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Discussione: L'illusionista

  1. #11
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    Predefinito Gli astri raccontano che...

    30 GENNAIO 1889

    Rodolfo era furioso verso entrambi i genitori. Come indica Saturno natale opposto al Sole e alla Luna rotanti, nutriva rancore per entrambi e il motivo non erano certo eventuali critiche al suo romanzetto con la Vetsera. Rodolfo avvertiva più che mai acuta l'insoddisfazione, temeva che venisse scoperta qualche sua manovra e ha ripetuto il suo giochetto macabro preferito: la roulette russa ( ), e la Vetsera lo ha assecondato. Infatti, è possibile che Maria, per tenere tranquillo l'isterico amante (il tema natale di Rodolfo rivelerebbe un sistema nervoso piuttosto instabile – nota mia), abbia accettato di giocare con lui alla roulette russa, magari sperando che non accadesse l'irreparabile, di certo pregando perché non accadesse niente. Lei c'è rimasta secca, lui ha avuto paura delle conseguenze e si è suicidato. Il drammone romantico ha l'aria di uno stupido gioco giocato da un povero di mente che ha coinvolto una ragazza vanesia. La storia romanzata se ne è impossessata per scagliarsi contro Rodolfo che avrebbe abusato dell'infatuazione adolescenziale di Maria per costringerla a seguirlo nell'ultimo viaggio, per compiangere lei vittima del proprio sublime amore, della forte devozione.

    Si rassicurino le anime sensibili: Maria Vetsera non subì pressioni. Al di là dell'apparenza romantica, sognatrice, devota, dipendente, perdutamente innamorata che poteva confondere un osservatore superficiale, non era il tipo da lasciarsi convincere da nessuno a fare qualcosa che non volesse fare. Isterica e aggressiva sì, ma non si sarebbe mai lasciata ammazzare. Ben miscelando la sentimentale Luna nei Pesci e la vigorosa Venere in Ariete, vittimismo e prepotenza, adulazione e virilità, ha avuto gioco facile nell'entrare nelle buone grazie di un sempliciotto ( ) come Rodolfo, magari esagerando in atteggiamenti materno-protettivi, non estranei alla sua natura, facili a far presa su chi è sempre vissuto con un padre impiegato a tempo pieno nelle cure dello stato e una madre fantasma. La Vetsera ha giocato le sue carte, un po' bambina, un po' madre, amante e uomo forte, grazie alla personale, innata scaltrezza.

    Grande amore? Fu una storia di sesso, ambizioni e follia, una triste vicenda.


  2. #12
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    E le stelle non stavano a guardare

    Forse il principe Filippo non ebbe a disposizione gli esperti di CSI o del RIS per una analisi scientifica della scena del crimine.
    Però, nell'estate del 1992, con l'aiuto di un paio di complici, un commerciante di mobili di Linz, Helmut Flatzelsteiner, trafugò i resti mortali di Mary Vetzera dal cimitero viennese che li custodiva.
    Non se ne accorse nessuno fino al dicembre dello stesso anno, quando la cosa uscì sui giornali e la polizia viennese li andò a recuperare.
    Ossessionato dal mistero, Flatzelsteiner, aveva esumato il corpo per farlo analizzare da un esperto.
    I risultati della perizia non sono mai stati pubblicati, ma sono circolate le fotografie dalla quali si evidenzia l'entrata di una pallottola di 9mm sulla tempia sinistra; i capelli circostanti - ancora in possesso di Flatzelsteiner - mostrerebbero i residui tipici della esplosione ravvicinata.
    Ma, e qui arriviamo alla falsificazione dell'astrologia e della roulette russa, Mary Vetsera era mancina e, se si fosse suicidata o avesse giocato alla roulette russa, si sarebbe sparata ovviamente alla tempia destra.
    Quindi è stata assassinata: considerato poi che la "roulette russa" difficilmente era in voga all'epoca (è probabilmente un mito del ventesimo secolo), ha più probabilità il Duce che non le stelle di averci azzeccato...

