Grazie presidente, per i pezzi di Sardegna
riconquistati dai militari
Ma sul loro futuro possiamo discutere?
Non abbiamo avuto il tempo di gioire per le notizie sulla dismissione di molte basi militari e del loro passaggio alla Regione, che subito siamo stati colti da un'istintiva preoccupazione, da una irrefrenabile ansia. Che fine faranno questi beni?
E non ditemi che è il solito ritornello, e cioè che vediamo il pelo nell'uovo anche quando non c'è, che piangiamo anche quando dobbiamo essere allegri. In realtà, non è così: il presidente insieme alla lieta novella ci ha anche detto che i bandi internazionali sono già pronti e che molti personaggi a noi ben noti, l'Aga Khan e Barrack, hanno già mostrato interesse. Non solo, ma una nota stampa regionale ci ha “assicurato” che la destinazione pensata dal presidente dovrebbe in breve tempo rimpiazzare e addirittura accrescere i posti di lavoro che verranno perduti a seguito del ritiro dei contingenti militari.
Ora, non sarò certo io a mettere in dubbio i buoni proposti del presidente e tantomeno a negare ch'egli premurosamente, come un buon pater familias, ha già pensato alla destinazione dei beni e, per non perdere tempo, ha anche preso i contatti giusti. Ma noi poveri cittadini, potremmo conoscere il progetto? E, di grazia, dire la nostra? Perché decisioni elitarie su questioni che si prestano ad una partecipazione popolare?
E non si venga a dire che non ci sono alternative. Si può pensare a varie forme partecipative rapide ed efficaci. Ad esempio ad un town meeting, sul tipo di quello che si è svolto nel luglio del 2002 a New York per la riqualificazione dell'area in cui sorgeva il World Trade Center, devastato dell'attentato dell'11 settembre. Più di 200 operatori dei media seguirono i lavori e numerosissimi furono i partecipanti: cittadini, associazioni, gruppi di tecnici.
Il progetto fu pubblicizzato per tempo, onde consentirne la conoscenza. Nella grande assemblea cittadina, durata un'intera giornata, molti furono gli spunti critici al piano presentato dalle autorità, con numerose proposte alternative, alcune delle quali poi effettivamente accolte nei progetti definitivi. Un grande evento di questo tipo focalizza l'attenzione pubblica sul tema per qualche tempo, dando un forte stimolo alla spirito propositivo di associazioni e di cittadini. Una sorta di concorso pubblico di idee.
A Cagliari, ad esempio, una procedura di questo tipo potrebbe consentire di individuare un immobile dove costruire una Casa della Cultura, con sale di riunione e di dibattito per associazioni e comitati, oggi esposti alle limitazioni determinate dagli alti costi per l'affitto di locali o sale. Molte associazioni di volontariato potrebbero trovare la sede dove svolgere le loro attività meritorie. E così via.
Per i beni di rilievo regionale, potrebbe pensarsi ad un deliberation day, secondo lo schema avanzato da James Fishkin e Bruce Ackerman. Un dibattito strutturato, che sinteticamente muove dalle proposte dei competenti organi pubblici, da controproposte di associazioni ed esperti liberamente espresse e tutte ben pubblicizzate nei media, e seguite infine da una deliberazione cui ben si adatta il supporto offerto dalla E-democracy, ossia da forme di partecipazione telematica.
Sono sistemi che, se sperimentati e praticati con modalità appropriate, serietà ed onestà, potrebbero favorire la partecipazione, abituare al dibattito pubblico costruttivo e migliorare il contenuto delle decisioni pubbliche. Un modo per superare anche il dibattito politico gridato e inconcludente e rimetterlo sul terreno suo proprio, ossia quello della costruzione delle decisioni comuni.
Possiamo chiedere al presidente della Regione (analoga richiesta va rivolta ai sindaci dei comuni interessati alle dismissioni) di attivare meccanismi di consultazione di questo genere, anziché annunciarci che ha già pensato lui a chi dare i beni comuni, liberati dalle servitù militari?
In fin dei conti è vero che finalmente oggi si decidono le dismissioni e il presidente pro tempore ha certamente i suoi meriti, ma la battaglia è stata lunga e ha visto coinvolte per decenni, ininterrottamente, associazioni e forze politiche democratiche: era iniziata quando Soru aveva ancora i pantaloni corti. Anche per questo è giusto pensare ad una decisione partecipata, così come collettiva è stata la lotta.
"Questo articolo uscito oggi sul quotidiano online Altravoce.net pone un dilemma che in tanti si son posti, anche perchè dopo le varie cadute di stile e le scelte coraggiose del Presidente in tanti ci preoccupiamo...che Renato Soru non navighi in buone acque è un dato di fatto, non si vuole che approfitti della sua posizione per stringere legami a livello internazionale e svendere la Sardegna ai soliti nomi noti..."




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