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Discussione: Io sto con Max Ferrari

  1. #51
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    Avanti per questa strada. E' l'unica.

  2. #52
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    Citazione Originariamente Scritto da armida Visualizza Messaggio
    Avanti per questa strada. E' l'unica.
    Tanto devono passare da questo comportamento altrimenti si tira fuori nulla.
    A decine sono usciti dalla lega per fare un altro movimento ed hanno fallito.
    Perchè hanno voluto copiarla.
    Ma la lega non si basa sulla potenza delle idee ma sulle doti sciamaniche del capo.
    La setta è aiutata politicamente in modo sotterraneo ed in modo illuminato.

    Abbiamo la corda al collo che si stringe sempre di più, dobbiamo dare uno strattone o soffochiamo.
    Il debito pubblico, che non tocchiamo e pertanto pare di nessuna importanza, al contrario sarà la morte politica dei futuri padani.

  3. #53
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    Citazione Originariamente Scritto da ZENA Visualizza Messaggio
    Non so se i cinesi siano "pacifici e laboriosi". Anzi si, lo so: qualcuno lo è, qualcun'altro no. E so anche che i cinesi non sono islamici e gli islamici non sono sudamericani proprio come io, genovese, non sono valdostano.
    - MILANO, ROMA, PRATO, NAPOLI: SE LE SONO COMPRATE METRO PER METRO, PAGANDO IN CONTANTI…
    Paolo Baroni per “La Stampa”

    Vent’anni fa erano pochi, tutti in nero e tutti clandestini. Adesso viaggiano in Mercedes e Bmw e controllano intere zone di città, da Milano a Roma, da Prato a Napoli. Se le sono comperate metro quadro dopo metro quadro, in contanti. E’ questa la vera forza dei cinesi, il loro vero potere. Il potere dei soldi, che spesso però ha l'odore dei traffici illegali della Mafia. «A Napoli - spiega Marco Demarie, direttore della Fondazione Agnelli, che da tempo studia il fenomeno delle migrazioni - nell’area circumportuale poco alla volta hanno comperato quasi tutte le case ed i magazzini, dove poi hanno allestito laboratori spesso illegali per montare i semilavorati importati dalla Cina. Lo stesso vale per la zona di Porta Palazzo a Torino o piazza Vittorio a Roma».

    In questo modo creano delle piccole enclave, delle piccole «città specializzate» dove regna il modello della «famiglia-impresa», con un capo che governa l'attività di più nuclei. Nelle varie Chinatown italiane attività lecite e illecite corrono spesso in parallelo. E i soldi generano altri soldi.

    I cinesi in Italia, ufficialmente sono 114 mila, 170 mila coi minori e i clandestini. Negli ultimi 6 anni le loro imprese sono triplicate, passando da 9.800 a 26.400: +133% a Prato, +92% a Milano, +280% a Roma, addirittura +600% a Napoli. I dati ufficiali parlano di 13 mila imprese commerciali e 11 mila aziende manifatturiere concentrate soprattutto in Toscana (4.500), Lombardia, Emilia Romagna e Veneto.

    Duemila di queste aziende sono associate alla Fenici, la Federazione delle imprese cinesi in Italia. La sede centrale, non può che essere a Prato, la città che conta la più alta concentrazione di cinesi (circa 20 mila su 180 mila abitanti e 2.800 imprese su 27 mila), ma l'organizzazione ha uffici in altre 8 regioni italiane, a Bruxelles, Pechino e Shanghai. Il presidente è un italiano, Alessandro Moggi, da anni in affari col Celeste impero. «Ci hanno chiamato la Confindustria dei cinesi in Italia - spiega - ma forse il termine è un po' esagerato. Ci accontentiamo di aiutare i nostri associati a svolgere al meglio il loro lavoro».

    Sempre da Prato vengono due imprenditori emergenti: «Francesco» Zahn, titolare del marchio di moda giovane «Koralline», e Xu Qui Lin, patron della Giupel (15 milioni di euro di fatturato e una linea che porta il nome di Gabriel Batistuta), il primo cinese ad essersi iscritto alla Confindustria. Per il resto non ci sono «nomi» famosi, ma una miriade di imprese sparse ovunque: dal triangolo Prato-Firenze-Empoli a Carpi, dal napoletano alle Marche (dove producono divani), da Vicenza alla Riviera del Brenta.