  3. #13
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    RAGIONE&ILLUSIONE

    [I]Stregati dai vecchi e dai nuovi maghi, registi e scrittori gareggiano nell’arte di romanzare l’inverosimile, mettendo assieme a Houdini (e a Orson Welles) politica e pure esoterismo[/I]


    Orson Welles lo fece con Marlene Dietrich.
    Su un palcoscenico. Ne dà testimonianza
    un film del 1944, girato per
    tenere allegre le truppe americane al
    fronte. Lui convintissimo, lei un po’ riluttante
    – “Orson, ma questo non l’abbiamo
    mai provato!” –, eseguono il numero della
    donna tagliata in due. Compiuto l’oltraggio,
    le gambe di Marlene fuggono via
    da sole verso le quinte. Il busto rimasto
    in scena, abito da sera bianco e turbante
    con pennacchio, si prende una piccola
    vendetta. Ipnotizza il mago Welles,
    che casca per terra. Sipario. Applausi.
    “Mi piace la magia, è pura e semplice
    sospensione dell’incredulità” spiega il
    regista a Peter Bogdanovich, che lo interroga
    davanti a un registratore per “Io,
    Orson Welles”. “Il mago è di un’onestà
    suprema. Vi avverte che sta per ingannarvi
    e mantiene la promessa”, riporta
    Martyn Bedford all’inizio di “La ragazza
    Houdini” (Mondadori), una delle tante
    variazioni romanzesche su Harry Houdini,
    il re delle evasioni. Si faceva legare,
    ammanettare, chiudere in una cassa di
    legno che veniva gettata nell’East River.
    Riemergeva sano e salvo, appena un po’
    affannato, quando ormai il pubblico cominciava
    a temere il peggio.
    Sessant’anni dopo lo scherzo di Orson
    Welles (che aveva sperimentato a Hollywood
    il suo “Mercury Wonder Show”
    dal vivo, sotto una tenda affollata di soldati,
    con Rita Hayworth e Johnny Carson
    come aiutanti, apparendo magicamente
    là dove era sparito un coniglio), il
    cinema è di nuovo pieno di maghi.
    Woody Allen in “Scoop” scrolla un fazzoletto
    e i pois cadono a terra, poi smaterializza
    Scarlett Johansson. “The Prestige”
    di Christopher Nolan (uscito qualche
    mese fa) racconta la rivalità tra due
    illusionisti ottocenteschi, che per amore
    e per professione combattono una guerra
    senza quartiere, finché uno dei due
    muore e l’altro viene accusato di omicidio.
    Ambientato nella Vienna di fine ottocento,“
    The Illusionist” di Neil Burger
    (nelle sale da un paio di settimane) illustra
    le mirabolanti imprese del mago Eisenheim.
    “Next” di Lee Tamahori, tratto
    da un racconto di Philip Dick, mette
    in scena un mutante che per quieto vivere
    dissimula – e sfrutta – la sua capacità
    di prevedere il futuro lavorando come illusionista
    (esce negli Usa il 27 aprile).
    “Le héro de la famille”, film francese di
    Thierry Klifa, ha tra i protagonisti un ex
    prestigiatore televisivo famoso negli anni
    Ottanta con la trasmissione “Le lapin
    est dans le chapeau”.
    Presto toccherà all’immenso Houdini,
    che all’anagrafe si chiamava Ehrich
    Weiss (scelse il nome d’arte in omaggio
    al collega francese Robert Houdin) e fece
    la sua comparsa in un dizionario degli
    anni Venti con il verbo “to houdinize”,
    “liberarsi da terribili costrizioni”. Gilliam
    Armstrong ha appena finito di girare
    a Edimburgo “Death Defying Acts”,
    con Catherine Zeta-Jones nella parte di
    Mary McGregor, presunta passione scozzese
    dell’illusionista (gli presta faccia e
    muscoli Guy Pearce, l’attore australiano
    che in “Memento” annotava le cose da ricordare
    sul corpo, essendo sprovvisto di
