Libertari 2001, la grande fuga dallo StatoSalperà presto, la nave libertaria Freedomship . Non si conosce ancora il giorno della partenza, ma la destinazione sì: il Paese dell’utopia anarco-capitalista. Più che a un bastimento o uno yacht, Free domship somiglierà a una chiatta di mastodontiche proporzioni, da cui sorgeranno insoliti grattacieli galleggianti. I lotti sono in vendita, e «Nave della Libertà» è un nome di buon augurio. I capitali sono norvegesi: infatti è un pool di imprenditori di Oslo che ha deciso di investire somme considerevoli nell’impresa sottilmente folle, la Grande Fuga dallo Stato. L’obiettivo è far incrociare perennemente Freedomship in acque extraterritoriali, trasformandola in una mini repubblica galleggiante senza nessuna legge imposta dall’esterno, dando vita a un non-Stato libertario dove più o meno tutto sia permesso, eccetto la violenza e la pedofilia. È l’utopia anarco-libertaria che prende corpo, finalmente, dopo decenni di fantasie da salotto e dibattiti astratti. A dire il vero, la Repubblica galleggiante scandinava non sarà la prima a realizzare i sogni antistatalisti: progetti simili sono in corso di realizzazione su un atollo del Pacifico chiamato Oceania , lungo la Awdal Road in Somalia e in una grintosa Laissez-faire City in Costarica. Traguardo condiviso da tutti è l’eliminazione delle tasse e di ogni coercizione burocratica legata all’idea di Stato; e poi l’incremento degli affari e l’adozione per ogni attività commerciale, dalla più modesta alla più importante, della pura e incontaminata legge di mercato. Perché, è bene chiarirlo, i libertari in questione hanno poco da spartire con il tradizionale anarchismo europeo, e tanto meno con il «popolo di Seattle».
di Dario Fertilio
Tutto il contrario: a loro modo ancora più anticonformisti e radicali, i libertari in questione si identificano anima e corpo con l’economia globale, la civiltà occidentale e le sue tradizioni, la morale individualista. Politicamente, negli Stati Uniti, si riconoscono di solito nel partito repubblicano, e detestano l’ala liberal dei democratici. Aborrono qualsiasi forma di interventismo statale, respingono con ribrezzo anche solo l’idea di dover delegare a una qualche «autorità superiore» aspetti essenziali delle loro vite come il lavoro o la difesa personale, la sanità o l’informazione, per non parlare della morale pubblica.
L’intellighentsia liberale, quella classica, non li ama per il loro radicalismo: teme che alla fine possano uscirne screditati proprio i valori della Società Aperta di popperiana memoria, fornendo argomenti ai fautori dello Stato interventista e keynesiano. Una cosa, dicono i liberali classici, è denunciare gli eccessi di Welfare State, un’altra sostenere la necessità di privatizzare persino i tribunali e la moneta, o liberalizzare droga, prostituzione, commercio di armi.
Eppure proprio i fedeli alla scuola austriaca di Hayek e Mises, pur trattando i libertari da fratelli minori un po’ scapestrati, non osano condannarli del tutto. Sarà perché sono gli ultimi arrivati, i più innovatori, capaci di immettere sangue giovane nella tradizione whig, veneranda ma un po’ parruccona. D’altra parte, se si guarda all’album di famiglia dei libertari, si scoprono proprio gli appena citati Hayek, Mises, Milton Friedman, padri tutelari anche dei liberali moderati.
Bisogna considerare poi il fatto che esistono numerosissime divisioni all’interno dello stesso pensiero libertario: un arcipelago con isole disseminate lungo la rotta che porta dal pensiero liberale classico, di matrice europea, all’anarco-capitalismo radicale, molto americano, difficilmente conciliabile con la tradizione del nostro continente.
