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Discussione: Minarchismo.

  1. #11
    JohnNozik
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    Autonomia della provincia di Bolzano. (Da estendere a tutte le province).

    Uso della lingua tedesca

    Lo Statuto del Trentino-Alto Adige sancisce che la lingua tedesca è parificata a quella italiana, ma quest'ultima fa testo negli atti aventi carattere legislativo (art. 99).
    I cittadini di lingua tedesca della provincia di Bolzano hanno facoltà di usare la loro lingua nei rapporti cogli uffici giudiziari e con gli organi e uffici della pubblica amministrazione , nonché con i concessionari di servizi di pubblico interesse.
    Nelle adunanze degli organi collegiali della regione Trentino-Alto Adige, della Provincia di Bolzano e degli enti locali può essere usata la lingua italiana o la lingua tedesca.
    Nella corrispondenza e nelle comunicazioni orali deve essere usata la lingua del richiedente; quando viene avviata d'ufficio, la corrispondenza si svolge nella lingua presunta del cittadino cui è destinata.
    Rimane salvo l'uso della sola lingua italiana all'interno degli ordinamenti di tipo militare. (art. 100)
    Le amministrazioni pubbliche devono usare, nei riguardi dei cittadini di lingua tedesca, anche la toponomastica tedesca, se la legge provinciale ne abbia accertata l'esistenza ed approvata la dizione. (art. 101)



    Autonomia

    Dopo la riforma dello statuto regionale del Trentino-Alto Adige, risalente al 1972, la provincia è stata investita di un ampio potere di legiferare (nello statuto del 1948 questo potere era marginale).
    Mentre tutte le altre province italiane hanno mere funzioni amministrative, le province autonome di Trento e Bolzano hanno potere legislativo in molte materie normalmente di competenza statale o regionale. Particolarmente importanti sono le competenze in materia di sanità, scuola, formazione, lavoro, trasporti e viabilità.
    La funzione legislativa spetta al consiglio provinciale, formato da 35 membri, eletto con il sistema proporzionale.
    Molto ampia è anche l'autonomia finanziaria, per cui pressoché il 90% dei tributi riscossi in ambito provinciale resta nel territorio.



    Autonomia finanziaria

    In base all'articolo 75 dello statuto del 1972, spettano alla Provincia di Bolzano:
    • a) i nove decimi delle imposte di registro e di bollo, nonché delle tasse di concessione governativa;
    • b) i nove decimi delle tasse di circolazione relative ai veicoli immatricolati;
    • c) i nove decimi dell'imposta sul consumo dei tabacchi ;
    • d) i sette decimi dell'imposta sul valore aggiunto, esclusa quella relativa all'importazione;
    • e) i quattro decimi dell'imposta sul valore aggiunto (IVA) relativa all'importazione riscossa nel territorio regionale, da ripartire nella proporzione del 53 per cento alla Provincia di Bolzano (e del 47 per cento alla Provincia di Trento);
    • f) i nove decimi del gettito dell'imposta di fabbricazione sulla benzina, sugli oli da gas per autotrazione e sui gas petroliferi liquefatti per autotrazione erogati dagli impianti di distribuzione situati nei territori delle due province;
    • g) i nove decimi di tutte le altre entrate tributarie erariali, dirette o indirette, comunque denominate, inclusa l'imposta locale sui redditi, ad eccezione di quelle di spettanza regionale o di altri enti pubblici.

  2. #12
    JohnNozik
    Ospite

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    Autonomia della provincia di Trento. (Da estendere a tutte le province).

    La Provincia autonoma di Trento è una provincia del Trentino-Alto Adige di oltre 500 mila abitanti.
    Confina a nord con la Provincia autonoma di Bolzano, a est e a sud con il Veneto (Provincia di Belluno, Provincia di Vicenza e Provincia di Verona), a ovest con la Lombardia (Provincia di Brescia e Provincia di Sondrio).
    Comprende il territorio della regione storico-geografica del Trentino, parte del Tirolo meridionale.

    L'origine dell'unità territoriale del Trentino risale al 1027, quando l'imperatore del Sacro Romano Impero Corrado II il Salico decise di affidare il potere temporale sull'area geografica trentina al vescovo di Trento, creando il Principato Vescovile di Trento. Questa istituzione politica resistette per otto secoli e garantì una certa autonomia di governo al Trentino rispetto prima al Sacro Romano Impero Germanico e in seguito all'Impero d'Austria.
    Il principe vescovo di Trento era infatti dotato di potere politico e aveva pari dignità rispetto a tutti gli altri principi dell'Impero. L'alto grado di autonomia che derivò da questo tipo di istituzione non godette però sempre del sostegno dei Duchi d'Austria, che più volte tentarono di diminuire il margine di libertà del Principato. Terminata l'esperienza dell'invasione napoleonica (1815), alla quale gli abitanti delle valli trentine si opposero partecipando attivamente alla resistenza guidata dal patriota tirolese Andreas Hofer, il Principato Vescovile cessò d'esistere e il Trentino entrò a far parte della Contea del Tirolo, abitata in maggioranza da popolazioni di lingua tedesca. Pur essendo ben amministrato e avendo propri rappresentati alle Diete di Innsbruck e Vienna, nella seconda metà dell'Ottocento si formò in Trentino un movimento filo-italiano (Irredentismo), costituito soprattutto da intellettuali (come Cesare Battisti) e poco sentito dalla popolazione rurale, che sosteneva l'annessione della provincia al Regno d'Italia.
    Prima dell'avvento della Grande guerra la città di Trento e il Trentino si affrettarono a difendere i propri confini. Esempi ne sono la Festung Trient, la Fortezza di Trento, con i suoi innumerevoli forti che circondano la città, e le fortezze degli altipiani trentini, come il Forte Campo Luserna. Il territorio del Trentino divenne uno dei principali teatri di guerra nel corso del primo conflitto mondiale (1915-1918) tra Regno d'Italia e Austria-Ungheria, che causò distruzioni enormi. Dall’ordine di mobilitazione emanato dall’Imperatore Francesco Giuseppe il 31 luglio 1914, oltre 60.000 trentini combatterono nell’esercito austro-ungarico, prima sul fronte orientale contro russi e serbi (1914-1917) e dal 1915 anche sul fronte meridionale, contro gli italiani. I soldati trentini pagarono un tributo pesantissimo: circa 10.500 caduti ed altre migliaia di feriti e prigionieri. Decine di migliaia poi i civili, abitanti dei paesi a ridosso del fronte, che furono costretti ad abbandonare le proprie case ed evacuati in campi profughi.
    Con il Trattato di Versailles (1919) il Trentino venne annesso all'Italia e con la neocostituita provincia di Bolzano entrò a far parte della regione della Venezia Tridentina.
    Nel secondo dopoguerra, in base all'accordo (1948) fra i ministri degli esteri italiano (il trentino Alcide De Gasperi) ed austriaco (Karl Gruber), venne costituita la Regione Autonoma Trentino Alto Adige. Nel 1972, a causa dell'insoddisfazione altoatesina nei confronti dell'istituto regionale, percepito come centralista e poco attento alla diversità della minoranza tedesca, gran parte delle deleghe venne attribuite alle due province, che divennero autonome, mentre la regione divenne un semplice organo di raccordo fra le politiche del Trentino e quelle dell'Alto Adige.

