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Discussione: Doppio gioco

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    Exclamation Doppio gioco

    di Riccardo Bocca
    Il controllore che è anche il controllato. L'appaltatore che si aggiudica l'appalto. L'imprenditore sponsor di se stesso. Il vizio nazionale del conflitto d'interessi colpisce tutti: dalla politica alla finanza, dalla giustizia alla sanità

    L'ultimo imbarazzo riguarda il Comune di Roma, l'amata casa di Walter Veltroni. È la storia di una gara da 576 milioni di euro, che il dipartimento Lavori pubblici ha lanciato il 30 dicembre 2005 per la gestione, manutenzione e sorveglianza delle strade capitoline. Ad aggiudicarsi l'appalto è stata l'associazione temporanea d'imprese composta da Romeo Gestioni spa, Vianini Lavori spa e Consorzio Strade sicure. Un insieme di società con un segreto di Pulcinella. Il presidente di Strade Sicure, Luigi Bardelli, è stato anche consigliere della Risorse RpR spa, che ha stilato il progetto di gara. In pratica, il Campidoglio avrebbe consegnato mezzo miliardo di euro a chi ha partecipato alla confezione del bando. Un''incompatibilità' bocciata prima dall'Autorità di vigilanza sui lavori pubblici, e poi dalla Commissione di controllo, garanzia e trasparenza del Comune stesso.

    L'ennesimo caso di conflitto d'interessi. L'ennesima traccia di un'epidemia che ha contagiato tutti i settori della vita italiana, pubblica o privata che sia. Dall'economia alla politica, dalla scuola alla sanità, dalla televisione alla magistratura, dalle massime istituzioni alla pubblica amministrazione. Un malcostume contro il quale tutti strillano e pochi fanno qualcosa. "La malattia mortale della democrazia", l'ha definita Beppe Grillo. Un incubo che affratella controllati e controllori, da Nord a Sud, da destra a sinistra. Schierati all'ombra della madre di tutti i conflitti: il superconflitto di Silvio Berlusconi, ancora in piedi a 13 anni dal suo ingresso in politica (vedi box qui sotto). Oggi, ha scritto il costituzionalista Augusto Barbera, "i conflitti d'interessi generano privilegi feudali e soprusi di ogni tipo, corruzioni reticolari che assumono le nuove forme delle nomine incrociate, delle consulenze assai ben retribuite, delle finte o pilotate privatizzazioni, delle intese anche informali e sotterranee in cui una parte favorisce l'altra, certa di essere ricambiata". Un vortice che a volte avanza senza violare la legge, e altre invece la oltrepassa. Causando, spiega Barbera, "costi enormi per i cittadini e le imprese, anche sotto forma di perdita di opportunità".

    Affari, conflitti e confetti
    In questo senso, un settore rovente è quello di banche e finanza. Un mondo in cui i conflitti sono confetti, prodromi di matrimoni all'insegna dell'interesse comune. Basti pensare al ruolo che nelle società per azioni hanno i cosiddetti consiglieri indipendenti. Figure che dovrebbero esprimersi liberamente sull'operato dei proprietari, svincolati da rapporti economici con la società, gli amministratori esecutivi e l'azionista di maggioranza. Ma che spesso sono in tutt'altra situazione. Basti pensare al presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, alias presidente della Fiat, della Ferrari e della Fiera internazionale di Bologna. Il suo nome compare come "consigliere indipendente" sia nel cda della Tod's di Diego Della Valle, sia in quello della Indesit di Vittorio Merloni. Senonché entrambi, Della Valle e Merloni, partecipano al fondo Charme, società d'investimento con sede in Lussemburgo di cui Montezemolo è fondatore, e della quale il figlio Matteo è amministratore delegato. Di più: è di gennaio la notizia che Montezemolo e Della Valle, azionisti nella Nuovo trasporto viaggiatori, a partire dal 2010 potrebbero fornire servizi sulle tratte ferroviarie ad Alta velocità.

    Nessun mistero, per gli addetti ai lavori. Le cose vanno così. Altrimenti qualche perplessità avrebbe suscitato il fatto che Giovanni Bazoli, oggi presidente del comitato di sorveglianza della superbanca Intesa-San Paolo, sia stato nominato ai vertici di Banca Intesa anche con il voto di Mittel spa (di cui è presidente), e che per giunta sia stato fino a ieri vicepresidente di Banca Lombarda (concorrente di Intesa, oggi fusa con Banche Popolari unite), dove Mittel detiene una partecipazione. Il che significa, in altre parole, che Bazoli si è un po' nominato da solo; e soprattutto, che gli altri lo hanno lasciato fare. Uno stile magari non entusiasmante, ma che va per la maggiore. Con la stessa nonchalance, Mediobanca e Salvatore Ligresti hanno sviluppato un conflittuoso macropotere nell'universo delle assicurazioni. È bastato che nel 2001 il finanziere conquistasse grazie a Mediobanca il controllo della Fondiaria assicurazioni. Poi ci ha sposato la Sai, e ora controlla il tutto attraverso Premafin. Il che andrebbe anche bene, se Mediobanca non fosse allo stesso tempo primo azionista delle assicurazioni Generali, antagonista del gruppo Fondiaria-Sai. E se Ligresti stesso non fosse in prima persona azionista di Generali, mentre la figlia Jonella siede sia nel cda di Mediobanca (dove Premafin è azionista) che in quello di Fondiaria.

