A meno che per "laico" non si consideri la definizione corretta: "Che non fa parte del clero".
Laico: Definizione e significato del termine Laico - Dizionario della lingua italiana - Corriere della Sera


A meno che per "laico" non si consideri la definizione corretta: "Che non fa parte del clero".
Laico: Definizione e significato del termine Laico - Dizionario della lingua italiana - Corriere della Sera


Mi pare naturale che in questa accezione per laico si intenda il tipo secolarizzato.


TELAVIV – Il leader dei terroristi del PKK ha confermato le voci corse negli ultimi mesi ed ha annunciato ufficialmente l’alleanza del suo gruppo con Israele. Intervistato dalla tv israeliana Channel 2 mentre si trovava nelle roccaforti PKK del nord dell’Iraq, Murat Karayilan ha invitato Israele a interrompere ogni sorta di relazioni con la Turchia, paese che ha definito un nemico comune di Israele e del PKK. “I nostri nemici sono pure nemici di Israele”, ha detto il capo terrorista che ha aggiunto: “Il nostro problema sono le cooperazioni militari tra Israele e la Turchia. Sono quelle che sono un danno per noi”. Il PKK, considerato un gruppo terroristico dalla Turchia e dalla maggiorparte della comunita’ internazionale ha causato la morte di 45 mila persone, per lo più di nazionalita’ turca, dall’inizio della sua attivita’ nel 1984. La roccaforte del gruppo è la catena montuosa dei Qandil, situata nel Kurdistan iraqeno ed è proprio in queste zone che, secondo alcuni rapporti, Israele avrebbe mandato equipaggiamenti e militari per dare supporto al gruppo. Nel mese di giugno Sedat Laciner, presidente del think-thank turco International Strategic Research Organization aveva detto che il Mossad e l’esercito israeliano inviano i loro istruttori nei covi del PKK.
Terrorismo: PKK dichiara alleanza con Israele in funzione anti-turca


Giochi di destabilizzazione in Turchia
Turchia :::: Aldo Braccio :::: 1 ottobre, 2010 :::: Email This Post Print This Post
Giochi di destabilizzazione in Turchia
Ahmet Őzal, figlio di Turgut Őzal (Primo Ministro turco fra il 1983 e il 1989 e poi Presidente della Repubblica dal 1989 alla morte, avvenuta quattro anni dopo) ha sporto denuncia contro il generale Sabri Yirmibeşoğlu, che fu a capo del Dipartimento operazioni speciali dell’Esercito: l’accusa è di avere organizzato, il 18 giugno 1988, un tentativo di assassinio del padre, all’epoca ritenuto dagli ambienti militari troppo “amico dei curdi”.
Il generale nega le accuse, ancora da provare, ma resta sintomatico che lo stesso personaggio abbia ammesso le gravi responsabilità di quel dipartimento in due precedenti tragici eventi: nel 1955 in un attentato contro un museo di Salonicco dedicato ad Atatürk – attentato destinato a scatenare la rabbiosa violenza degli estremisti turchi contro i greci a Istanbul e a Izmir, con un bilancio di 16 morti e decine di feriti gravi – e nel 1974 nell’incendio doloso di una moschea a Cipro, anche qui artatamente attribuito ai greci per attizzare il fuoco tra gli stessi e i turchi.
Sabri Yirmibeşoğlu
Frammenti di una guerra sotterranea che ha causato, in decenni vissuti tra operazioni speciali e colpi di Stato, migliaia di morti in Turchia, con il beneplacito dei potenti alleati statunitensi, padroni assoluti del Paese.
Non è un caso che una fondazione come l’ARI, istituita nel 1994 e strettamente collegata alle maggiori lobbies sioniste quali l’AIPAC e il JINSA, è ora impegnata a coprire e minimizzare i guasti dell’”operazione Ergenekon”: significativo che un suo esponente di spicco sia Anthony Blinken, consulente sulla sicurezza nazionale USA per conto del Vicepresidente Biden, da sempre nemico giurato della Turchia.
La parola d’ordine per questi falsari è: Ergenekon non esiste, se non come pretesto creato dagli “islamisti” per imporre il loro potere assoluto; del resto contro il governo dell’AKP anche buona parte della stampa turca è mobilitata: in prima fila il magnate Aydın Doğan, proprietario del gruppo DMG, di gran lunga il maggior gruppo editoriale e mediatico della Turchia . Accusato di evasione fiscale e condannato a una supermulta di oltre un miliardo di lire turche (l’equivalente di circa mezzo miliardo di euri), Doğan è stato per ora salvato dal Consiglio di Stato, che ha bloccato nei giorni scorsi l’imposizione dell’ammenda, in attesa di una nuova pronuncia giudiziaria.