    L'autonomia provinciale
    L'autonomia della provincia consiste nel potere di legiferare, previsto da legge costituzionale e dallo statuto regionale: mentre tutte le altre province italiane hanno mere funzioni amministrative, le province autonome di Trento e Bolzano hanno potere legislativo in molte materie normalmente di competenza statale o regionale.
    Particolarmente importanti sono le deleghe in materia di sanità, scuola, formazione, lavoro, trasporti e viabilità. Il finanziamento della provincia deriva principalmente dalla restituzione da parte dello Stato della quasi totalità dei tributi raccolti nel territorio provinciale. La Provincia può inoltre istituire nuovi tributi.
    La funzione legislativa spetta al consiglio provinciale, formato da 35 membri, di cui 1 spettante alla minoranza ladina. Dalle ultimi elezioni pronviciali (2003), il presidente della provincia assume inoltre nel corso della legislatura, a rotazione con il collega altoatesino, il ruolo di presidente del Trentino-Alto Adige.

    [modifica] La suddivisione amministrativa


    L'unità amministrativa dei comprensori fu istituita dalla giunta di Bruno Kessler negli anni '70, al fine di garantire una maggiore efficienza nell'amministrazione del territorio provinciale, frazionato in ben 223 comuni, a volte di piccole o piccolissime dimensioni. Non sempre i confini dei comprensori rispettano una tradizione di collaborazione fra comunità vicine e infatti si sono rivelati spesso strumenti poco efficaci, tranne nei casi in cui includessero una comunità di valle ben definita (Val di Fiemme, Primiero, Val di Sole, Val di Fassa). Inoltre la giunta comprensoriale non è eletta direttamente, ma nominata dalle giunte dei diversi comuni. É stata approvata una riforma che prevede l'istituzione di un consiglio delle autonomie e il passaggio nel 2007 all'istituto giuridico delle comunità di valle, il cui numero non è stato ancora definito, più omogenee rispetto ai comprensori.


  3. #13
    JohnNozik
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    Ayn Rand


    Ayn Rand (il nome si pronuncia (IPA) /aɪn/ (come nell'inglese 'mine')), alla nascita Alissa Zinovievna Rosenbaum (San Pietroburgo, 2 febbraio 1905 - New York, 6 marzo 1982) fu scrittrice e filosofa, oggi nota per i suoi romanzi La fonte meravigliosa (titolo originale "The fountainhead") e La rivolta di Atlante (titolo originale "Atlas Shrugged") e grazie alla corrente filosofica dell'oggettivismo di cui fu fondatrice.

    La sua filosofia e la sua narrativa insistono sui concetti di individualismo, egoismo razionale ("interesse razionale") e capitalismo. Convinta che il governo dovesse avere un ruolo legittimo ma relativamente ridotto in una società libera, non si riconobbe nell'anarcocapitalismo, ma si avvicinò piuttosto al minarchismo (sebbene non utilizzò mai direttamente questo termine). In Italia è considerata una delle personalità più importanti dagli ambienti liberali più vicini al libertarismo contemporaneo di matrice anglosassone.

    I suoi romanzi si basano su un'archetipo di eroe, quello Randiano: un uomo la cui abilità ed indipendenza causa un conflitto permanente con la società massificata, ma che nonostante tutto persevera per realizzare i suoi valori individuali. Ayn Rand volle incarnare in questo eroe i suoi ideali ed elevò ad espresso scopo della sua letteratura l'esposizione della natura di tali eroi. Credeva che:
    1. L'uomo deve scegliere i suoi valori e le sue azioni tramite la ragione;
    2. L'individuo è dotato di un diritto di esistere fine a sé stesso, che non prevede né il sacrificio di sé stesso a beneficio degli altri, né il sacrificio di nessun altro a suo vantaggio;
    3. Nessuno ha il diritto di esigere il rispetto dei propri valori da parte di altri tramite la forza fisica, o di imporre idee agli altri tramite la forza fisica.
    Indice




    Biografia



    I primi anni


    Ayn Rand nacque a San Pietroburgo, in Russia, la maggiore di tre figlie di una famiglia ebrea, ma i genitori erano agnostici non-osservanti. Sin dalla più tenera età mostrò un interesse rilevante per la letteratura e il cinema. Iniziò a scrivere sceneggiature e romanzi dall'età di sette anni. Sua madre si impegnò ad insegnarle la lingua francese e si abbonò ad una rivista che pubblicava storie per ragazzi, dove la Rand scoprì il suo primo eroe infantile: Cyrus Paltons, un ufficiale di fanteria Indiano in una storia riecheggiante lo stile di Rudyard Kipling dal titolo "La misteriosa vallata".

    Per tutta la sua giovinezza ebbe una particolare predilezione per la lettura dei romanzi di Sir Walter Scott, Alexandre Dumas e altri scrittori romantici, esprimendo un appassionato entusiasmo verso il movimento Romantico nel suo complesso. Scoprì Victor Hugo all'età di tredici anni e si innamorò profondamente dei suoi romanzi. Più tardi lo avrebbe citato come il suo romanziere preferito e come il più grande romanziere della letteratura mondiale. Studiò Storia e Filosofia all'Università di Sanpietroburgo. Le sue principali scoperte letterarie durante l'Università furono i lavori di Edmond Rostand, Friedrich Schiller e Fyodor Dostoevsky. Ammirava Rostand per la sua ricca immaginazione romantica e Schiller per la sua portata grandiosa ed eroica. Ammirava Dostoevsky per il suo senso del dramma e i suoi intensi giudizi morali, ma era profondamente contraria alla sua filosofia e al senso che attribuiva all'esistenza umana.

    Continuò a scrivere brevi storie e sceneggiature e scrisse sporadicamente su un diario personale, che conteneva intense idee antisovietiche. Si confrontò anche con le idee filosofiche di Nietzsche, di cui amò l'esaltazione dell'eroico ed indipendente individuo riscontrabile in Così parlò Zarathustra; ciononostante fu fortemente critica della sua filosofia, giungendo perfino ad attaccarla apertamente nell'introduzione dei suoi romanzi. La principale influenza che subì fu quella di Aristotele, specialmente il suo Organon (Logica). Lo considerava il più grande filosofo mai esistito.

    Entrò all'Istituto di Stato per le Arti Cinematografiche nel 1924 per studiare sceneggiatura; alla fine del 1925, ottenne un visto per visitare alcuni parenti statunitensi. Dopo una breve permanenza a Chicago, si decise a non tornare ma più nell'URSS e si diresse a Los Angeles per diventare una sceneggiatrice. A questo punto cambiò il nome in "Ayn Rand". Si narra che scelse questo cognome ispirandosi alla macchina da scrivere Remington Rand, ma recenti prove hanno provato che questo non è vero. Affermò che il suo nome, 'Ayn', era un adattamento del nome di uno scrittore finlandese. Si potrebbe trattare dello scrittore finno-estone Aino Kallas.

