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  1. #31
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    Va bene. Il Partito democratico si chiamerà pure così sull’onda del richiamo americano, e si ispirerà pure al nome del più antico partito statunitense, vale a dire i Franklin Delano Roosevelt e dell’anticomunista Truman.
    Se lo dice il Corriere della Sera, sarà senz’altro così.
    E va benissimo che il giornale di via Solferino abbia dedicato un editoriale del proprio direttore al congresso di scioglimento dei diesse, il quale costituisce il primo passo verso il partito nuovo. Era il minimo.
    E’ un congresso importante.
    Ed è importante sapere che i diesse, i quali si trovano un’altra volta in procinto di, sono già tutti filoamericani, però ancora non lo sanno, e in ogni caso prima o poi se ne accorgeranno. Se il Corriere lo scrive, sarà senz’altro vero.
    Così come è importante sapere che Fassino voglia vedere Ciampi nel Pd.
    E altrettanto importante conoscere la partita di Veltroni dietro le quinte.
    Perché tutto, di questo congresso, sembrerebbe importante. Che suona normale.
    Ma il problema è un altro.
    Il problema sarebbe di capire perché Repubblica lo abbia considerato talmente secondario da non farne parola.

    Da il Foglio del 20 aprile

    saluti

  2. #32
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    Predefinito Tutti si rivolgono a Mussi

    Firenze. Walter Veltroni ha già vinto. La prima impressione che viene dal secondo congresso dei Ds è questa. Al mattino sul maxischermo c’è Alberto Sordi, nella sala buia e ancora semivuota si proiettano le scene più celebri (i Vitelloni, il Sorpasso).
    Persino il successivo intervento di Renato Zangheri, un lungo discorso su Gramsci e sull’innegabile novità teorica rappresentata dalla filosofia della praxis, non cancella l’impressione iniziale sull’ineluttabilità della vittoria veltroniana.
    Anzi, se possibile, la rafforza. Veltroni ha già vinto.
    E la conferma è l’intervento di Gavino Angius, che chiede di riaprire il tavolo “chiedendo anche allo Sdi, ai Verdi, all’Italia dei valori” di partecipare a una nuova iniziativa politica, più inclusiva, che assomiglia molto a quel partito democratico sul modello dell’Ulivo del ’96 di cui Veltroni parla da tempo. “Noi non siamo disposti ad abbandonare il campo della sinistra e del socialismo europeo, dopo le conclusioni del congresso prenderemo le nostre decisioni – dice Angius – ognuno per sé, ovviamente”.
    Veltroni ha già vinto perché è evidente come anche la posizione di Angius porti acqua al suo mulino.
    Inutile domandarsi cosa c’entrino Antonio Di Pietro e Alfonso Pecoraro Scanio con l’identità della sinistra italiana e le radici del socialismo europeo. La fortuna aiuta gli audaci. Veltroni ha già vinto. Fabio Mussi dice che il Partito democratico sarà più spostato al centro. Ricorda che la minoranza chiese a suo tempo, al congresso di Roma: “Non è che dalla lista unitaria si finisce col partito unico?”. Allora però “ci si disse che era un processo alle intenzioni”. Pausa.