Intanto la guerriglia terrorista del PKK rimane virulenta (nove morti ad Hakkarı nell’esplosione di un minibus), ma si tratta di un PKK sempre più infiltrato e manomesso da Mossad e servizi americani: in una recente intervista Hüseyin Yıldırım, ex numero due dell’organizzazione, ha accusato il PKK di essere ormai uno strumento manipolato dai militari turchi e dalla NATO, e i suoi attuali maggiori dirigenti (ha citato Semdin Sakık e Selim Čürükkaya) di far parte della “Gladio turca” (Ergenekon). In un’intervista di inizio anno lo stesso Őcalan aveva confessato di avere perso il controllo dell’organizzazione PKK, e sottolineato la strategia statunitense di frammentazione dell’area vicino orientale.
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Contro questi tentativi di destabilizzazione e di frammentazione – che hanno ricevuto un parziale ma non risolutivo colpo con il referendum del 12 settembre – la Turchia di Erdoğan e di Davutoğlu risponde con una politica di comunicazione e di solidarietà che trova successo e riscontro nei Paesi vicini – creando realmente una rete di incontri e di collegamenti utilissimi in prospettiva eurasiatica.
Nelle scorse settimane è nato il Consiglio per la cooperazione dei paesi turcofoni, con sede a Istanbul, mentre in questi giorni si tiene – nella stessa città – il Forum su economia ed energia dei Paesi del Mar Nero.
L’esecutivo si muove in armonia con la volontà prevalente della popolazione, attestata anche in recenti sondaggi internazionali (gli ultimi quello del Pew Research Center Global Attitudes Survey e quello del German Marshall Fund’s Transatlantic Trends Survey): una fiducia massiccia e in crescita verso i Paesi vicini, Iran e Russia compresi, una notevole freddezza verso gli Stati Uniti d’America.
Proprio negli USA si manifesta la maggiore incomprensione per il ruolo svolto dalla Turchia, tradizionale “testa di ponte” atlantica della seconda metà del secolo scorso; di passaggio, vogliamo citare un curioso recente intervento di Stephen Kinzer apparso su Reset e ospitato sul sito di Foreign Affairs, pubblicazione del CFR (Council on Foreign Relations): in Iran, Turkey and America’s future egli propone una inedita alleanza fra i tre Paesi “per promuovere una cultura della democrazia e combattere l’estremismo” !
L’idea potrebbe essere qualificata semplicemente come bizzarra se non celasse – è un’ipotesi – una strategia di “addomesticamento” dell’Iran e della stessa Turchia con metodi da rinvenire nel vasto repertorio strumentale statunitense.
*Aldo Braccio, esperto del mondo turco nelle sue relazioni interne ed internazionali
Giochi di destabilizzazione in Turchia | eurasia-rivista.org






Ankara è sempre più fredda con Israele, Usa e Ue
L'ultima è del 26 ottobre scorso. Secondo il quotidiano turco Sabah, che cita fonti governative, i vertici dell'intelligence di Ankara hanno interrotto qualsiasi forma di collaborazione con il Mossad, il servizio segreto israeliano. Il quotidiano israeliano Ha'aretz ha tentato di ottenere una conferma o una smentita dal premier d'Israele Benjamin Netanyahu, raccogliendo il silenzio che i politici dello Stato Ebraico riservano all'argomento fin dai tempi di Ben Gurion.
La notizia è più che verosimile, visto e considerato che la tensione tra Turchia e Israele è a livelli di guardia fin dal 31 maggio scorso, giorno dell'assalto in acque internazionali alla Freedom Flotilla, carovana di navi cariche di aiuti umanitari dirette a Gaza. I corpi speciali israeliani hanno assassinato nove militanti, tutti cittadini turchi. Le autorità israeliane si sono rifiutate di presentare le scuse ufficiali richieste dal governo turco e, il 24 ottobre scorso, hanno diffuso i risultati della loro indagine interna sui computer dei militanti a bordo della Mavi Marmara, nave della Freedom Flotilla che ha subito l'assalto più violento e aveva a bordo le vittime. Secondo i documenti sequestrati ai manifestati all'epoca, ci sarebbe un legame diretto tra gli organizzatori della spedizione a Gaza e il governo turco. Un altro attacco alla Turchia. A giugno scorso, del resto, subito dopo la crisi per la Freedom Flotilla, il governo israeliano si era detto furioso con quello quello turco a causa della nomina di Hakan Fidan quale capo dei servizi segreti turchi. Fidan, fedelissimo del premier turco Erdogan, viene ritenuto un sostenitore della cooperazione della Turchia con l'Iran.