    Un'altra possibilità considerata sulla fonte del suo nome d'arte è legata al leitmotiv della sua filosofia: il valore di una persona è il merito conquistato e l'unica misura oggettiva per compensare il merito storicamente era l'oro. Durante la sua vita il Sudafrica era stato il principale produttore ed esportatore d'oro e la valuta di questo paese era il Rand, una moneta d'oro zecchino. Inoltre nell'idioma Olandese/Boero 'ein' (in rima con Ayn) è articolo indeterminativo ma anche numero 'uno'. Quindi Ayn Rand sarebbe unnome d'arte che significa qualcosa come uno zecchino, con riferimento al principale punto della sua filosofia.


    Opere principali


    Inizialmente la Rand si dibatté nell'ambiente cinematografico di Hollywood e sbarcò il lunario con ogni sorta di lavoro per sostentarsi. Lavorando come comparsa a The King of Kings di Cecil B. DeMille, si imbatté intenzionalmente in un aspirante giovane attore, Frank O'Connor, che ne aveva attratto l'attenzione. I due si sposarono nel 1929. Nel 1931 la Rand ottenne la cittadinanza Statunitense. Il primo successo letterario giunse con la vendita della sua sceneggiatura Red Pawn nel 1932 alla Universal Studios. La Rand quindi scrisse il dramma The Night of January 16th nel 1934, che ebbe notevole successo e pubblicò poi due romanzi, We the Living ("Noi vivi") (1936), e Anthem ("La vita è nostra"). I due romanzi non raggiunsero un significativo successo di critica e di vendite: Anthem non riuscì nemmeno a trovare un editore negli USA e per la prima volta fu pubblicato in Inghilterra. Erano gli anni in cui la Rand stava ancora perfezionando il proprio stile letterario e questi romanzi quindi non la rappresentano appieno.

    Senza l'approvazione della Rand, We The Living fu oggetto in Italia di un paio di riduzioni cinematografiche: Noi vivi (con Alida Valli, allora leggendaria) e Addio, Kira nel 1942 ad opera di Scalara Films, Roma. I film furono inizialmente approvati dalla censura fascista, in quanto anticomunisti. I film ebbero un certo successo e il pubblico comprese facilmente che i contenuti erano antifascisti quanto anticomunisti, tanto che il Ministero della Cultura Popolare li bandì subito dopo. Questi film sono stati oggetto di una revisione approvata dalla Rand e rilasciata col titolo We the Living nel 1986.

    Il successo per la Rand giunse con il suo romanzo best-seller The Fountainhead (La fonte meravigliosa) (1943). Impiegò sette anni a scriverlo. Il romanzo fu rifiutato da dodici editori, che pensavano fosse troppo intellettuale, ostile al pensiero americano dominante e che quindi non avrebbe trovato alcun pubblico. Fu infine accettato dalla casa editrice Bobbs-Merrill Company, grazie principalmente ad un membro della Comitato Editoriale, Archibald Ogden, che elogiò il volume in termini superlativi e infine ebbe la meglio. Nonostante queste difficoltà iniziali The Fountainhead fu un successo mondiale, capace di portare la Rand alla fama e alla sicurezza economica, con 6 milioni di copie vendute.

    In The Fountainhead la Rand esplora l'individualismo e il collettivismo dell'animo umano, attraverso il racconto della vita di cinque personaggi principali. L'eroe, Howard Roark, incarna l'ideale randiano, un'anima nobile par excellence, un architetto fermamente e serenamente dedito ai propri ideali e convincimenti, secondo cui non vale copiare acriticamente lo stile altrui, in architettura quanto nella vita. Tutti gli altri personaggi del romanzo pretendono da lui una rinuncia ai propri valori con diversi gradi di insistenza, ma Roark mantiene la sua integrità. Una caratteristica interessante di Roark è che si discosta dai soliti eroi da romanzo, che contrariamente a lui si lanciano in lunghi e appassionati monologhi sulla propria integrità e sull'ingiustizia del mondo; Roark, per contrasto, pratica una disdegnosa, quasi sprezzante laconicità.

    Il capolavoro della Rand, Atlas Shrugged (La rivolta di Atlante), fu pubblicato nel 1957 e divenne un bestseller internazionale. Atlas Shrugged è spesso visto come l'esposizione più completa della Filosofia Oggettivista tra i suoi lavori letterari. In appendice espose questa summa del suo pensiero:

    "La mia filosofia, essenzialmente, è il concetto dell'uomo come essere eroico, con la sua felicità individuale come scopo morale della vita, il successo produttivo quale sua più nobile attività, la ragione elevata a proprio unico assoluto." Il tema principale di Atlas Shrugged potrebbe essere "Il ruolo della mente umana nella società". La Rand difese l'industriale come uno dei membri più ammirevoli di qualsiasi società e si oppose strenuamente al risentimento popolare contro gli industriali. Questa posizione la condusse a concepire un romanzo in cui gli industriali d'America vanno in sciopero e si ritirano in un rifugio di montagna. L'economia americana e la sua società in generale lentamente si avviano al collasso. Il governo reagisce aumentando i già soffocanti controlli in materia industriale. Il romanzo, pur avendo un tema politico al suo centro, tratta argomenti complessi e divergenti: sessualità, musica, medicina e capacità umane.

    Insieme a Nathaniel Branden, sua moglie Barbara, Leonard Peikoff e altri, incluso Alan Greenspan, la Rand lanciò il movimento Oggettivista per promuovere la propria filosofia.


    Il movimento oggettivista


    Nel 1950 la Rand si trasferì a New York, dove nel 1951 incontrò il giovane studente di psicologia Nathaniel Branden (cfr. il sito dedicato), che aveva letto il suo libro "The Fountainhead" all'età di 14 anni. Branden, allora diciannovenne, amava discutere insieme a lei della filosofia oggettistiva, che era in fase di elaborazione. Branden e alcuni altri amici formarono un gruppo che battezzarono Collettivo Ayn Rand, che includeva il futuro segretario della Federal Reserve Alan Greenspan. Dopo vari anni, la relazione amichevole tra la Rand e Branden sbocciò in una relazione romantica, nonostante il fatto che entrambi fossero sposati. Questa relazione fu chiarita con i rispettivi consorti, ma condusse al divorzio di Nathaniel Branden da sua moglie.

    Negli anni '60 e '70, la Rand sviluppò e promosse la sua filosofia oggettivista sia attraverso la narrativa [1] che la saggistica [2]. Tenne anche numerose conferenze presso varie università della costa est degli USA, principalmente attraverso il Nathaniel Branden Institute, ("l'NBI") che Branden aveva fondato per promuovere la filosofia di lei.

    Dopo una complessa serie di separazioni, nel 1968 la Rand improvvisamente terminò le sue relazioni sia con Nathaniel Branden che con sua moglie Barbara Branden, quando apprese della relazione di Branden con Patrecia Scott (questa non si sovrappose cronologicamente con la precedente relazione tra Branden e la Rand). La Rand si rifiutò di avere ulteriori rapporti con l'NBI. La Rand a quel punto pubblico una lettera su "The Objectivist", annunciando pubblicamente il ripudio di Branden per varie ragioni, inclusa la disonestà, ma non menzionò la sua relazione sentimentale o il suo ruolo in rapporto allo scisma. I due non si riconciliarono e Branden rimase una persona non grata nel movimento Oggettivista.

