mila decidono di stabilirsi nel Bel
Paese, probabilmente a causa di sfavorevole proporzione tra i guadagni e costi
di vita quotidiana.

L'aumento di flussi migratori polacchi è confermato dal tasso di disoccupazione
che è in costante diminuzione, nonostante la mancanza di politiche governative
che stimolano l'occupazione. Secondo i dati del Gus (Istituto Superiore di
Statistica polacco), nell'ultimo trimestre del 2006 erano disoccupati 12,2 per
cento di polacchi, mentre due anni prima il tasso di disoccupazione superava
addirittura il 18 per cento.

I settori che hanno maggiormente risentito degli effetti dell'esodo sono
professioni sanitarie, parasanitarie e l'edilizia. Attualmente in Polonia
mancano già circa 60mila infermiere e numerosi medici, soprattutto
anestesiologi, internisti e dentisti. Il Ministero del Lavoro ha avviato i
negoziati con il governo di Kiev sull'apertura del mercato di lavoro polacco per
gli specialisti ucraini: soprattutto i lavoratori edili, infermiere e medici.
Anche se l'economia polacca è cresciuta di 6 per cento nel 2006, il Pil polacco
potrebbe essere maggiore di 3,5 punti percentuali se non ci fosse il fenomeno
migratorio. Secondo il recente rapporto del Ministero dell'Economia, nel periodo
tra il 2006 e il 2026 la perdita causata dall'emigrazione polacca ammonterà a 45
per cento del Pil.



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