Il 25 ottobre scorso, ennesima puntata di questa sfida, il governo di Ankara - secondo quanto riportato dal quotidiano turco Zaman - ha reso note a Washington le precondizioni con le quali si vuole sedere al tavolo negoziale del vertice Nato in programma a Lisbona il 19 e 20 novembre prossimo. Nella capitale portoghese, tra gli altri, sarà affrontato il tema dello scudo anti-missile, vissuto dall'Iran come una mossa della Nato contro il suo programma nucleare. L'esecutivo turco ha fatto presente che per concedere il suo territorio alle installazioni necessarie allo scudo, che saranno anche in Polonia e Repubblica Ceca, vuole la garanzia assoluta che nessuna informazione del sistema di difesa integrato venga passata a paesi non membri della Nato. Che è come dire Israele.
La tensione con Israele è solo la parte più evidente di una diffidenza che, fin dalla sua elezione nel 2002, accompagna il premier turco Erdogan e il suo partito Akp. Il primo passo fu il rifiuto alle truppe Usa di utilizzare le basi in Turchia per attaccare l'Iraq nel 2003. Non era mai successo prima. Come la cooperazione militare con Israele, dopo la Seconda Guerra mondiale, è stata una costante della politica estera di Ankara. Le cose hanno iniziato a cambiare nel 2006, con l'attacco israeliano al Libano, deteriorandosi fino allo scontro aperto nel 2008, con l'attacco israeliano a Gaza.
Le posizioni del governo turco sono diventate sempre più ostili, anche perché Erdogan e i suoi non hanno mai fatto mistero di vedere in Israele e nell'intelligence Usa la fonte di approvvigionamento della guerriglia curda del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), in lotta da anni contro il potere centrale in Turchia. Secondo la Turchia, il Pkk viene utilizzato per destabilizzare il governo di Ankara.
In questo quadro si inserisce l'ultimo sgarbo, almeno nella percezione di Ankara. Il vertice dei ministri degli Interni Ue a Lussemburgo, il 25 ottobre scorso, ha deliberato il dispiegamento di una forza di intervento rapido, in gergo Rapid Border Intervention Teams (Rabit-s), al confine tra la Grecia e la Turchia. La decisione è stata presa dopo il rapporto pubblicato da Human Rights Watch, che monitora il rispetto dei diritti umani nel mondo, il 20 settembre 2010. L'organizzazione denuncia i ritardi nella riforma delle norme di Atene in materia di diritto d'asilo e ricorda come siano più di quarantamila le persone che attendono l'esito dei loro ricorsi contro i provvedimenti d'espulsione. L'Onu ha stigmatizzato la Grecia, che ha ribadito di non essere in grado di far fronte da sola alle migliaia (il novanta per cento degli ingressi illegali in Europa avvengono in Grecia) al flusso illegale dalla Turchia. L'Ue ha risposto all'appello di Atene mandando i militari che, come da mandato dell'agenzia Frontex che 'difende' le frontiere europee dai disperati, può anche usare la forza. Un messaggio alla Turchia: l'Europa per Ankara è sempre più lontana. Secondo alcuni, lo slittamento della politica estera turca lontano dall'Occidente è colpa di quella porta chiusa, secondo altri è frutto di una lucida strategia. Il fatto, per ora, è che quella frontiera, dopo anni di discorsi vacui su visti agevolati e abbattimento delle dogane, torna a essere militarizzata come nel peggior passato recente.
Christian Elia
PeaceReporter - Turchia, tra orgoglio e realpolitik


Se Turchia e Iran lavorano in sinergia diventa dura per gli altri. Avanti Erdogan!


Summit NATO. Il gioco di Ankara
di Alberto Tundo *
Via il riferimento all'Iran nei documenti sullo scudo missilistico e pianificazione strategica concertata: a Lisbona la Turchia ha imposto il suo gioco
Aveva delle buone carte da giocare e alla fine della partita ha portato a casa i suoi punti. Se ha senso cercare un vincitore al termine del vertice Nato di Lisbona, allora certamente uno dei Paesi che può essere più soddisfatto del meeting è la Turchia.