    Barbara Branden presentò un resoconto della rottura nel suo libro, The Passion of Ayn Rand. Descrive l'incontro tra Nathaniel e la Rand, affermando che lei lo avrebbe schiaffeggiato diverse volte e lo accusò in questi termini: "Se ti è rimasta un'oncia di moralità, un'oncia di equilibrio psicologico, diverrai impotente per i prossimi venti anni! E se ti viene anche una sola erezione, saprai che è un segno di una degenerazione morale ancora peggiore!"

    I conflitti continuarono nella scia della rottura con Branden e il seguente collasso dell'NBI. Molti dei suoi amici più vicini del "Collettivo" iniziarono a prendere le distanze e verso la fine degli anni '70 le sue attività nell'ambito formale del Movimento Oggettivista iniziarono a declinare, situazione che si accentuò dopo la morte di suo marito nel 1979. Uno dei suoi ultimi progetti era di lavorare ad una riduzione televisiva di Atlas Shrugged.

    La Rand morì di insufficienza cardiaca il 6 marzo, 1982 a New York, anni dopo aver combattuto con successo contro un tumore, e fu tumulata al Kensico Cemetery di Valhalla nello stato di New York.

    La Rand rifiutava energicamente tutte le altre scuole filosofiche, anche di matrice liberale. Riconobbe l'influenza di Aristotele e John Locke e più in generale della filosofia dell'Età dell'Illuminismo e dell'Età della Ragione. Occasionalmente espresse approvazione per specifiche posizioni filosofiche di Spinoza e Tommaso d'Aquino. Pare che rispettasse anche il razionalista americano Brand Blanshard. Comunque considerava il grosso dei filosofi quantomeno degli incompetenti e nel peggiore dei casi assolutamente malvagi. Identificò Immanuel Kant come il più influente della peggiore specie.

    Ciononostante ci sono relazioni tra i punti di vista della Rand e quelli di altri filosofi. Riconobbe che era stata influenzata sin dalla più tenera età dagli scritti di Friedrich Nietzsche. Sebbene ripudiasse il suo pensiero e riscrisse perciò il suo primo romanzo, We The Living, con alcune riformulazioni nel 1959, il suo pensiero crebbe per interazione critica con esso. Generalmente il suo pensiero politico è in linea con la tradizione del liberismo classico. Espresse un entusiasmo qualificato per il pensiero economico di [Ludwig von Mises]] and Henry Hazlitt. Più tardi alcuni Oggettivisti come Richard Salsman, hanno affermato che le teorie economiche della Rand sono più a vicine alle dottrine di Jean-Baptiste Say, sebbene la Rand stessa non fu probabilmente al corrente di questi lavori.


    La politica e la Commissione Parlamentare sulle attività antiamericane


    Le opinioni politiche della Rand erano radicalmente pro-capitaliste, anti-statali e anti-comuniste. I suoi lavori elogiavano soprattutto il singolo essere umano e il genio creativo di cui ciascuno è capace. Esaltava egoismo e individualismo, che vedeva come i maggiori valori americani. La Rand esprimeva anche una forte ripulsa per il misticismo, la religione e la carità forzosa, priva cioè di spontaneità. Credeva che ciascuno di questi fenomeni incoraggiasse una cultura carica di risentimento verso la felicità ed il successo individuali.

    Nel 1947, durante il triste periodo della Paura rossa, la Rand fu "testimone di parte" della Commissione Parlamentare sulle Attività Antiamericane. [3]. La testimonianza della Rand incluse un'analisi del film Song of Russia del 1943. Sebbene molti credano che Ayn Rand rivelò i nomi di membri del Partito Comunista negli USA, esponendoli ad una iscrizione alle liste nere, la sua testimonianza consistette interamente in commenti sulle discrepanze tra la propria esperienza personale dell'Unione Sovietica e la fantasiosa descrizione del film.

    La Rand argomentò che il film travisava grossolanamente le condizioni socioeconomiche in Unione Sovietica. Disse alla commissione che il film rappresentava una vita nell'URSS molto migliore di quanto non fosse in realtà. Apparentemente questo film del 1943 era propaganda intenzionale di patrioti USA, prodotta nel tentativo di mettere i propri alleati nella seconda guerra mondiale temporaneamente sotto la migliore luce possibile. Dopo le udienze della Commissione, quando fu chiesto ad Ayn Rand il suo parere sulle investigazioni, ella descrisse il processo come "futile".


    Eredità


    Nel 1985 Leonard Peikoff, un superstite del "Collettivo Ayn Rand" nonché erede designato di Ayn Rand, istituì l'"Ayn Rand Institute: Il Centro per l'Avanzamento dell'Oggettivismo". L'Istituto da allora ha registrato il nome Ayn Rand come un marchio commerciale, nonostante il desiderio della Rand che il suo nome non venisse mai utilizzato per promuovere la filosofia che lei aveva sviluppato. La Rand aveva espresso il desiderio di mantenere il suo nome e la filosofia dell'Oggettivismo separati per assicurare la sopravvivenza delle sue idee.

    Un altro scisma nel movimento avvenne nel 1989, quando l'oggettivista David Kelley scrisse un articolo denominato "Una questione di sanzione" [4] in cui difendeva la sua decisione di rivolgersi a gruppi Libertari non oggettivisti. Kelley scrisse che l'Oggettivismo non era un "sistema chiuso" e avrebbe dovuto ingranare con le altre filosofie. Peikoff, in un articolo per L'Attivista Intellettuale chiamato "Fatto e Valore" [5], affermò invece che l'Oggettivismo è, in effetti, un sistema chiuso, e che verità e bontà morale sono intrinsecamente legati. Peikoff espulse Kelley dal suo movimento. A seguito di ciò Kelley fondò The Institute for Objectivist Studies (noto anche come "The Objectivist Center").

    Rand e l'oggettivismo sono meno noti fuori dal Nord America, nonostante vi siano sacche di interesse in Europa, Australia, e Nuova Zelanda, e i suoi romanzi siano apparentemente molto popolari in India ([6]). I suoi lavori hanno avuto poco effetto sulla filosofia accademica, perché i suoi seguaci sono principalmente (con alcune notevoli eccezioni) provenienti dal mondo non-accademico.

    Recentemente in Italia Stefano Magni l'ha indicata come "un raro esempio di coerenza" sul sito del Dipartimento Formazione del Partito di governo Forza Italia. [7] In genere è possibile cogliere alcuni elementi di assonanza tra il messaggio di Ayn Rand e alcune dichiarazioni pubbliche del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Tra i discepoli della Rand più noti in Italia si può annoverare Murray Rothbard, che si formò ai suoi seminari.


    Controversie


    Negli USA la Rand e la sua filosofia dell Oggettivismo sono state sottoposte a varie critiche. Nell'ambito della filosofia analitica, comunque, è più accurato dire che il lavoro della Rand è stato generalmente ignorato. I Dipartimenti Universitari considerati all'avanguardia nel campo della Filosofia Analitica prestano appena attenzione a questi lavori. Per esempio uno studio di dipartimenti molto stimati sia nel campo della filosofia analitica che nella tradizione Continentale della filosofia [8], rivelano che nessun dipartimento considera una infarinatura del lavoro della Rand come un prerequisito per il dottorato. Alcuni accademici, comunque, stanno lavorando per portare questo filone nell'ambito della corrente principale. Un segno di ciò è costituito dall'esistenza della Ayn Rand Society [9], fondata nel 1987, una organizzazione di filosofi accademici affiliati all'American Philosophical Association.