    memoria breve: uscito di casa, girava
    l’angolo, e non sapeva dove rientrare). La
    donna abitava nei bassifondi, guadagnandosi
    la pagnotta con uno spettacolo
    di burlesque che dalla magia sconfinava
    spesso e volentieri nel soprannaturale.
    Houdini, che aveva promesso diecimila
    dollari a chiunque riuscisse a metterlo
    in contatto con la madre morta dieci anni
    prima, la incontra, la frequenta, ne rimane
    affascinato. Interrompendo, secondo
    gli sceneggiatori del film, una lunga e
    convinta crociata contro i medium, che
    smascherava a ogni occasione (nessuno
    meglio di un mestierante dei trucchi riesce
    ad avere ragione di ectoplasmi e tavolini
    che ballano). Per questa sua missione,
    Houdini litigò ferocemente con
    Arthur Conan Doyle, fervente e convinto
    spiritista (anche se il mondo lo ricorda
    soprattutto per “Elementare, Watson…”).
    L’inventore di Sherlock Holmes era
    tanto persuaso dell’esistenza delle fate
    che scambiò un artigianale trucco fotografico
    – una sveglia sedicenne vittoriana
    aveva scattato una foto alla cuginetta,
    su uno sfondo di fatine da bricolage casalingo
    – per la prova definitiva che gli
    spiriti esistono. Hollywoood non si è lasciata
    sfuggire la vicenda, ricavandone
    un film: “Fairytale, a True Story”, con
    Harvey Keitel nella parte di Harry Houdini
    e Peter O’ Toole nei panni di Conan
    Doyle. E i romanzieri avevano già fatto
    tesoro della disputa. In “Mai più” (Sperling
    & Kupfer), William Hjortsberg immagina
    l’illusionista che credeva solo
    nei trucchi e il giallista che credeva nel
    soprannaturale alle prese con una serie
    di misteriosi delitti. Con la partecipazione
    speciale del fantasma di Edgar Allan
    Poe: l’assassino prende a modello i suoi
    raccapriccianti racconti.
    I biografi non confermano la liaison
    tra la medium e il mago. Del viaggio in
    Scozia non c’è traccia in “Il grande Houdini”
    di Massimo Polidoro, edito da
    Piemme, e neppure nell’ultima biografia
    dell’illusionista, uscita da Simon &
    Schuster. William Kalush, che l’ha scritta
    insieme a Larry Slogan, dà per certo
    invece che Houdini fosse una spia al
    servizio di sua maestà britannica nonché
    del governo americano, e sostiene
    che i pugni allo stomaco ricevuti da
    Houdini pochi giorni prima della morte
    – certificata dal medico legale la notte di
    Halloween del 1926, per una peritonite,
    a 52 anni – fossero stati sferrati da due
    spiritisti convinti, decisi a vendicare l’onore
    del soprannaturale. Il mago, piccolo
    di statura ma tutto muscoli (li gonfiava
    quando lo incatenavano, o lo chiudevano
    nelle camicie di contenzione, e li
    rilassava subito dopo, ricavando dall’operazione
    il minimo di agio necessario
    per svincolarsi) aveva addominali di ferro,
    e ne andava fiero. Ma fu colto di sorpresa,
    e non riuscì a contrarli in tempo.
    Ha evocato di recente la pista spiritica
    anche il bisnipote George Haarden,
    chiedendo dopo 81 anni la riesumazione
    del cadavere, sepolto nel cimitero di
    Queens. Sostiene che Houdini fu avvelenato
    – con l’arsenico, forse quando si trovava
    già all’ospedale di Detroit – da una
    setta di spiritualisti vicini a Arthur Conan
    Doyle. Mandante (se non altro morale):
    la medium Margery Crandon. L’ira
    della spiritista americana smascherata
    risulta assai più verosimile della storia
    d’amore con la spiritista scozzese. Ne
    farà tesoro, a quanto si dice, un altro film