Il doppio colpo di Ankara. Sono due i successi più evidenti ottenuti dalla delegazione turca, due vittorie che mettono Ankara al centro della scena e sono di fatto la consacrazione di un gioco diplomatico condotto con grande abilità dal premier Tayyip Erdogan e dal suo ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, da molti osservatori ritenuto l'ideologo di questo neo-ottomanesimo, cioè del ritorno ad una politica estera quasi imperiale. Com'era stato largamente previsto, i turchi hanno puntato i piedi su due temi in particolare, legati strettamente a quella che è diventata una priorità della politica di difesa Usa e, quindi, della Nato: lo scudo missilistico.
La Turchia ha ottenuto che nei documenti ufficiali, lo schema difensivo a beneficio dei partner europei basato su un sistema di radar e missili intercettori, non sia diretto apertis verbis contro l'Iran. Allo stesso modo, ha imposto a Washington e ai partner dell'Alleanza un suo ruolo nella pianificazione strategica, prima dell'utilizzo dello scudo, e nella gestione delle relative strutture situate sul proprio territorio. "La questione - aveva detto Erdogan alla stampa - è chi avrà il comando e dovrebbe spettare a noi, soprattutto se è un piano che va attuato nei nostri confini, altrimenti non ci sarà possibile accettarlo". Sembra una cosa da poco ma geopoliticamente vale molto e certifica la trasformazione del brutto anatroccolo in un cigno: il membro dell'Alleanza che un tempo portava in dote la sua posizione strategica, adesso è un attore che ha una propria capacità di manovra, un proprio spazio vitale che prescinde dalla Nato. Negli ultimi anni, il governo turco si è avvicinato molto a quello iraniano, fungendo da mediatore e garante con la comunità internazionale, per la questione nucleare; ma Ankara è legata a Teheran dagli enormi interessi che riguardano la partita energetica, con la Turchia che è il principale consumatore del gas iraniano.
Una crescente indipendenza. Lo scorso luglio, al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, fu proprio Ankara ad opporsi ad un inasprimento delle sanzioni contro l'Iran, sospettato dagli Stati Uniti ma non solo di lavorare ad un progetto nucleare con scopi militari. Una minaccia, quella dell'atomica degli ayatollah, contro la quale era stato progettato un sistema difensivo che prevedeva l'integrazione delle strutture dei vari Paesi dell'Alleanza in un quadro di difesa integrato, con radar e missili intercettori montati in Polonia, Romania e Turchia appunto, la quale non vuole che lo scudo missilistico sia presentato al mondo come un'arma in funzione anti-iraniana. E' una questione di interessi economici, geopolitici ma anche di sicurezza nazionale: la leadership turca sa cosa potrebbe accadere se gli Stati Uniti o Israele arrivassero ad uno scontro armato con l'Iran, con cui divide i confini orientali, quindi si è mossa per disinnescare la bomba. Ad un congelamento dei rapporti con Gerusalemme, Ankara ha accompagnato segni di distensione e normalizzazione nei confronti di due Paesi del cosiddetto "asse del male", Iran e Siria. Non è un caso che nel documento strategico sulla sicurezza nazionale, detto libro rosso, diffuso ad ottobre dall'esercito turco, questi ultimi due stati sono stati eliminati dalla lista delle potenziali fonti di pericolo. Israele, invece, vi figura ancora.
Prima veniamo noi, poi la Nato. Gli analisti aspettavano Ankara al varco, dopo il "tradimento" del voto pro-Iran al Consiglio di Sicurezza: adesso dovrà dimostrare di essere ancora un partner fedele e affidabile, hanno detto in molti nei giorni a ridosso del vertice. Ma la Turchia non si è presentata per fare un atto di contrizione, tutt'altro. La difficoltà principale stava nel far passare il messaggio che se l'Iran dovesse dimostrarsi un pericolo, non sarà il governo turco a frenare una politica di containment. Ma al momento non lo è. Lo dicono sondaggi recentissimi, secondo i quali per i turchi un Iran dotato di armi nucleari non costituirebbe comunque una minaccia, non evidente come quella terroristica. "La Turchia prende le sue decisioni in primo luogo guardando al suo interesse nazionale e solo dopo alla solidarietà dell'Alleanza", ha detto senza mezzi termini il presidente turco Abdullah Gul. Non c'è molto da dire. Questa chiarezza spiega perché Washington e gli altri alleati si siano dovuti rassegnare a eliminare qualsiasi riferimento all'Iran e a far entrare la Turchia nella stanza dei bottoni, quella in cui le linee strategiche vengono definite. Gli elementi di dettaglio, come quelli riguardanti il comando, il controllo e il posizionamento degli elementi del sistema difensivo, verranno decisi più avanti. Al momento si sa che ai governi alleati sarà chiesto uno sforzo di circa 200 milioni di euro, da qui ai prossimi dieci anni, per integrare i propri sistemi missilistici nel quadro dello scudo americano.