    Una considerevole eccezione alla generale mancanza di attenzione tributata alla Rand nella comunità della Filosofia Analitica è il saggio "On the Randian Argument" del filosofo di Harvard Robert Nozick, che appare nella sua raccolta Socratic Puzzles. Le conclusioni libertarie di Nozick sono simili a quelle della Rand, ma il suo saggio è critico sull'impostazione, e la accusa di aver gestito in maniera inappropriata alcune importanti questioni di metafisica, epistemologia ed etica. Per esempio sostiene che la soluzione del famoso problema dell'essere/dover-essere (is-ought problem) di David Hume. La Rand ritiene che preservare la propria vita è oggettivamente il più alto valore perché rende possibili tutti gli altri valori. Nozick afferma che per far funzionare questo argomento lei deve ancora spiegare perché qualcuno non potrebbe razionalmente preferire lo stato di morire e rinunciare ad ogni valore. Quindi, sostiene, il suo tentativo di dedurre la moralità dell'egoismo è essenzialmente un esempio di Petizione di Principio (in inglese begging the question). Ciononostante Nozick rispettava la Rand come autore e osservò che trovava i suoi libri godibili e stimolanti.

    La Rand è a volte stata vista con sospetto per la sua pratica di presentare al propria filosofia in forma narrativa e saggistica puntando direttamente al pubblico piuttosto che pubblicando presso pubblicazioni scientifiche. Gli estensori della Rand osservano che lei fa parte di una antica tradizione di autori che scrissero letteratura filosoficamente ricca, inclusi Dante, John Milton, Fyodor Dostoevsky, e Albert Camus, e che altri filosofi come Jean-Paul Sartre presentarono le loro filosofie sia in forma saggistica che letteraria.

    Altri critici argomentano che la filosofia idealistica della Rand e che il suo stile letterario romantico non sono validi per il mondo in-carne-ed-ossa. In particolare questi critici hanno affermato che i romanzi della Rand sono pieni di caratteri monodimensionali. Disprezzano il fatto che il grosso degli eroi Oggettivisti sono incredibilmente intelligenti e privi di dubbi. Alcuni degli eroi sono molto ricchi. Altri sembrano non avere difetti per niente specialmente Howard Roark, l'eroe di The Fountainhead. Gli antagonisti sono spesso deboli, patetici, pieni di incertezze, e mancano di immaginazione e talento.

    I difensori della Rand rispondono con controesempi dai suoi romanzi per mostrare il suo spettro di caratterizzazione: né Eddie Willers né Cherryl Taggart sono particolarmente intelligenti né dotati, ma entrambi sono caratteri carichi di dignità e rispetto; Leo Kovalensky soffre enormemente a causa della sua incapacità di affrontare la brutalità e banalità del comunismo, Andrei Taganov muore dopo aver compreso i suoi errori filosofici; Dominic Francon è inizialmente aspramente infelice perché crede il male troppo potente; Dagny Taggart pensa di essere capace di salvare il mondo da sola. Né sono tutti gli eroi ricchi: Howard Roark (The Fountainhead), Hank Rearden (Atlas Shrugged) e John Galt (Atlas Shrugged) partono dalla gavetta e all'inizio sono poveri. Inoltre Hank Rearden è sfruttato a causa della sua ingenuità sociale. Come per la supposta debole e patetica canaglia (gli antagonisti), i difensori della Rand indicano che Ellsworth Toohey è rappresentato come un grande stratega e comunicatore sin da giovane, e Dr. Robert Stadler è un brillante scienziato.

    La Rand stessa replicò alle critiche (a volte anticipandole) nel suo saggio "The Goal of my Writing" 1963. Qui e in altri saggi racolti nel suo libro Il Manifesto Romantico: Una Filosofia della Letteratura 1975, la Rand chiarisce che si propone di progettare la sua visione di un uomo ideale: non l'uomo come è, ma l'uomo come potrebbe e dovrebbe essere.

  4. #14
    JohnNozik
    Ospite

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    Vi chiederete cosa c'entra col Minarchismo. Ebbene, io credo che per arrivare a degli Stati Minarchici, una delle diverse strade per perseguirli, sia, prendendo spunto dai programmi riformisti socialisti, il Riformismo stesso, costante, regolare, deciso, come le goccie d'acqua, che col tempo e con pazienza, depositano strati su strati di minerali che vanno a formare la colonna stalagmitica. Così come le goccie d'acqua, con regolare fermezza, depositano minerali su minerali sulla bianca colonna stalagmitica circondata dall'oscura volta della grotta, così le riforme, con regolare fermezza, devono depositare strati su strati di liberazioni che devono, col tempo, forlamre la bianca stalagmite della libertà, ed eregersi a colonna portante e storica della liberazione degli individui, dalla oscura volta dello stato.


    Ecco dunque che il programma della Privincia di Trento, mi pare persegua, senza rendersene ampiamente conto, questo imprevisto camino. Questo percorso, è uno dei percorsi che può dare una speranza tangibile al liberalismo non solo italiano, ma anche europeo, e se vogliamo a tutto quello mondiale.









    05-04-2007

    Il disegno di legge 231 punta al ricambio generazionale
    Elezioni. Limitare i mandati e svecchiare i candidati.
    Scheda
    Non più di quindici anni per i consiglieri e il presidente. E in ogni lista il 20 per cento di under 30 (nella foto, Adelino Amistadi)

    Il disegno di legge 231 proposto da Adelino Amistadi (Civica Margherita), presentato il 2 aprile di quest’anno, formato da 4 articoli e sottoscritto da altri tre colleghi del gruppo consiliare (Marco Depaoli, Guido Ghirardini e Giovanni Battista Lenzi) è il tredicesimo testo presentato a Palazzo Trentini per modificare il sistema elettorale della Provincia.


    Il provvedimento dovrà essere esaminato insieme agli altri dalla prima commissione permanente del Consiglio provinciale, che con un apposito gruppo di lavoro si è impegnata a verificare la possibile unificazione dei testi.


    Già il titolo – “Modificazione della legge provinciale 5 marzo 2003, n. 2 (Norme per l’elezione diretta del Consiglio provinciale di Trento e del Presidente della Provincia), per favorire il ricambio e la candidatura dei giovani” – preannuncia l’obiettivo della proposta: svecchiare la rappresentanza politica all’interno delle istituzioni dell’autonomia.


    Come? In due modi.


    1. Limitando a tre i mandati di tutti i consiglieri provinciali (incluso il presidente della Giunta);


    2. e obbligando ogni lista ad essere formata da almeno il 20 per cento di candidati under 30.


    Per quanto riguarda il limite dei mandati, la legge attuale prevede solo che il presidente della Provincia non possa ricoprire questa carica più di due volte, mentre nessun vincolo di tempo è imposto ai consiglieri.


    La legge precisa inoltre che il limite si applica ai soli presidenti della Provincia eletti a suffragio universale diretto.