    "C'è da ritenere", scrivono Elio Veltri e Francesco Paola nel saggio 'Il governo dei conflitti' (Longanesi), "che le ragnatele dei collegamenti azionari e dei conflitti d'interessi impediscano ogni protesta. Oppure, ipotesi forse ancora più inquietante, che scattino quei meccanismi di obbedienza all'autorità per cui il male genera effetti di assuefazione e conformismo". Parole condivise dagli operatori finanziari, i quali in questi anni hanno visto di tutto. Ad esempio, bocciare la fusione della società Autostrade (ribattezzata Atlantia) con il gruppo Abertis, per la presenza in quest'ultimo di "soggetti che operano nei settori delle costruzioni e della mobilità". Censura comprensibile, se non fosse che in Impregilo, la più importante impresa italiana di costruzioni, sono presenti i primi due gestori di autostrade: il gruppo di Marcellino Gavio e Autostrade spa controllata dai Benetton. I quali controllano la società Autogrill, che di autostrade ovviamente vive, e sono pure soci di Grandi Stazioni spa, con la quale Autogrill lavora.

    Unione poco trasparente
    Un elenco di conflitti che potrebbe continuare a lungo. Per esempio citando la storia degli immobili Telecom venduti a Pirelli Real Estate (controllata finora da Pirelli, a sua volta controllore tramite Olimpia di Telecom). Oppure la sponsorizzazione da 3 milioni di euro che sempre la Telecom di Marco Tronchetti Provera ha fatto all'Inter (bilancio 2006), dove Tronchetti è consigliere di amministrazione. O ancora, il caso di Capitalia, presieduta da Cesare Geronzi, dove al patto di sindacato partecipano imprenditori che sono pure clienti, come successo nel caso di Calisto Tanzi e Parmalat. Per arrivare al prevedibile imbarazzo di Flavio Dezzani, presidente del collegio sindacale di Banca popolare di Verona e Novara. Che dopo aver prestato con il cappello da consigliere di Banca Intermobiliare oltre 110 milioni di euro al gruppo di Danilo Coppola, dovrà valutare con quello da sindaco il prestito da un milione 400 mila euro concesso all'Ipi di Coppola dalla Popolare di Novara. Nonché quello ancora più rilevante affidato all'imprenditore dalla partecipata (30,72 per cento) Italease.

    Tutte vicende pubbliche, ma sulle quali la politica glissa. Forse perché tanti sono i conflitti d'interessi anche su questo fronte. La riprova è nella relazione luglio-dicembre 2006 dell'Autorità antitrust, dalla quale emergono le prime magagne del governo Prodi. La norma prevede che i titolari di carica, nonché i coniugi e i parenti fino al secondo grado, debbano dichiarare all'Autorità "i dati relativi alle proprie attività patrimoniali, ivi comprese le partecipazioni azionarie e le relative variazioni". Ma al 31 dicembre 2006 "i formulari mancanti sono ancora numerosi. Le dichiarazioni attualmente pervenute", scrive l'Antitrust, "sono 464 (106 riferibili a titolari di carica e 358 a coniugi e/o parenti) su un totale di 581 soggetti obbligati alla dichiarazione". Inoltre, 231 "sono state presentate dopo la scadenza del termine di 90 giorni previsto dalla legge", con un saldo finale del 20 per cento di documenti ancora mancanti.

    Vero è che, da dicembre a oggi, l'Antitrust ha inviato ai membri del governo e i loro famigliari solleciti e diffide. Ma il problema è rimasto: dopo un anno di Prodi II, latita il dieci per cento dei documenti obbligatori. Il che da un lato è spiacevole, ma dall'altro è il giusto prologo per quanto accade nel resto della politica: a livello nazionale e a quello locale. Curioso, per dire, è il caso del deputato Vito Li Causi (Popolari-Udeur), protagonista in una vicenda partita alla fine della scorsa legislatura. In quei giorni è passata una legge per equiparare la laurea in Scienze motorie a quella di Fisioterapia. La decisione ha sconcertato gli esperti del settore, consapevoli della delicatezza della materia, tant'è che oggi i ministeri di Salute e Università stanno cercando di abrogare il testo. Ma i lavori languono, forse anche per un dettaglio: il relatore Li Causi è laureato proprio in Scienze motorie.