    “Ecco, ora ci siamo”.
    Fabio Mussi non cita Piero Fassino, ma è chiaro di chi si parla.
    E ancora più chiaro è a chi parla, Mussi, quando dice: “Al congresso di Torino, quello di ‘I care’, votammo una mozione chiamata ‘Una grande sinistra in un grande Ulivo’. Sarà un mio limite, ma io sono rimasto lì”.
    La mozione citata era quella di Walter Veltroni. E Veltroni ha già vinto proprio perché Mussi può dire che il Partito democratico sarà “centrista e americano”, può dire che “quando il moderno si presenta come nuovo assoluto è già decrepito”, può dire che “la retorica dell’oltre non serve a nulla se non si sa dove si va” e può dire persino che nel progetto del Pd “i grandi temi galleggiano con insostenibile leggerezza” – può dire tutto questo, più volte –senza che alcuno dei presenti, nemmeno per un attimo, scambi simili parole per un attacco a Veltroni.
    L’impressione che Veltroni abbia già vinto è fortissima sin dalla mattina ed è pienamente confermata dal suo intervento nel primo pomeriggio. “Ho letto un editoriale intelligente in cui si fa richiamo a quello che accadde a metà degli anni Sessanta”, dice il sindaco citando Paolo Mieli (“Il partito americano”, Corriere della Sera di giovedì) e quel suo riferimento alla più classica e sfortunata delle “fusioni fredde”. A Fabio Mussi, cui si rivolge per tre quarti dell’intervento con parole di calda stima, dice che “non facciamo un partito centrista e americano”. Ma soprattutto, citando Gian Battista Vico, proprio all’inizio del suo intervento, Veltroni dice: “Paiono traversie e sono opportunità”. Appunto.
    La certezza della vittoria veltroniana si rinsalda poche ore dopo, quando Lunetta Savino (“Cettina” di “Un medico in famiglia”), accanto a Giulio Scarpati, comincia il suo monologo con “Caro Piero” e parla di togliersi di dosso “la visione paludosa dell’Italia”.
    Il ministro degli Esteri e presidente dei Ds, Massimo D’Alema, parla alla fine ed esordisce con un riconoscimento al Cav. accompagnato da un invito: fate come noi.
    Poi racconta di un’antica discussione con Mussi ai tempi della radiazione del gruppo del Manifesto, per cui entrambi simpatizzavano, quando in entrambi prevalse l’idea che “extra ecclesiam nulla salus”. E poi dice:
    “Dobbiamo ridare un fondamento forte alla politica rimettendoci in discussione come struttura organizzata e come persone”. Parla di un processo costituente aperto, in cui ogni cittadino vada, versi una quota e possa votare.
    “E io spero che alla fine ne conteremo più di un milione”.
    In questo grande processo, quindi, “non c’è bisogno di avere un presidente del partito, è un orpello inutile”.
    Così ieri si è concluso di fatto – formalmente si chiuderà oggi – il quarto e ultimo congresso dei Ds.
    Il quinto, inutile dirlo, Walter Veltroni lo ha già vinto.
    Per il primo congresso del Partito democratico, evidentemente, sarà più complicato, per lui come per tutti gli altri.