    In pratica, se la proposta di Amistadi fosse accolta, poiché l’elezione diretta del presidente esiste dal 2003, vale a dire da questa legislatura, la deroga permetterebbe, ad esempio, all'attuale capo dell'esecutivo di rimanere alla guida della Provincia per altri due mandati, vale a dire altri dieci anni dopo il 2008.


    D'altra parte, sempre se la nuova norma venisse approvata, molti consiglieri provinciali che oggi sono già al terzo mandato, non potrebbero più ricandidare.


    «Questo – spiega Amistadi – nella convinzione che in 15 anni di attività un consigliere provinciale abbia avuto tutto il tempo per esercitare il suo mandato e possa quindi lasciare il posto ad altri soggetti portatori di nuove idee ed energie».


    Soggetti che il proponente auspica siano dei giovani.


    «Per questo ho inserito all’articolo 3 una disposizione che aumenti sensibilmente la possibilità della loro elezione all’interno del Consiglio provinciale ("Almeno il 20 per cento dei candidati di ciascuna lista dev'essere costituito da persone che non hanno ancora compiuto trent'anni il giorno stabilito per l'elezione."). E’ inutile continuare a ripetere che i giovani sono una risorsa da valorizzare, o a lamentare la loro distanza dalla politica se poi noi per primi non permettiamo concretamente loro di accedere alle istituzioni rappresentative della nostra comunità».


    Di qui la scelta di rendere obbligatoria la presenza di almeno il 20 per cento di under 30 in ogni lista, che altrimenti viene esclusa dalla consultazione elettorale.





    Antonio Girardi

  5. #15
    JohnNozik
    Ospite

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    Ed ecco perchè gli USA sono il paese più garantista del mondo: un limite di due mandati al potere esecutivo. Per quanto il presidente Bush possa essere autoritario, ha un limite detato dalla costituzione americana, che si è cautelata quando il presidente democratico Roosevelt, decise di ricandidarsi per quattro volte (tipo i nostrani presidenti del consiglio), nonostante il monito non scritto di George Washington, che presentava come un pericolo un presidente che continuava a stare col culo sulla sedia dell'esecutivo per più di due mandati di seguito.


    Nella carica di Presidente degli Stati Uniti, grosso modo, coincidono e si uniscono i poteri che in Italia sono divisi tra il presidente della Repubblica e quello del Consiglio. Il solo importante limite è quello della impossibilità per il capo di Stato americano di avanzare direttamente proposte di legge essendo tale prerogativa propria dei membri del Congresso, senatori e deputati. Sui quali, peraltro, egli può agire per ottenere che avanzino progetti legislativi a lui graditi (il mezzo tecnico più frequentemente usato a tale riguardo è quello di indirizzare specifici messaggi ai due rami del Parlamento).
    L'ELEZIONE - L'elezione ha luogo in novembre. L'entrata in carica è fissata al 20 gennaio dell'anno seguente (fino alla prima elezione di Franklin Delano Roosevelt - 1932 - l'insediamento avveniva, invece, il 4 marzo).
    MANDATO - Il mandato è per un quadriennio e, cioè, "a termine", il che preclude la possibilità di una sfiducia da parte del Congresso (altra cosa è l'impeachment).
    RIELEZIONE - Un presidente non può essere rieletto per più di una volta e ciò a seguito di un Emendamento costituzionale adottato nel 1951, suscessivo alla quadruplice rielezione di F.D. Roosevelt. Il quale, primo ed unico, aveva osato contravvenire, riproponendosi una terza e poi, addirittura, una quarta volta, alla disposizione consuetudinaria dettata da George Washington che, rifiutando una terza nomina, aveva dichiarato che nessun uomo avrebbe dovuto occupare quella carica per più di otto anni.
    I POTERI - Questi i principali poteri presidenziali.
    Il presidente:
    • in materia internazionale negozia e stipula i trattati con il consenso di almeno due terzi del Senato;
    • in materia legislativa gode del potere di raccomandazione o "impulso" (attraverso il messaggio sullo stato dell'Unione o specifici messaggi ad hoc) e del potere di veto;
    • nomina i funzionari federali con il necessario consenso del Senato;
    • ha il comando delle Forze Armate;
    • in casi eccezionali, può esercitare poteri straordinari.
    Nelle Convenzioni i partiti sono chiamati a scegliere il candidato alla vice presidenza, carica di non poco conto, sia per ragioni costituzionali (è il naturale successore del presidente in caso di morte o dimissioni e presiede di diritto il Senato, anche se vota solo in situazioni di parità), sia per motivazioni squisitamente partitiche, perché il suo nominativo, la sua provenienza politica e geografica sono assai importanti per il completamento della squadra (ticket) da mettere in campo.
    LE PRIMARIE - Tutto discende dal risultato delle primarie e dei caucus che hanno preceduto le convenzioni, perché se il candidato presidente è dotato di un buon numero di delegati la scelta in merito alla vice presidenza è praticamente di sua esclusiva competenza. Se, invece, la Convenzione ha operato al di là e al di fuori dei risultati elettorali preliminari, la decisione sarà presa dai boss che controllano l'apparato. In un caso come nell'altro, comunque, il candidato alla vice presidenza sarà di centro se l'aspirante presidente è collocato a destra o a sinistra dello schieramento politico; dovrà essere del Sud se l'altro è del Nord; dovrà rappresentare le istanze popolari se il leader è borghese o viceversa, alla ricerca del mix migliore da proporre all'elettorato.
    LUNGA STORIA - Nella ormai lunga storia degli Stati Uniti d'America, in molte occasioni (ben otto causa mortis ed una per dimissioni) il vice è subentrato nella massima carica istituzionale e non sempre si è dimostrato all'altezza della situazione. Se ciò è avvenuto e se ben pochi dei vice presidenti si ricordano per qualcosa di rimarchevole è anche perché difficilmente il candidato alla presidenza accetta di mettersi accanto individui di grande personalità che ne possano oscurare la fama, preferendo normalmente figure mediocri o di scarso peso, per quanto rappresentative di una qualche istanza, sociale o geopolitica che sia. Nella leggenda americana il vice presidente è "colui che vive ad un battito di cuore dal potere" (ed il cuore che batte e che si può fermare è, ovviamente, quello del presidente), mentre, nella vita di tutti i giorni, la sua è "la carica più priva di potere reale degli interi Stati Uniti".

  6. #16
    JohnNozik
    Ospite

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    Formazione di Roma in linea con la tesi Minarchica di Robert Nozick: da anarchico grappolo di villaggi divisi a unica città stato minima di natura Repubblicana.