    D'accordo, non è il conflitto del secolo: ma dà l'idea del clima a Palazzo. Un'atmosfera in cui molto accade e poco è vietato. Scivoloso, ad esempio, è il problema esposto da Renato Brunetta (Forza Italia) in un'interrogazione al Parlamento europeo sul "palese conflitto d'interessi del viceministro Cesare De Piccoli". All'interno si parla della questione veneziana del Mose, delle polemiche che ha acceso e delle eventuali soluzioni alternative. Una di queste, dice Brunetta, è il progetto 'Perla' firmato dal diessino De Piccoli. Lo stesso De Piccoli che è stato nominato, su delega del ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi, "membro dell'organo incaricato di esaminare, giudicare e quindi decidere sui progetti cosiddetti alternativi". Quanto basta per lasciare perplessi: "Un'indagine a parte", scrive il costituzionalista Barbera, "meriterebbero le dinamiche che hanno condotto classi politiche miopi o asservite, senza distinzioni di partito, a non voler affrontare il tema dei conflitti d'interessi".

    Il silenzio sull'argomento, prosegue Barbera, "è un atteggiamento psicologico che ha già causato gravi guasti alla democrazia". E i risultati si vedono. Il capo ufficio stampa del ministro dei Lavori pubblici Antonio Di Pietro, quando lo invito a segnalare, consultando l'ex pm e i deputati dell'Italia dei Valori, una lista dei conflitti d'interessi in atto, risponde ufficialmente: "Nessun nostro parlamentare è a conoscenza di conflitti d'interessi in Italia". Il che strappa un sorriso se si pensa a cos'è successo pochi giorni dopo, quando Di Pietro ha discusso, nei panni da ministro, questioni molisane con il figlio Cristiano, consigliere provinciale a Campobasso. Oppure al fatto che l'avvocato di Di Pietro, Sergio Scicchitano, compare anche nel consiglio di amministrazione dell'Anas. Nominato, il 20 luglio 2006, dallo stesso ministro.

    Dal ministero alla grande banca
    Succede, di questi tempi, e senza stupore. Succede anche, d'altronde, che l'ex ministro dell'Economia nell'era Berlusconi, Domenico Siniscalco, diventi top manager della banca d'affari Morgan Stanley senza attendere i 12 mesi previsti dalla legge Frattini (comportamento censurato dall'Antitrust). O che, come sostiene il sindacato Slai-Cobas in un esposto presentato alla Procura di Milano, il ministro del Lavoro Cesare Damiano, "ferreo sostenitore dei fondi pensione", ma anche "ex presidente del Fondo pensione Cometa", abbia al ministero un consulente (Giovanni Pollastrini) in posizione delicata: "Presidente del fondo FonTe per i lavoratori del commercio, consigliere del fondo Priamo per i trasporti pubblici, e commissario straordinario dell'Enasarco, il fondo per gli agenti e rappresentati di commercio".

    "Il conflitto di interessi", ha detto il coordinatore dello Slai-Cobas Corrado Delle Donne, "è evidente: si tratta di persone che hanno le mani in pasta, e alle quali fa comodo convogliare i miliardi del Tfr in una direzione ben precisa". Se poi il sindacato abbia ragione, si vedrà. Nel frattempo, il treno dei conflitti corre. Spazia per la penisola e riserva sempre sorprese. Per esempio in Veneto, dove Roberto Pellegrini è presidente del Corecom (Comitato regionale per le comunicazioni, organo funzionale dell'Authority competente) e sostenitore in campagna elettorale di Sandro Todaro, candidato sindaco leghista a Chioggia. Meglio non va in Lombardia, dove l'ex assessore regionale Guido Della Frera (oggi nel cda della società pubblica Infrastrutture Lombarde) è stato nel 2005 spalla di Roberto Formigoni per la campagna elettorale. Ma ha anche ricevuto dalla Regione l'accreditamento per centinaia di posti letto nei suoi Poli riabilitativi di Cinisello Balsamo e Milano.

    Passando alla Regione Lazio, merita un cenno Pierluigi Mazzella, capo di gabinetto di Piero Marrazzo, il quale è nel cda della controllata Arcea spa (nata per "la realizzazione e gestione a pedaggio di infrastrutture di viabilità stradale e autostradale di interesse regionale"), malgrado la normativa preveda per i contratti di rapporto con la pubblica amministrazione l'esclusività e l'onnicomprensività. Per non parlare della Calabria, dove la Regione ha finanziato i giudici che la controllano, sponsorizzando un corso di aggiornamento per funzionari pubblici tenuto da un membro della Corte dei conti, dal presidente del Tar e da tre suoi membri.

