Come segnare la continuità con Ruini senza appiattirsi sul ruinismo


Il compito di monsignor Angelo Bagnasco, quello di introdurre i lavori della Conferenza episcopale italiana con una voce nuova, diversa da quella del cardinale Camillo Ruini, consueta da più di tre lustri, non era facile. C’era il rischio di apparire troppo schiacciato sul suo predecessore o, al contrario, di sembrare ingrato per il grande prestigio al quale egli ha portato l’organismo collegiale dei vescovi italiani. L’arcivescovo di Genova, si può dire, li ha evitati entrambi, riconoscendo con generosità il ruolo eccezionale svolto da Ruini, e trovando nel contempo un modo originale, uno stile proprio per proporsi ai suoi colleghi e al giudizio esterno. La chiave scelta dall’arcivescovo Bagnasco è quella, tanto cara alla tradizione conciliare, della chiesa “madre e maestra”. Approfondendo questo tema, in implicita ma trasparente polemica con i critici di una chiesa “matrigna”, il nuovo presidente della Cei ha potuto dare una spiegazione sintetica della posizione cattolica sui due temi più discussi del momento, l’unicità della famiglia, messa in discussione dalla legislazione sul riconoscimento delle coppie di fatto, e le pretese “ingerenze” della chiesa nel dibattito politico in relazione a tematiche di rilevanza etica. Al dovere di essere madre e maestra della chiesa Bagnasco lega l’esigenza di parlare e parlare con chiarezza, non per ragioni politiche ma perché “esperta in umanità”. Così, ha spiegato, si farà nel documento episcopale sui Dico (un decreto che ha definito “inaccettabile e pericoloso”). Così faranno (con il pieno appoggio dei vescovi) le associazioni del laicato cattolico nella manifestazione che hanno indetto in piazza San Giovanni. Monsignor Bagnasco ha anche introdotto una nota personale con il collegamento costante tra l’azione della chiesa in Italia e lo sfondo europeo su cui si riflette. Lo ha fatto citando Benedetto XVI, come per ogni passaggio della sua prima prolusione da presidente dei vescovi italiani.