    sulla vita dell’illusionista. Indaga sul mistero
    un suo discendente quattordicenne.
    Non ha ancora un titolo (tra gli addetti
    ai lavori viene indicato come “Untitled
    Houdini Project”), ma ha già un regista,
    Mark Waters, che già aveva scomodato il
    soprannaturale girando “Se solo fosse
    vero”, dove il fantasma di Reese Witherspoon
    corteggiava Marc Ruffalo.
    L’unico interesse extraconiugale accertato
    nella vita di Harry Houdini non
    fu una medium inglese, ma una signora
    americana che si chiamava Charmian
    London, vedova di Jack London. Era
    un’amica di famiglia, e probabilmente
    aveva visto nel mago qualcosa che le ricordava
    un racconto scritto dal marito,
    “Le mille e una morte”. L’attacco della
    storia – “Dovevo essere in acqua già da
    un’ora, congelato, esausto, attanagliato
    da un crampo spaventoso al polpaccio
    destro, sembrava che la mia ora fosse
    giunta” – racconta benissimo quel che
    Houdini doveva provare quando si gettava
    in acqua legato, o si faceva seppellire
    in una bara. E gli esperimenti che il
    protagonista deve subire, una volta ripescato
    e tratto in salvo su una nave, a
    opera del genitore più spaventoso della
    letteratura – non riconosce il figlio, e lo
    usa come cavia per esplorare i confini
    tra vita e morte, uccidendolo e poi rianimandolo
    – sono sinistramente vicini
    ai brividi che Houdini procurava ai suoi
    spettatori. Ammanettato, infilato a testa
    in giù nel bidone del latte, appeso in cima
    a un grattacielo, chiuso in una camicia
    di forza, ogni volta correva il rischio
    di restarci secco. Ovviamente la prospettiva
    deliziava il pubblico, e l’artefice
    delle fughe impossibili sapeva perfettamente
    che lì stava il segreto, neppur
    troppo segreto, del suo successo: “Il
    modo più facile per attirare una folla è
    fare qualcosa che, in caso di fallimento,
    porterà a una morte immediata”.
    Molti grandi o piccoli romanzi americani
    si sono appropriati del mago Houdini,
    accogliendolo tra i personaggi oppure
    reinventandolo. Il fuoriclasse è Michael
    Chabon, nelle ottocento e rotte
    pagine di “Le fantastiche avventure di
    Kavalier e Clay” (Rizzoli). Jack London
    viene citato nella prima pagina del capitolo
    uno, assieme a Nicola Tesla,
    scienziato che faceva esperimenti con
    l’elettricità (la corrente è uno degli strumenti
    che nelle “Mille e una morte” il
    padre folle usa per stecchire il figlio). E
    il baffuto Tesla, con la faccia di David
    Bowie, fa una comparsata in “The Prestige”,
    giacché l’illusionismo storico
    confina a est con lo spiritismo e a ovest
    con il magnetismo. Joe Kavalier – nome
    d’arte di Josef Kavalier, ebreo fortunosamente
    arrivato a New York da Praga,
    sfuggendo alla la stella gialla e ai campi
    di concentramento – e il cugino
    Sammy Klayman, in arte Clay, inventano
    un personaggio dei fumetti chiamato
    Escapista. Controfigura neanche tanto
    dissimulata di Houdini, arrivato negli
    Stati Uniti con il padre rabbino (“importato
    come un pacco postale”, per rubare
    le parole a un altro celebre emigrante in
    tenera età, il galiziano Henry Roth)
    quando aveva quattro anni. L’Escapista,
    maestro delle fughe, deve vedersela a
    ogni puntata con il cattivo Attila Haxoff,
    che somiglia pericolosamente ad Adolf
    Hitler. Il romanzo rende omaggio alle
    coppie di illustratori e scrittori che hanno
    fatto la storia del fumetto americano,
    e anticipa l’eroico Spider-Man che dopo