    Napoli è invece il principale punto d’arrivo dei prodotti cinesi, mentre Roma (assieme a Milano) è la piazza più importante di smercio. «Prima erano poco visibili, anche perché non creavano problemi d’ordine pubblico. Oggi invece lo sono molto di più perché hanno la grande Cina alle loro spalle, la “fabbrica del mondo” che inonda il pianeta con le sue produzioni a basso costo» spiega Antonella Ceccagno, docente di cultura cinese a Bologna e autrice di diversi saggi sull’argomento.

    Nella capitale, nella zona di piazza Vittorio all’Esquilino, operano circa 400 tra importatori e grossisti, che smistano l’80% della loro roba a dettaglianti e grossisti italiani e stranieri. Attraverso i porti del Tirreno dalla Cina arriva di tutto: non solo abbigliamento e scarpe, ma anche accessori, giocattoli, mobili, apparecchiature tecniche ed elettroniche. Nel 2006 le nostre importazioni dalla Cina hanno toccato quota 14 miliardi di euro, un fiume imponente di prodotti che alimenta un intera filiera distributiva rigorosamente tutta cinese.

    Il commercio però va sempre più stretto ai cinesi. «Adesso è arrivato il momento dei grandi investimenti - spiega Moggi - La nuova frontiera? La costruzione di centri commerciali». Basta bottegucce, insomma, adesso si fa sul serio. Parola di cinesi.

    – LE TRIADI MAESTRE DI COSA NOSTRA
    Francesco La Licata per “La Stampa”

    I cinesi in Italia, quelli censiti, sono 111.712 sparsi soprattutto nel Centro-Nord. Ora è ovvio che non si tratta di un’enorme gang che tende a vivere di illegalità. Semplice constatazione - questa - sottolineata in una approfondita ricerca eseguita dalla Guardia di Finanza e dedicata alla comunità cinese e ai conseguenti problemi della nostra sicurezza, anche economico-finanziaria. Ma l’assenza di ogni pregiudizio non può far passare in secondo piano le concrete problematiche legate all’immigrazione dalla Cina. Innanzitutto il tasso di criminalità che il flusso clandestino si porta dietro, insieme coi poveracci che arrivano in Italia in cerca di una vita migliore.

    Lo Zhejiang - Una curiosità statistica indica nello Zhejiang, Cina meridionale, la regione più prodiga di «emigranti» verso l’Italia. Si tratta di un territorio (40 milioni di abitanti) da sempre con una forte vocazione al commercio e all’intrapresa. Ma insieme con la città di Yuyu - fornitrice di buona manovalanza - spicca Wenzhou, città di mare, patria ed esportatrice di agguerriti gruppi criminali. La cosiddetta mafia cinese, già in buoni rapporti con la camorra, molto più simile di quanto si possa immaginare alla tradizione mafiosa siciliana.

    Ne è passato di tempo da quel 1949, anno in cui apriva i battenti il primo ristorante cinese di Roma. A quella data si fa risalire l’inizio della lenta e silenziosa «invasione cinese», con il replay del ristorante di via Sarpi, a Milano (1962), fino al boom del 1970 e alla nascita, negli anni Novanta, delle società import-export di Roma, all’Esquilino. Una lenta marcia favorita anche dalla scelta di strategie di basso profilo. La malavita cinese è silenziosa, esercita una violenza invisibile, non fa paura e - a differenza di altre realtà, come quella Usa - non tende, per il momento, al controllo delle Chinatown italiane.

    Esistono, per esempio, le Triadi. Ma chi le ha mai notate? Eppure operano, si muovono, controllano il mercato del lavoro nero che è quello con cui devono fare i conti le migliaia di immigrati che devono saldare il debito contratto al momento dell’esodo. Il viaggio verso l’Occidente dicono costi sui ventimila dollari, da pagare per ottenere la «liberazione» dei familiari-ostaggi lasciati in Cina. Ci vogliono da tre a cinque anni di lavoro-schiavitù nelle «imprese familiari» di Roma, di Milano, di Vicenza, di Prato e, più recentemente, della nuova scoperta, cioè Napoli.