    Da il Foglio del 21 aprile

    saluti

  3. #33
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    I due congressi

    La fusione senza passione

    di Arturo Diaconale

    Era stata definita una fusione a freddo, quella che Ds e Margherita stanno realizzando con i loro due congressi di preparazione del futuro Partito Democratico. E la previsione si è rilevata perfettamente azzeccata. L'andamento delle assise nazionali dei due maggiori partiti del centro sinistra confermano che il processo d'incontro e d'unificazione degli eredi della tradizione del Pci e di quelli della tradizione dei cattolici democratici avviene senza neppure un briciolo di passione. Non si tratta di una critica. Solo di una constatazione. Che comporta automaticamente una considerazione su quello che è l'aspetto principale dell'operazione in corso. Cioè la totale assenza di partecipazione popolare. Aspetto che non è affatto nuovo nello scenario politico italiano degli ultimi anni, ormai abituato a scambiare fenomeni esclusivamente mediatici per fenomeni politici. Ma che, nel caso di due forze che si collocano a sinistra e che in teoria dovrebbero rappresentare le istanze più radicate nei settori più popolari della società nazionale, costituisce una conferma carica di significati e di conseguenze.

    La fusione a freddo di Ds e Margherita da cui nascerà il Partito Democratico non riguarda, infatti, i semplici cittadini elettori ma solo il ceto politico e la nomenklatura delle due forze politiche. In termini sociologici interessa quella fetta limitata del paese che vive di politica dentro ed ai margini delle istituzioni. In termini numerici tocca non più di un paio di milioni di persone. Guarda caso il numero preciso di quanti parteciparono effettivamente alle primarie dell'Ulivo della vigilia delle elezioni dello scorso anno incoronando Prodi come sfidante di Silvio Berlusconi. Ed il resto della popolazione italiana che supera ormai la cifra dei 56 milioni? Con l'esclusione dei componenti del ceto politico e della nomenklatura del fronte opposto (ma tradizionamente il centro destra conta su apparati molto più ridotti) l'immensa fascia grigia che rimane appare del tutto indifferente alla fusione fredda. Non si lascia riscaldare dalla testardaggine del Premier, ormai considerata non più difetto umano ma diabolico.

    Ed appare totalmente disinteressata all'unica vera questione che appassiona i ceti politici e le nomenklature di Ds e Margherita: la lotta per la leadership ed i posti di potere. Cioè l'unica attività a cui da sempre si dedicano con passione le oligarchie e le classi politiche chiuse, quella che la sinistra tradizionale ha sempre contestato in nome del popolo e del suo diritto alla partecipazione piena ed attiva alla vita democratica. Ma senza popolo che Partito Democratico può esserci se non quello dei combattenti e reduci dello stato burocratico?

  4. #34
    Hanno assassinato Calipari
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    Fi insegna che non ci dev'essere necessariamente il popolo. Il popolo viene informato dopo e acclama il leader.

  5. #35
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    Il premier dice che se andrà a fine legislatura. E dà un senso al congresso Dl

    Prodi annuncia l’addio

    Francesco Cossiga prende in giro il Pd: “Un disegno teo democratico che si incontra con la storia dei comunisti”

    di Dimitri Buffa da L'Opinione

    Afine legislatura, “in sha Allah”, anche Prodi se ne andrà. Non è solo una rima. E’ la vera notizia di ieri, uscita dal discorso dello stesso presidente del Consiglio dal congresso della Margherita a Roma. Adesso bisogna prenderlo in parola e iniziare il conto alla rovescia. Solo Berlusconi si è dichiarato insoddisfatto, con una battuta: “speravo prima”. E forse non è il solo a pensarla così.
    Per il resto dalle assise dei Dl che insieme ai Ds dovranno diventare Pd, oltre alle petizioni di principio di Francesco Rutelli (“Mai con il Pse”), non c’è stata molta trippa per gatti. Il nulla assoluto che caratterizza la linea politica dei due apparati politici che stanno per fondersi in evidente perdita di consensi, come dicono tutti i sondaggi, può essere mirabilmente sintetizzato dal sarcasmo che trasuda la lettera aperta inviata ieri dall’ex Capo dello Stato Francesco Cossiga ai partecipanti al congresso.

    Cossiga incita Prodi e Rutelli a seguire il disegno dossettiano che fu quello del catto comunismo poi inutilmente messo in cantiere da Moro e Berlinguer e in seguito da Andreotti. Con la variante teo-dem di moda oggi. O teocratica, per usare le parole dello stesso Cossiga. Che scrive: “Con il forte e chiaro discorso del segretario Piero Fassino, onestamente e apertamente comunista, il partito dei democratici di sinistra, ha preso nettamente e con coraggio la guida del nuovo Partito Democratico, la cui fondazione, con il contributo dei cattolici democratici, porterà a compimento quell'ardito disegno che, nell'arco di oltre cinquant'anni, i comunisti nazionali italiani del partito comunista, il partito 'italiano' di Gramsci, il partito 'nuovo' di Togliatti e il partito 'europeo' di Berlinguer, portarono avanti incontrandosi oggi finalmente con il disegno democratico teocratico di Giuseppe Dossetti e di Romano Prodi. Seguiteli!” Sembra, e forse lo è, un vera e propria presa per i fondelli.