    l’11 settembre visita le rovine ancora fumanti
    di Ground Zero.
    Secondo nella lista dopo Michael
    Chabon (non per cronologia, ma per
    sfrenatezza), c’è Walt Rawley in “Mr Vertigo”
    di Paul Auster (Einaudi). Raccattato
    mentre chiede l’elemosina in una
    strada di Saint Louis da Maestro Yehudi
    – l’anno è il 1927, quando “la notte cominciò
    a calare sul mondo” con il rapimento
    di baby Lindbergh, e gli americani
    persero l’innocenza che poi molte volte
    poi ritroveranno, onde smarrirla di
    nuovo – dopo un lungo allenamento il
    ragazzino impara a volare. E’ un altro
    miserabile che trova riscatto grazie a un
    apprendistato molto somigliante a una
    tortura. Viene seppellito vivo, flagellato,
    gettato da un cavallo in corsa, qualche
    volta affamato e qualche volta nutrito
    con piscio di vacca o merda di cavallo,
    appeso per tre giorni alle travi del
    soffitto, fatto sedere per sei ore in mezzo
    a un cerchio di fuoco, mentre il corpo
    si riempie di vesciche, mutilato di
    una falange. A tredici anni, vestito da
    Huckleberry Finn (perché mito chiama
    mito, e con indiscutibile talento i romanzieri
    americani sanno intrecciare
    letteratura e vaudeville, Storia e spettacoli
    alla Barnum), incanta il pubblico
    volteggiando a mezz’aria. E cercando di
    convincere gli spettatori delle fiere di
    paese che lui vola per davvero, senza
    trucco e senza inganno, senza le funi
    che facevano levitare goffamente le assistenti
    scosciate degli illusionisti. Finché
    il supereroe cresce, perde i poteri,
    e comincia a guardare con un certo interesse
    a Hollywood, dove potrebbe con
    successo riciclarsi.
    In “Ragtime” di Edgar Doctorow appare
    il vero Houdini (uscì da Mondadori).
    In “Carter e il diavolo” di Glen David
    Gold (più noto da noi come marito di
    Alice Sebold, la scrittrice di “Amabili
    resti”) si narrano le gesta di Carter il
    Grande, l’unico mago in grado di competere
    – se non per bravura, almeno per
    sfacciataggine – con il grande Houdini
    (editore Baldini & Castoldi). Il programma
    di sala promette tre atti: Metamorfosi,
    Spiritismo, Carter e il Diavolo (“gli
    spettatori uscenti sono invitati a non rivelare
    agli spettatori entranti cosa accade,
    per non rovinare l’esibizione”). Dopo
    una gara tra il mago in nero e il diavolo
    in rosso, la testa coperta da un cappuccio
    con corna appuntite – uova che
    immerse in acqua diventano anatroccoli,
    strumenti che suonano da soli, proiettili
    trattenuti con i denti, indù sparati
    da cannoni, e trasformati a mezz’aria in
    un mazzo di gigli – viene fatto salire sul
    palco un volontario d’eccezione, il presidente
    degli Stati Uniti Mr Harding.
    Passano tre minuti e il presidente – un
    cinquantasettenne dalla schiena malconcia
    – sparisce appeso a una corda. Si
    sente un rumor di scimitarra, e una
    gamba mozzata cade sul palco, seguita
    dal tronco e dalla testa. Un leone pasteggia
    con il cadavere, viene ucciso e
    immediatamente sventrato. Dalla pancia
    esce il presidente Harding, intero e
    di ottimo umore. Due ore dopo muore
    per davvero, e ovviamente entrano in
    scena i servizi segreti.
    Il gran finale annunciato dal mago
    (senza l’extra che si consuma fuori scena)
    prevedeva le infermiere in sala, casomai
    qualche spettatore fosse svenuto.
    Misura cautelare adottata nella realtà
    durante il numero più famoso del mago
    californiano Charles Joseph Carter, preso