    L'origine del nome della città era incerta anche in antico.
    Un autore a cavallo tra il IV e il V secolo d.C., Servio, riteneva che il nome potesse derivare da un’antica denominazione del fiume Tevere, Rumon, dalla radice ruo (a sua volta proveniente dal greco ρεω), scorro, così da assumere il significato di Città del Fiume. Ma si tratta di un’ipotesi che non ha riscosso molto successo.
    Gli autori di origine greca, primo fra tutti Plutarco, tendevano naturalmente ad autocelebrarsi come i civilizzatori e i colonizzatori del bacino del Mediterraneo, e quindi insistevano sulla lontana origine ellenica della città. Secondo le loro ricostruzioni leggendarie, i profughi troiani guidati da Enea arrivarono sulle coste del Lazio, dove fondarono una città a cui diedero il nome di una delle loro donne, Rome. Un’altra versione fa della stessa Rome la figlia di Ascanio, e quindi nipote di Enea. Ancora una Rome profuga troiana giunge nel Lazio e sposa il re Latino, sovrano del popolo lì stanziato, da cui ha tre figli che fondano una città e la chiamano col nome della madre.
    Sempre Plutarco offre altre ipotesi alternative, secondo le quali Rome poteva essere un mitico personaggio eponimo, figlia di Italo, re degli Enotri o di Telefo, figlio di Eracle. In tutte le versioni si ritrova la stessa eponima chiamata Rome, la cui etimologia proviene dalla parola greca rhome con il significato di "forza".
    Le fonti citano anche altri possibili eroi eponimi, come Romano, figlio di Odisseo e di Circe, o Romo, figlio del trioiano Emasione, o ancora Rhomis, signore dei Latini e vincitore degli Etruschi.
    Secondo altre interpretazioni di un certo interesse, il nome ruma sarebbe di origine etrusca, in quanto non ne è stato trovato l'etimo indoeuropeo (e l'unica lingua non-indoeuropea della zona era appunto l'etrusco). Il termine sarebbe entrato come prestito nel latino arcaico e avrebbe dato origine al toponimo Ruma (più tardi Roma) e ad un prenome Rume (in latino divenuto Romus), dal quale sarebbe derivato il gentilizio etrusco Rumel(e)na[3], divenuto in latino Romilius. Il nome Romolo sarebbe quindi derivato da quello della città, e non viceversa.
    In ogni caso la tradizione linguistica assegna al termine ruma, in etrusco e in latino arcaico, il significato di mammella, come è confermato da Plutarco il quale, nella “Vita di Romolo” racconta che “Sulle rive dell’insenatura sorgeva un fico selvatico che i Romani chiamavano Ruminalis o, come pensa la maggioranza degli studiosi, dal nome di Romolo, oppure perché gli armenti erano soliti ritirarsi a ruminare sotto la sua ombra di mezzogiorno, o meglio ancora perché i bambini vi furono allattati; e gli antichi latini chiamavano ruma la mammella: ancora oggi chiamano Rumilia una dea che viene invocata durante l’allattamento dei bambini.” Questa interpretazione del termine ruma è quindi strettamente collegata con i motivi che hanno portato alla scelta, come simbolo della città di Roma, di una lupa con le mammelle gonfie che allatta i due mitici gemelli fondatori.
    Anche sulla lupa sono da fare delle considerazioni: posto che alcuni ritengono che ad accudire i gemelli possa essere stata effettivamente una lupa (in quanto mammifero in grado di avere gravidanze plurigemellari) la quale, avendo perso i propri cuccioli a causa di un predatore, aveva vagato fino a quando, trovati i due neonati, li aveva allevati impedendone così la morte certa, occorre rilevare che il termine "lupa" in latino assume anche il significato di prostituta (da cui, "lupanare", luogo dove si svolge la prostituzione), ed è quindi abbastanza probabile che la "lupa" in questione sia stata effettivamente una prostituta.
    Secondo una tradizione diffusa nell’antichità, una città aveva tre nomi: uno sacrale, uno pubblico e uno segreto. Posto che al nome pubblico di Roma era unito quello religioso di Flora o Florens, usato solo in occasione di determinate cerimonie sacre, quello segreto è rimasto ovviamente sconosciuto. Il motivo e la necessità di questa segretezza riporta ad un’altra tradizione diffusa presso gli antichi (ma anche in alcune culture contemporanee non occidentali) e che si ritrova anche nella storia dell’origine della scrittura: il nome di un oggetto o di una entità esprimeva l’essenza e l’energia dell’oggetto o entità che definiva. Nominare qualcosa equivaleva più o meno a renderlo vivo ed esistente e la conoscenza del nome significava, in pratica, avere il potere di influire, in bene o in male, sull’oggetto di cui si possedeva la conoscenza. Nel caso di una città il nome segreto corrispondeva, di fatto, al nome segreto del Nume tutelare e infatti i Pontefici romani, nelle invocazioni, si rivolgevano a “Giove Ottimo Massimo o con qualunque altro nome tu voglia essere chiamato”. In base a questo principio negli assedi veniva evocato il dio protettore della città assediata, promettendogli riti e sacrifici migliori, affinché abbandonasse la tutela della città nemica, e per questo motivo i romani conservarono con estrema cura il nome segreto della loro città.

    I dati storici e archeologici

    I reperti più antichi nel nucleo primitivo di Roma, sono quelli ritrovati vicino alla chiesa di Sant'Omobono, sotto al colle del Campidoglio]], all’incrocio tra l’odierna via L. Petroselli ed il Vico Jugario; si tratta di frammenti di ceramica, databili intorno al XIV secolo a.C. e di ossa di animali. Nell'area del foro romano, quindi sempre nelle vicinanze del Campidoglio, sono stati ritrovati resti di insediamenti risalenti all'XI secolo a.C. e corredi funerari risalenti al X secolo a.C.. Resti di una necropoli, che si fanno risalire sempre al X secolo a.C., sono poi stati ritrovati sul colle Palatino, nella sella compresa tra le due cime del colle, il Germalo e il Palatino, e sempre sul Palatino sono stati ritrovati resti di insediamenti che si riferiscono al IX secolo a.C..
    Un elemento di particolare rilievo nei ritrovamenti dell’area di S. Omobono è dato dal fatto che insieme ai reperti del XIV secolo sono stati ritrovati anche resti, di indubbia provenienza greca, risalenti all’VIII secolo, quindi esattamente coincidenti con l’epoca della fondazione di Roma. Tale circostanza è pertanto una conferma archeologica della realtà storica degli indizi che hanno poi contribuito a generare la tradizione mitologica sulle origini leggendarie della città.
    Diverse teorie cercano di collegare questi reperti; sta di fatto che si tratta di ritrovamenti in un'area molto ristretta e che attestano la presenza di abitati nella zona del Campidoglio, Foro, Palatino in un'età antecedente a quella che la tradizione tramanda come data di fondazione della città.
    Sulla base di questi ritrovamenti la gran parte degli studiosi non ritiene più che Roma sia nata da un atto di fondazione, sul modello delle polis greche nel sud Italia ed in Sicilia, ma piuttosto che la fondazione della città storicamente debba attribuirsi ad un diffuso fenomeno di formazione dei centri urbani, presente in gran parte dell'Italia centrale. Il centro urbano si forma in generale dall'unione di più villaggi, che dovette avvenire progressivamente nel corso di alcuni secoli ed era probabilmente conclusa alla metà dell'VIII secolo, corrispondente alla tradizionale data di fondazione. In quest'epoca infatti i sepolcreti collocati negli spazi vuoti tra i primitivi villaggi vengono abbandonati a favore di nuove necropoli poste all'esterno dell'area cittadina, in quanto tali spazi vengono ora considerati parte integrante dello spazio urbano.
    Ed è quello che verosimilmente può essere accaduto sul Palatino, che inizialmente era composto da vari nuclei abitativi indipendenti: il Romolo della leggenda può essere stato il realizzatore della prima unificazione di questi nuclei in un’entità unica.
    Questa spinta all'aggregazione fu favorita anche dalla posizione della città, al crocevia di due importanti linee di comunicazioni commerciali. La prima che dalle città etrusche del nord, tra cui la vicina Veio, arrivava in Campania dove erano state fondate le polis greche, utilizzata per lo scambio di materie prime presenti in Etruria contro prodotti lavorati dei greci; la seconda che dai monti della Sabina arrivava al mare, utilizzata soprattutto per il trasporto del sale.
    Probabilmente non è un caso, che questi villaggi inizialmente si aggregarono intorno al Palatino; questo infatti è vicino al Campidoglio, colle strategico dal punto di vista militare, ma è anche vicino all'isola Tiberina, facile guado tra le rive etrusca e romana sul Tevere ed è un ottimo punto d’osservazione sia verso l’Aventino, probabilmente occupato da popolazioni Liguri e/o Sicule (comunque di origine pre-indoeuropea), che verso il Quirinale, sul quale erano stanziati i Sabini.
    La leggenda che vuole Roma fondata con un atto di volontà di Romolo, può avere un fondamento di verità soprattutto in seguito alla scoperta di un'antica cinta muraria (il cosiddetto muro di Romolo ) alla base nord orientale del colle, che potrebbe essere la conferma della leggendaria fondazione di Roma, o più semplicemente un'opera susseguente alla formazione del villaggio, e a quella, quasi contemporanea, di una fibula di bronzo dell'VIII secolo, raffigurante un picchio che acceca Anchise, il padre di Enea, punendolo per essersi unito a Venere.