* da La rete della pace, reportage dal mondo - PeaceReporter


Turchia, piccola Cina d’Europa
Osservatorio geopolitico
Fonte: Linea, 9 novembre 2010
Autore: Ermanno Visintainer
Jean-Marc Vittori, editorialista francese di “Les Echos”, ha recentemente pubblicato un articolo intitolato: “La Turchia, piccola Cina dell’Europa”, in cui descrive i punti salienti del miracolo economico che sta investendo questo Paese afreuasiatico, come lo definisce il Ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu, volendone puntualizzare l’ubicazione sul punto di congiunzione di tre continenti.
“L’Europa ha una piccola Cina alle sue porte – continua Jean-Marc Vittori – a partire da metà 2009 fino a metà 2010, la Turchia ha incrementato la sua produzione di oltre il 10%, la crescita più veloce al mondo dopo quella del Regno di Mezzo”. E come preconizzava Sami Uslu, opinionista del quotidiano turco, Zaman, poco più di un anno fa, scrivendo che la Turchia sarebbe uscita rafforzata dalla crisi economica internazionale, questo è proprio ciò che sta accadendo. Il suo mercato interno sarà presto più popoloso di quello della Germania e di quelli dei paesi più densamente abitati dell’Unione europea. Mentre il suo tenore di vita, un terzo di quello dell’Unione, è in piena espansione. In meno di un decennio, i suoi proventi sono accresciuti della metà. E sebbene l’Europa rimanga di gran lunga il suo partner commerciale più importante, gli esportatori turchi non disdegnano di cercare nuovi mercati in Asia, Nord Africa, Medio Oriente e Africa onde compensare la depressione del Vecchio Continente.
La Turchia di Erdogan, scrive questa volta il Sole 24 Ore, è una potenza economica regionale, la seconda dell’area dopo la Russia, la diciassettesima del mondo, pronta ad entrare tra i primi dieci nei prossimi anni. Con un PIL che, nel secondo trimestre dell’anno, si aggira intorno all'8/9%. Quanto al rapporto deficit/Pil, stando alle dichiarazioni del ministro delle finanze turco, Mehmet Simsek, è probabile che sia intorno a 4,5%-5%.
Per anni l’attenzione da parte dell'Europa nei confronti della Turchia è stata motivata dalla sua posizione geopolitica. Infatti, il Paese è, a tutti gli effetti, la porta naturale dell’Europa verso l’Eurasia. Tuttavia essa viene ad assumere un’importanza anche per il suo sviluppo economico, di cui volenti o nolenti, gli europei dovranno prenderne atto.
E l’Italia si sta muovendo in questa direzione. Significativo è stato il vertice trilaterale svoltosi il 6 agosto 2009, ad Ankara fra Tayyip Erdogan, Vladimir Putin e Silvio Berlusconi, durante il quale è stato sottoscritto un protocollo di cooperazione Eni e Gazprom al 50%, per la realizzazione del gasdotto South Stream attraverso il Mar Nero. Il 21 aprile scorso era stato invece programmato un altro vertice a Roma fra Erdogan e Berlusconi, poi saltato, nella cui agenda dei colloqui, oltre ai temi dell’energia, dovevano esserci anche quelli della cooperazione economica. Nella fattispecie, inerenti alla possibilità di investimenti nella regione anatolico-orientale.
Tuttavia, secondo un’analisi effettuata sempre dal Sole 24 Ore di qualche mese fa, la situazione delle relazioni italo-turche appare in chiaro- scuro: le cifre del commercio con Roma ammontano a soli 12,1 miliardi di dollari, sebbene sul fronte degli investimenti diretti esteri, l’Italia vada in contro tendenza, piazzandosi al quinto posto, con 253 milioni di dollari investiti. Una quota degli investimenti in Turchia pari al 3,6%, ma soprattutto un interessante + 4,6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
E l’Italia, storicamente possiede una posizione privilegiata per interloquire con questo paese affacciato sull’altra sponda del Mediterraneo e non può certo perdere il treno di questa opportunità storica che gli si presenta innanzi, solo per ammiccare ad un certo minimalismo nazional-populista fatto di slogan, in voga in questi ultimi anni.
Altrimenti i rischi diplomatici che, ad esempio, in Francia alcune estreme esternazioni presidenziali di ieri – sempre come scrive Vittori – hanno comportato, domani, chiuderanno la porta a uno dei Paesi economicamente più dinamici della regione.