Ma anche da noi qualcosa si muove. Non si tratta solo di esperimenti pittoreschi come quello di Free domship : la prospettiva di rompere con la vecchia idea di Stato comincia ad allettare gruppi di attivisti, piccoli comitati agguerriti (si chiamano Frédéric Bastiat , Bruno Le oni , Robert Nozick , o Il Libertario di Milano ) capaci di organizzare incontri un po’ carbonari ma appassionati. Liberali un tempo tradizionali, come Sergio Ricossa, si confessano ora sempre più attratti dalle utopie di Rothbard o David Friedman. Piccole case editrici aggressive moltiplicano le loro scorribande ideologiche proponendo titoli come Privatizziamo il chiaro di luna! o Difendere l’indifendibile : sono la calabrese Rubbettino, le milanesi Facco e Il Fenicottero, la napoletana Alfredo Guida, la marchigiana Liberilibri. Seguono le riviste di area, fucine di nuovi talenti: Elite, Enclave, Federalismo e Libertà . Si avanza poi la generazione di mezza età, da Raimondo Cubeddu a Marco Bassani a Carlo Lottieri: e dietro di loro già si profila l’ultimissima leva giovanile o addirittura liceale, già pronta a polemizzare con i liberali classici Dario Antiseri, Lorenzo Infantino o Antonio Martino, soltanto perché questi ultimi continuano a difendere l’idea di uno Stato dimagrito sì, ma pur sempre regolatore dell’economia e della società.
E dire che tutto era cominciato, negli anni Settanta, in sordina e in stile underground: pochi addetti ai lavori ricordano oggi la rivista pionieristica Claustrofobia , redatta da Riccardo La Conca; quanto a Bruno Leoni, misconosciuto profeta della «common law» anglosassone (intesa come antidoto all’eccesso di legislazione e di regolazione degli Stati centralisti), le sue opere sono state pubblicate in italiano, per merito della Liberilibri, con trent’anni di ritardo rispetto all’edizione inglese. Poi, lentamente, la cappa di indifferenza ha cominciato a incrinarsi. Se negli Stati Uniti il detonatore collettivo è stato la guerra del Vietnam, osteggiata dalla maggior parte dei libertari come esempio di statalismo guerrafondaio, gli anni Novanta, con il crollo del muro di Berlino e la liquefazione della Prima Repubblica, hanno acceso le micce in Italia. La crisi dell’Unione Europea (criticata pressoché unanimemente dai libertari come esempio di superstato burocratico e centralizzatore) ha fatto il resto.
Ma proprio l’espansione del nuovo filone culturale ha accentuato fratture e distinzioni interne. L’arcipelago libertario, ormai complesso, richiede conoscenze di base per la navigazione. Se i liberali classici difendono le funzioni importanti dello Stato e i «Chicago Boys» si dichiarano atlantisti filo-americani, chi veleggia in direzione del continente anarco-capitalista incontra dapprima i sostenitori dello «Stato minimo» (il caposcuola riconosciuto è Robert Nozick); i «semi anarchici» alla Pascal Salin; i fautori della «common law» anglosassone (oltre a Leoni c’è Bruce Benson). Infine, ecco il cuore del libertarismo: là dove il rifiuto dello Stato è totale, dove non si esita a prefigurare un mondo senza confini dove ognuno possa rivolgersi a tribunali o polizie private, con l’idea che sarà il mercato a stabilire quali saranno le istituzioni migliori e le più efficienti. Ma anche qui, nel cuore del continente anarco-capitalista, dove il mercato impera senza limiti e Rothbard è considerato un profeta, corre il confine oltre il quale si collocano i «conservatori culturali»: uomini e donne con forti convinzioni cristiane e morali, apertamente favorevoli ai secessionismi e disposti a difendere con le unghie e con i denti quelli che considera no i loro «diritti naturali», cominciando dalla proprietà privata.
Quanti sono, gli abitanti italiani di questo esotico continente? In mancanza di statistiche, potremmo azzardare: un migliaio di «opinion leaders», contornati da un’area di influenza in espansione. Usciranno mai dalle riserve per diventare fenomeno di massa come in America? Per il momento si può dire soltanto: la loro nave va.
Per saperne di più : sono in uscita Murray Rothbard, «La libertà dei libertari», Rubbettino, pagine 116, lire 20.000; Carlo Lottieri, «Denaro e comunità», Alfredo Guida, pagine 144, lire 19.500 ; Alberto Mingardi, «1999 Fuga dallo Stato», Facco, pagine 81, lire 15.000