    Se non fosse che ormai la politica italiana è ridotta a queste grandi kermesse che vengono puntualmente vendute, a sinistra come a destra, come svolte epocali e che poi alla fine si traducono sempre e solo in spartizioni di nuove poltrone con generazioni di nuovi “giovani turchi” che scalpitano per prendere i posti di potere di chi li ha preceduti.

    Con la variante che per molti di loro, vedi lo stesso Rutelli, da tempo sembra essere iniziata la parabola discendente. Ora Prodi si dice disposto a farsi da parte a fine mandato, ma i problemi veri nasceranno proprio in quel momento.
    Chi prenderà il suo posto come referente dell’asse bancario, telefonico e confindustriale che fa perno su Bazoli e Banca Intesa?
    Chi impedirà al padrone delle ferriere Carlo de Benedetti di essere la prima tessera di potere, e forse l’unica, del nascente partito democratico? Chi glielo andrà a dire a comunisti ed ex democristiani che d’ora in poi dovranno rassegnarsi ad avere un pensiero unico senza alcuna garanzia di riuscire a sfondare il tetto del 34% alle elezioni politiche, sotto il quale questa fusione sarà stata in perdita?

    Per ora i papabili leader, Ds permettendo, del futuro partito democratico, cioè lo stesso Prodi e anche Rutelli, si consolano, il primo, con gli applausi della claque organizzata che ne ha prodotti ben 21 in 35 minuti di risicato discorsetto, il secondo con gli effetti speciali delle immagini di Clinton e Bayrou che passano proiettate sul megaschermo e che sembrano voler dire: “vedete come potrei diventare da grande, se solo mi permetteste di crescere?” Ma l’impressione è che questo grande rassemblement rischi di non farcela in partenza. O meglio di fare la fine del “pipì che non cresce”, perchè “messo in mano a Rosy Bindi”, per citare una delle tante barzellette che piacciono al Cavaliere. E che ieri ha attirato su di sé ben più curiosità e aspettative per il futuro che i discorsi di due leader ormai bolliti votati a questo rito di passaggio verso il Pd con lo stesso entusiasmo con cui il capro espiatorio si avviava verso il deserto per il bene della comunità che lo cacciava.

    Quando è possibile vederlo a confronto, anche un settantenne come Berlusconi, rispetto sia a un coetaneo come Prodi sia a un “ragazzino” come Rutelli, rischia di apparire come l’uomo del futuro. Chi vivrà vedrà, dice il proverbio, ma certo che se gli italiani dovranno sopravvivere solo per vedere tutte queste manovre politiche informi che stanno nascendo dal sottobosco della Seconda Repubblica, la tentazione di farla finita prima potrebbe diventare irresistibile.

  6. #36
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    sebbene pochi ne parlino vi sarà una seconda scisisone: nella margherita alcuni cattolici ex ppi stanno organizzandosi per la fuga

  7. #37
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    E mi sa che stanno andando verso l'UDC...

  8. #38
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    Anche Angius dice addio ai Ds. Verso un'alleanza con Boselli
    Martedí 24.04.2007

    Il primo ad annunciare l'addio era stato Fabio Mussi. Il leader dell'ex Correntone aveva scelto il palco del congresso diessino di Firenze per dire no al futuro partito democratico e lasciare la Quercia in via di scioglimento. Gavino Angius, invece, non aveva portato lo strappo elle estreme conseguenze. Alle assise di Firenze Angius e i suoi non avevano votato il dispostivo finale che prevede l'inizio della fase costituente per la nascita del partito democratico.

    Ed ecco il fulmine a ciel sereno. Il leader della terza mozione ha deciso di lasciare i Ds. E lo ha fatto con una lettera a Piero Fassino e un'altra per i suoi compagni e compagne. Nella lettera Angius scrive di non condividere le caratteristiche e il profilo del nascente partito democratico e per questo annuncia la sua "non partecipazione". Con Angius se ne andrà anche il portavoce della terza mozione Alberto Nigra mentre parteciperanno alla fase costituente gli altri esponenti di spicco della corrente: Massimo Brutti, Mauro Zani e Sergio Gentili.

