Ecco chi ha detto cosa
Roma. Nel Consiglio permanente della Cei, il dibattito che ha portato alla Nota pubblicata nella tarda mattinata di mercoledì è stato piuttosto acceso. Si è consumato nelle due sedute, mattutina e pomeridiana, di martedì, e in quella di mercoledì mattina.
E ha visto intervenire buona parte dei trentuno membri del parlamentino della Conferenza episcopale.
Nessuno ha messo in discussione il fatto che dal Consiglio permanente doveva uscire la Nota a suo tempo annunciata dall’allora presidente, il cardinal vicario Camillo Ruini.
Il problema è stato quello del contenuto. La traccia consegnata ai presuli – più o meno quella pubblicata su queste colonne il 22 febbraio – aveva il suo nerbo nelle citazioni dei due documenti della Congregazione per la dottrina della fede: la “Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica” del novembre 2002 e le “Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali” del giugno 2003.
Il tentativo della componente più morbida del Consiglio permanente è stato proprio quello di evitare ogni citazione di questi due documenti. In questo senso – e con toni a volte particolarmente vibranti – si sono pronunciati una mezza dozzina di presuli: il cardinale di Torino Severino Poletto, presidente di quella Conferenza episcopale piemontese che grazie anche all’influsso di fratel Enzo Bianchi sembra essere la più compatta roccaforte anti-ruiniana della chiesa italiana; l’arcivescovo di Lanciano, il martiniano di ferro Carlo Ghidelli; il vescovo di Como, Diego Coletti, anche lui martiniano doc; l’arcivescovo di Ferrara, Paolo Rabitti, da sempre grande oppositore dei nuovi movimenti ecclesiali; l’arcivescovo di Chieti, Bruno Forte, il teologo che pure in pubblico aveva espresso giudizi negativi contro i Dico; il vescovo di Aosta, Giuseppe Anfossi, anche lui pubblicamente contrario ai Dico. Per una Nota più moderata, ma con obiezioni più pacate, si sono espressi anche il vescovo di Ivrea, Arrigo Miglio, e l’arcivescovo di Lucca, Benvenuto Italo Castellani.
Sostanzialmente in linea con questo fronte è stato percepito dai ruiniani anche l’intervento superequilibrato del vescovo di Terni, Vincenzo Paglia (già assistente ecclesiastico della Comunità di Sant’Egidio).
La maggior parte di questi interventi si sono sviluppati martedì mattina, tanto che ad alcuni è sembrato che la linea morbida potesse avere la meglio.
A questo punto il cardinal Ruini, che – sembra – aveva in mente di non intervenire, ha deciso di prendere la parola per ribadire la necessità che la Nota dovesse essere chiaramente percepita come “impegnativa” da parte dei politici cattolici.
L’intervento dell’ex presidente ha dato una svolta alla discussione. A favore di una Nota che pur nella sua pastoralità facesse riferimento alle Note dottrinali dell’ex Sant’Uffizio si sono espressi i tre vicepresidenti (Luciano Monari di Piacenza, Giuseppe Chiaretti di Perugia e Benigno Papa di Taranto) e il segretario generale Giuseppe Betori. In questo senso si sono espressi anche i cardinali Angelo Scola di Venezia e Carlo Caffarra di Bologna e l’arcivescovo di Cagliari, Giuseppe Mani, alla sua prima presenza nel Consiglio permanente come neopresidente della Conferenza episcopale sarda (alla quale è stato eletto superando di misura l’arcivescovo di Sassari, il più liberal Paolo Atzei).
Sostanzialmente allineati con questo fronte sono apparsi poi anche gli interventi dei cardinali di Milano, Dionigi Tettamanzi, e di Firenze, Ennio Antonelli.
Così alla fine del dibattito si è giunti a una soluzione che ha rispettato la volontà della maggioranza degli intervenuti, confortati dal neopresidente, l’arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco, di citare – seppur con un delicato lavoro di taglia e cuci – i documenti dottrinali firmati dall’allora cardinale Joseph Ratzinger.
Una soluzione che è stata percepita come una scelta di sostanziale continuità con il passato.
Da il Foglio di oggi
saluti




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