    a modello da Glen David Gold. Era
    un’elaborata variazione, con dettagli
    sanguinolenti, su un classico della magia
    da palcoscenico (per distinguerla
    dalla micromagia con mazzi di carte e
    monetine, esercitata a mezzo metro dallo
    spettatore): la donna tagliata in due.
    Quasi cento anni dopo lo ripropone nei
    suoi spettacoli, usando se stesso come
    cavia e rinunciando alla bella assistente,
    anche David Copperfield, il mago –
    noto alle cronache mondane come ex
    moroso di Claudia Schiffer – che fece
    sparire la Statua della Libertà, ruotando
    la pedana su cui erano sistemati gli
    spettatori (esperimento ripetuto anche
    con la Grande Muraglia Cinese, forse
    usando lo stesso trucco: il sito che rivelava
    i suoi segreti da un po’ di tempo
    non è più raggiungibile).
    Gli scrittori più snob – come Steven
    Millhauser, premio Pulitzer 1997, uno
    che ama allo stesso modo la poesia di
    Eliot, i malinconici lamenti del corvo di
    Poe, e i fenomeni da baraccone, fanno
    testo le storie raccolte in “Barnum Museum”
    – lasciano Houdini per il più defilato
    Eisenheim. Nato a Bratislava con
    il nome di Eduard Abramovitz, incantava
    il pubblico viennese di fine Ottocento.
    Muoveva le mani sulla tela bianca, e
    comparivano ritratti, che un attimo dopo
    strabuzzavano gli occhi. Poiché mistero
    chiama mistero, e nei suoi show
    compariva l’ectoplasma di una signorina
    di nome Greta, attirò l’interesse della
    polizia imperialregia (che teneva ai
    confini certi tra vita e morte) e degli spiritisti
    tutti, convinti che la fanciulla fosse
    Maria Vetsera, morta con il principe
    ereditario Rodolfo a Mayerling. Il racconto
    si intitola “L’illusionista” (esce da
    Fanucci). Per girare il film Edward Norton
    si è allenato con Ricky Jay, mago e
    storico dell’illusionismo che va forte a
    Hollywood (fin dai tempi della “Casa
    dei giochi” di David Mamet, accreditato
    come “Frauds and Cons consultant”) e
    ha avuto l’onore di un lungo ritratto sul
    New Yorker. Dove si cita il titolo – irresistibile
    – di un suo libro uscito nell’86:
    “Learned Pig & Fireproof Women”.
    In “La moglie del mago” (Fazi), l’irlandese
    Brian Moore racconta l’illusionismo
    come arma contro la jihad. E’ il
    1856. Napoleone III spedisce Henri
    Lambert, il più famoso mago d’Europa,
    in Algeria. Missione: impressionare i
    musulmani, superando in abilità gli
    stregoni locali, e convincerli che Dio, in
    caso di guerra, starà dalla parte dei
    francesi. L’astuto piano fallisce quando
    una femmina, metà Bovary e metà multi-
    culti, si mette di mezzo, il cuore diviso
    tra un colonnello in divisa e gli straccioni
    locali. Femmina frivola a parte, la
    storia prende spunto dalla missione di
    Robert Houdin presso i marabut d’Algeria,
    giusto nel 1856.
    Cade vittima del genio illusionistico
    di Houdini anche Matthew Barney, gran
    talento visionario dell’arte contemporanea.
    In “Cremaster”, video-opera-mondo
    intitolata al muscoletto che ritira o
    allenta i testicoli a seconda della temperatura,
    prima si identifica con il mago
    (officia la cerimonia Ursula Andress),
    poi gli attribuisce come erede
    Gary Gilmor, assassino psicopatico. Non
    sappiamo se l’interessato abbia gradito.
    Ma segni di disappunto, dall’aldilà, finora
    non ne ha mandati.
    Mariarosa Mancuso
    .

    A fool and his money can throw one hell of a party.

 

 
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