  7. #17
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    Una rispolverata in onore del vecchio Nozick...


    Con Robert Nozick scompare senza dubbio una delle menti più acute della filosofia contemporanea. I suoi libri sono tutti caratterizzati da uno straordinario rigore analitico, come si conviene ad uno dei filosofi più in vista della prestigiosa università di Harvard. Nozick, che era nato a New York nel 1938 e aveva studiato alla Columbia University, aveva ottenuto la cattedra a Harvard poco più che trentenne, nel 1969, prima ancora di pubblicare i testi che lo avrebbero reso famoso come filosofo, e che sono stati tutti tradotti in italiano: da Anarchia, Stato, Utopia (1974, Il Saggiatore) a Spiegazioni filosofiche (1981, Il Saggiatore), da La vita pensata (1989, Mondadori) a La natura della razionalità (1993, Feltrinelli) fino ai Puzzles socratici (1997, Raffaello Cortina).


    Filosofo dagli interessi molteplici Nozick forse sarà ricordato soprattutto per il suo primo libro, Anarchia, Stato, Utopia che, uscito alla metà degli anni '70, lanciava una provocazione molto dura ma anche molto intelligente contro la filosofia politica liberal; quella che difendeva la giustizia sociale e il Welfare State, e che aveva trovato il suo esponente di maggior rilievo nel primo Rawls, autore nel 1971 di Teoria della giustizia. Contro il liberalismo welfarista ed egualitario, di cui Rawls era il portabandiera, Nozick proponeva invece un liberalismo di taglio individualista e liberista, che non voleva avere nessun punto di contatto col socialismo, e che semmai ospitava dentro di sé spunti un po' anarchici. Il grande interesse di Nozick sta proprio in questo: nell'esser stato uno dei pochi filosofici politici contemporanei che ha tentato di teorizzare in modo intelligente e sistematico il liberismo, il primato del mercato e lo Stato minimo; la sua riflessione perciò finisce per costituire non solo una provocazione, ma anche un termine di confronto pressoché obbligato per chi voglia discutere seriamente questi temi.



    Proprio in rapporto a questo termine di confronto si possono intendere bene le due tesi principali nelle quali si riassume il nocciolo della teoria politica nozickiana, e cioè la difesa dello Stato minimo e la delegittimazione del Welfare State e delle sue politiche redistributive. Per quanto riguarda il primo aspetto Nozick, la cui opera è in gran parte una risposta polemica a Rawls, sviluppa un modello di genesi legittima dello Stato alternativo a quello contrattualista. Se per le posizioni contrattualiste (dalle teorie classiche del patto sociale fino a Rawls) lo Stato legittimo è quello che nasce da un consapevole accordo di quanti al suo potere dovranno sottoporsi, Nozick invece ne ricostruisce la genesi per una via tutta diversa, dove a comandare non è la politica ma l'economia. In breve, la nascita di uno Stato legittimo può essere pensata, per Nozick, come l'estendersi progressivo di un processo che ha natura fondamentalmente mercantile. Anziché accordarsi tra loro in un patto, gli individui che si trovano allo stato di natura non farebbero altro che comprare protezione da associazioni disposte a fornirgliela: la genesi di quella che per Hobbes era la funzione fondamentale dello Stato, garantire la sicurezza, viene spiegata molto meglio, secondo Nozick, attraverso una via puramente di mercato, senza far ricorso a quel momento costituente che è (nei teorici classici) il patto sociale. Le conseguenze che Nozick ricava da ciò sono nette: legittimo può essere considerato solo lo Stato minimo, che non è altro che la generalizzazione su larga scala di quella protezione che gli individui comprerebbero se si trovassero nello stato di natura. Ogni più estesa funzione dello Stato, invece, in quanto ha carattere redistributivo (come per esempio i servizi scolastici e sanitari forniti anche a chi ha basso reddito, e quindi paga poche tasse) costituisce per Nozick una vera e propria violazione dei sacri diritti degli individui, che in pratica vengono espropriati di ciò che loro appartiene. Per questo aspetto Nozick è il filosofo politico che si applica con maggiore determinazione a delegittimare ogni tassazione che non sia strettamente finalizzata allo Stato minimo. Se ogni individuo è, come aveva insegnato Locke, padrone di se stesso e quindi del suo lavoro e dei frutti che ne ricava, la tassazione redistributiva dello Stato sociale è qualcosa che costringe l'individuo a lavorare non per sé ma per altri e quindi, conclude Nozick, non è molto diversa dalla schiavitù. Certo, i limiti di questo modo di ragionare sono evidenti: alla base di tutto c'è un individualismo proprietario che fa astrazione dal carattere ineludibilmente sociale e cooperativo di ogni attività umana. Comunque lo si critichi, però, si dovrà riconoscere a Nozick di aver espresso, in tempi in cui le sue tesi erano controcorrente e con argomenti sofisticati, una serie di temi (a cominciare da quello antifiscale) destinati a condizionare la discussione pubblica ancora per molto tempo.

  8. #18
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    Il pensiero dei patrioti italiani
    Garibaldi, contattato da Abraham Lincoln che gli offrì il comando di un corpo d'armata delle forze armate dell'Unione nel momento in cui cominciò a dubitare delle capacità di George B. McClellan, rifiutò la proposta con una precisa logica: egli, così come tutti i patrioti repubblicani italiani, incluso Mazzini, sosteneva il liberismo dei paesi del sud e non appoggiava l'eccessivo accentramento politico ed economico degli Stati nordisti.

 

 
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