    La cupola - Chissà dove sarà il tempio, la «Città dei salici» (la pianta dell’immortalità), dove si riunisce la cupola cinese vertice di una mafia che si fa risalire al 1600. Non sappiamo se Bernardo Provenzano abbia letto qualcosa sulle Triadi, ma è clamorosa la somiglianza tra le due mafie. A cominciare dal fatto che neppure i cinesi usano telefono o telefonini: la comunicazione avviene per «pizzini».

    Ecco cosa fanno i motocilisti col giubbotto di pelle nera che tessono Roma in lungo e in largo, partendo dall’Esquilino. Portano ordini, offrono soldi in contanti per comprare nuovi esercizi, smistano passaporti che, chiusi dentro libri finti, torneranno in Cina per essere venduti a chi, emigrante più fortunato, può aspirare alla futura regolarizzazione in Italia. E fanno, i motociclisti, gli esattori del «pizzo». Come gli esercenti siciliani, i cinesi preferiscono pagare, non solo per paura, ma perchè - spiegano gli analisti della Guardia di Finanza - «riconoscono la presenza della mafia quale istituzione territoriale».

    Anche i boss delle Triadi, come gli uomini di Provenzano, sono identificati con un numero: il capo, il Shan Chu, è il 489. Il vice, detto anche «doppio fiore», è il 438. Il «palo rosso», una sorta di capo militare e killer è il 12. I «soldati», i Sey Kow Jai, sono il 49 e i latitanti («sandalo di paglia», in onore dei monaci fondatori delle Triadi) sono il 91. Il gioco d’azzardo, l’usura, il fiume di soldi delle contraffazioni, il lavoro nero, la prostituzione: sono questi gli affari della criminalità cinese.

    La contraffazione ha un fatturato di 6 miliardi di euro l’anno, brucia 1500 milioni con l’evasione fiscale e ruba 120.000 posti di lavoro alla Ue. Ma il nuovo affare sembra la prostituzione, anche quella discreta e invisibile. Le ragazze cinesi, attratte in Italia col miraggio del matrimonio, non stanno sui marciapiedi. Si trovano nei centri massaggi o nei retrobottega di piccoli artigiani. Oggi è possibile richiedere baby prostitute, cioè bambine destinate ad una clientela prevalentemente cinese. I soldi del business? Tornano in Cina, attraverso il tranquillo sistema di money transfer.

    --------------------------------------------------------------------------

    comprendo il desiderio che l'autonomismo e l'indipendentismo non abbiano il volto degli squallidi Calderoli e Borghezio, ma in questa rivolta anti-populismo becero e per una questione dell'immigrazione piu' ragionata hai scelto due "icone" fuorvianti, Max Ferrari e la comunita' cinese.
    Max Ferrari, ha da sempre rappresentato, anche con il suo tg, l'ala dura anti-immigratoria tout-court, populista e feroce con i "deboli" che cercavano un dialogo, un confronto che non fosse solo la piazza e dunque non si mostravano "intransigenti" come il giornalista. La vedo dura che riesca a guidare battaglie con toni ed argomentazione differenti rendendosi credibile.
    Dall'altro lato scegliere la Cina con la miopia del popolo pacifico e lavoratore senza considerare l'illegalita' diffusa,i diritti umani violati. le torture, il popolo tibetano, per non parlare che la piu' grande fabbrica cinese e' un carcere e dietro le porte c'e' la questione ecologico-ambientale che scoppiera' in Cina.
    Avrei capito la scelta di un popolo dell'africa nobile, non so il Senegal, sfruttato doppiamente o il popolo armeno.....

  4. #54
    naufrago
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    Citazione Originariamente Scritto da Gespo Visualizza Messaggio
    Cureghi a drèè Max..cureghi à dreè ai Cinis
    T'en dur ..mai mular ..Osti...
    Io non so scrivere in francese, quindi non lo faccio, evitando figure alquanto comiche. Lei, cotesemente, eviti di tentare questo farsesco milanese, visto che dimostra di non conoscerlo.

    Citazione Originariamente Scritto da FENRIR Visualizza Messaggio
    E' arrivato un nuovo clown?
    salucc
    No, temo sia sempre uno dei soliti...

 

 
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