    "Penso che si sta sbagliando il percorso, anche se convengo con Fassino che separarsi non è la soluzione. Ma non è sbagliato chiedersi su che cosa ci si unisce - disse Angius dal palco dell'assise diessina -. Si scioglie la più grande forza della sinistra italiana. Ho sentito tante parole: andiamo avanti, facciamo in fretta. E mi ha ferito soprattutto un'espressione: andiamo avanti anche se si perdono pezzi. Come se i compagni e le compagne che se ne vanno siano pezzi".

    Fino all'ultimo D'Alema e Fassino hanno cercato di scongiurare l'ennesima scissione. Quella di Angius è un vero e proprio colpo di scena. Fino a lunedì, infatti, gli uomini vicini al ministro degli Esteri erano certi della permanenza nel Pd dell'ex capogruppo della Quercia al Senato. Nel frattempo, però, Angius ha avuto in questi giorni moltissimi incontri prima di maturare lo strappo. Ha visto Mussi e soprattutto il leader dello Sdi Boselli. Una cosa è certa: è escluso che il leader della terza mozione faccia accordi con Rifondazione Comunista, che non viene nemmeno considerato come interlocutore. L'ipotesi più probabile, quindi, è che Angius aderisca alla costituente socialista di Boselli, con l'obiettivo di dar vita a una forza che, inserita organicamente nel Pse, si collochi tra il partito democratico e la sinistra radicale.

  9. #39
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    Pd in cerca di una casa
    Il nuovo soggetto è in difficoltà rispetto alle famiglie europee

    E' difficile prevedere oggi quale sarà, in prospettiva, l'esito del processo avviato la settimana scorsa dai due congressi contemporanei dei Democratici di sinistra e della Margherita. Se cioè dalle ceneri di questi partiti che si avviano a concludere la loro stagione nascerà una forza politica in grado non solo di esistere, ma di avere successo e radicarsi in una parte importante e potenzialmente maggioritaria della società italiana; o se invece il costituendo Partito Democratico finirà per essere soffocato nella culla o comunque per avere vita grama, come pure ritengono componenti tutt'altro che marginali dell'uno come dell'altro dei due soci costituenti. Né è dato prevedere come si assesteranno, all'interno del nuovo partito, gli equilibri politici tra i Ds e la Margherita, se a prevalere sarà la maggiore consistenza organizzativa dei primi o la capacità della seconda di attrarre quote significative di consenso moderato.

    Quello che invece si può dire fin d'ora è che l'esito di questo processo riguarda tutti. Sia quelli che guardano al Partito Democratico come ad un possibile approdo, sia quelli che, come noi, vedono in esso un avversario (non un nemico) con cui misurarsi. E' inutile nascondersi che un eventuale successo del Partito Democratico avvierebbe, in entrambi gli schieramenti, una semplificazione e una progressiva aggregazione delle forze politiche, con inevitabili conseguenze sulla legge elettorale e sull'assetto istituzionale del paese. Lo ha ben compreso Silvio Berlusconi, presente attivamente ai due congressi e non a caso evocato da Massimo D'Alema, nel suo intervento, come un attento sensore delle pulsioni presenti nella società italiana.

    Proprio per questo, per l'importanza cioè che un tale processo può avere per il futuro complessivo del paese, ci preoccupano non poco le condizioni complessive in cui esso sta maturando. E a preoccuparci non è tanto la "fusione fredda" tra i due gruppi dirigenti, un dato pressoché ineliminabile da fatti ed eventi che riguardano la vita politica, ed ai quali è abbastanza demagogico contrapporre * come pure ha fatto Veltroni * il "partito di popolo" (così ammettendo implicitamente che Ds e Margherita non lo sono). I nodi irrisolti sono ben altri e vengono da lontano, dalla storia stessa dei due costituenti e dalla stagione politica che essi hanno attraversato.