    Il vaso è colmo, s'indignano tutti sottovoce. E intanto le cose proseguono al solito modo: come niente fosse.

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    Chi controlla i controllori


    Anche nelle Authority di garanzia si moltiplicano i casi di conflitto di interessi


    Tanto è diffuso il conflitto d'interessi, da toccare anche le Authority: ovvero le strutture pubbliche che dovrebbero assicurare correttezza e trasparenza. È dei primi di marzo, ad esempio, la nomina all'Antitrust (da parte dei presidenti di Camera e Senato) di Carla Rabitti Bedogni e Piero Barucci: la prima avvocato e docente universitario, il secondo ex presidente del Monte dei Paschi di Siena. Scelte pregiate, non c'è che dire, ma con due inopportunità. Bedogni, prima di arrivare all'Antitrust, era membro della Consob (l'organo di sorveglianza delle banche), il che stride con un disegno di legge appena approvato dal governo (secondo il quale per passare da un'Authority all'altra deve passare un anno). Quanto a Barucci, è stato al vertice dell'Abi, l'Associazione bancaria italiana più volte nel mirino dell'Antitrust.

    D'altronde, quando si parla di Authority, le polemiche non mancano mai. Anche, anzi: soprattutto, quando i protagonisti hanno cognomi illustri. Recente, per dire, è il caso di Giovanni e Giulio Napolitano, figli del presidente della Repubblica: entrambi brillanti professionisti, entrambi attratti dagli stessi temi. Giovanni lavora alla Direzione conflitto di interessi dell'Antitrust, mentre Giulio ha partecipato alla stesura del decreto legge proprio sul riordino delle Authority. Una combinazione un po' stonata, visto anche il ruolo del genitore. Ma per certi versi la replica di quanto accade in un'altra Authority: quella delle comunicazioni, dove i conflitti sono comunque merce diffusa. Giancarlo Innocenzi, ad esempio, ex sottosegretario alle Comunicazioni e oggi commissario dell'Autorità vigilante, ha il figlio Gianclaudio che con la casa di produzione Horizon produce fiction per la Rai (vedi 'Bartali'). Mentre un altro commissario, Sebastiano Sortino, ha il figlio Francesco che è fondatore e amministratore della Medialia srl, "costituita subito dopo le nomine dei componenti dell'Autorità per le garanzie". Un conflitto al centro di un'interpellanza parlamentare, alla quale il sottosegretario alle Comunicazioni Luigi Vimercati ha così replicato: "Non figura un'ipotesi di contrasto con la norma richiamata (481 del '95, ndr) il fatto che uno dei figli del dottor Sebastiano Sortino, nel quadro della sua autonoma attività professionale, sia amministratore di un'azienda che ha stipulato un contratto con la Rai per la diffusione e la valorizzazione di contenuti digitali".

    E allora, viene da chiedersi, che cos'è in conflitto? Cosa non è consentito in questo Bengodi del doppio interesse? Se lo è domandato, tra gli altri, Franco Marini (sia pure dopo aver nominato Bedogni e Barucci), il quale ha avallato un'indagine conoscitiva sull'impiego al governo di consiglieri di Stato e magistrati del Tar. Un'iniziativa voluta dalla commissione Affari costituzionali del Senato, a cui non mancheranno gli spunti. Il consigliere di Stato Carlo Deodato, ad esempio, è capo dell'ufficio legislativo al ministero degli Affari regionali (84 mila 747 euro lordi annui). Il consigliere di Stato Italo Volpe è vicecapo di gabinetto al ministero delle Infrastrutture (con quale compenso, non è indicato). Il referendario di Tar Carlo Polidori è vicecapo dell'Ufficio legislativo al ministero per le Politiche giovanili (44 mila 661,17 euro lordi annui). Mentre il presidente del Tar del Lazio, Pasquale de Lise, è anche componente del comitato etico dell'Authority per le comunicazioni (17 mila 500 euro lordi annui), nonché fino al 28 febbraio scorso presidente della 'commissione per lo studio delle questioni connesse alla riforma del complessivo sistema delle autorità indipendenti'. Trovando, nei ritagli di tempo, anche la forza di presiedere il collegio di un arbitrato da "88 milioni di euro circa" per la risoluzione della vertenza tra Anas e l'impresa Asfalti Sintex. Tutti esempi ufficiali, sia chiaro. Riportati nell'elenco dei doppi, tripli e quadrupli incarichi redatto dal Segretariato generale della giustizia amministrativa.

    (06 aprile 2007)

 

 

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