    Il primo, il più evidente, è emerso ancora una volta nei rispettivi congressi. Mentre Fassino, circondato dai vertici del socialismo europeo, ne riaffermava i valori e la continuità, a Roma Rutelli sosteneva che il Partito Democratico non sarebbe mai entrato a far parte del PSE (e meno che mai dell'Internazionale Socialista). Resta insomma tutt'altro che chiara la collocazione in Europa del nuovo soggetto politico, che rischia di trasformarsi in un corpo estraneo rispetto ai grandi schieramenti del Vecchio Continente. Il che è particolarmente grave per un partito che intende fare dell'europeismo un elemento fondante della sua politica.

    Questa incertezza è resa ancora più evidente dalla presenza, all'interno dello schieramento di centrosinistra, di forze politiche che dubbi al riguardo proprio non ne hanno: da una parte Boselli e la costituente socialista, dall'altra Mussi e il correntone. E gli uni come gli altri proprio sulla collocazione europea del nuovo soggetto politico hanno insistito, i primi per motivare la loro rinuncia a farne parte e i secondi la loro decisione di uscirne.

    Ma è soprattutto l'assenza di un solido e condiviso progetto culturale a lasciare interdetti. Diverse sono le storie, personali e politiche, dei costituenti. Di comune c'è solo un'antica aspirazione a mescolare le esperienze dei cattolici sociali con quelle dei marxisti italiani (o, più recentemente, degli ex-democristiani di sinistra con gli ex-postcomunisti).

    E non basta di certo richiamarsi al nuovo perché il nuovo emerga (né per ora è emerso dai due congressi); o al riformismo, che è solo un metodo per affrontare i problemi in una società complessa, senza che poi ci sia chiarezza e consenso sulle riforme che vanno fatte; o ad una collocazione genericamente progressista e di sinistra, in una fase storica in cui queste espressioni hanno perduto significato e la sinistra - almeno quella non ideologizzata - ha ricominciato ad interrogarsi perplessa, in tutto l'Occidente, sul senso reale della sua presenza nella società.

    E' questa fragilità culturale a rendere incerta la collocazione europea del nuovo soggetto politico; a dare l'impressione della "fusione fredda" tra i gruppi dirigenti; a scaldare poco il cuore di militanti e per nulla quello dei cittadini che dovrebbero dare nuova linfa, politica ed elettorale, al Partito Democratico.

    E' questa fragilità culturale a farne un oggetto misterioso, di cui si conosce il passato (non sempre esaltante) e si ignora il futuro (per ora confuso e, su molte questioni, contraddittorio). A dare insomma l'impressione che il Partito Democratico rischi di iscriversi tra i tanti episodi della lunga fase di transizione che si è aperta all'inizio degli anni Novanta piuttosto che rappresentare il primo atto di una nuova storia politica destinata ad assicurare stabilità e certezze ad un paese disorientato.

    Roma, 24 aprile 2007



    tratto dal sito del Partito Repubblicano
    http://www.pri.it


  10. #40
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    Altro smacco per Fassino: anche Angius lascia i Ds

    da Il Giornale

    Un altro addio in casa Ds: dopo il Correntone guidato da Mussi, se ne vanno anche quelli della «terza mozione» di Gavino Angius, dirigente storico del partito. Lo ha annunciato ieri il vicepresidente del Senato con una lettera aperta al segretario Fassino: una «decisione sofferta e difficile», ma «coerente con ciò che penso e sento: non penso che tutti i riformisti stiano nel Pd». Sorpreso Fassino: «Non comprendo la decisione che non è fondata», mentre Rutelli, l’altra ala del futuro Pd, fa gli auguri ai transfughi: «Non prenderanno molti voti».

 

 
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