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  1. #51
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    Predefinito Alleati per spartirsi il potere

    Solo apparentemente la probabile nascita del partito democratico introduce un elemento di semplificazione nel nostro sistema politico perché a fronte della fusione fra i Ds e la Margherita dall’altro lato c’è una scissione, quella di Mussi e di Angius, che riguarda circa 30 deputati e 12 senatori.
    A parte ciò il futuro partito democratico presenta una serie di nodi irrisolti.
    Il primo, riguarda l’affiliazione internazionale che non è cosa di piccolo conto perché riguarda la configurazione complessiva di una forza politica: allo stato il partito democratico è un partito che rimane sul vago.
    Non parliamo, poi, della leadership.
    Dai due congressi emerge che c’è stata una serrata lottizzazione dei membri degli organismi dirigenti per correnti e che ognuna di esse si riserva di esprimere candidature singole o plurime per la guida del futuro partito.
    Allo stato sono sul campo Fassino, D’Alema, Bersani, Finocchiaro, Veltroni per i Ds e Rutelli, Letta, Fioroni, Bindi, Franceschini per la Margherita: questo affollamento rivela l’esistenza non solo di molteplici ambizioni politiche, ma anche di una situazione di totale confusione politica.
    Inoltre, entrambi i congressi hanno rimosso il problema del governo la cui impopolarità rappresenta il principale problema per il centro-sinistra.
    I due congressi hanno avuto una ben diversa drammaticità.
    La Margherita aveva da tempo metabolizzato la fine drammatica della Dc e se n’era fatta una ragione anche con notevoli dosi di opportunismo. Oggi nel gruppo dirigente della Margherita è prevalente una sorta di iperpoliticismo che lo porta a giocare la carta di una contrattazione permanente su tutto - valori, programmi, cariche con i ds - facendo conto sulle abilità manovriere tipiche del personale politico democristiane. In questo contesto il rischio per la Margherita deriva non tanto da rotture a livello dei gruppi dirigenti, quanto da una sofferenza della base per l’alleanza preferenziale di Prodi con l’estrema sinistra e per la convivenza nello stesso partito con un gruppo dirigente diessino che ha come residuo tratto distintivo quello di una sorta di laicismo anticlericale di ritorno.
    Nel congresso dei Ds la soluzione di continuità è stata più marcata di quella della Bolognina. In quel caso rimaneva in campo la continuità di una forma partito. Adesso c’è la certezza di dar vita ad un partito del tutto nuovo anche dal punto di vista storico e associativo.
    Sul piano politico-culturale i post-comunisti diessini realizzano, in uno spazio di tempo assai breve, una concatenazione di spogliarelli ideologici fra i più spericolati: con Occhetto, sono diventati democratici di sinistra; poi, a partire dal congresso di Pesaro con Fassino hanno lavorato per diventare socialdemocratici; adesso non hanno fatto in tempo a diventare socialdemocratici che devono autodefinirsi democratici «tout court», espressione che vuol dire tutto e niente.
    Il manifesto fondativo del nuovo partito è un assemblaggio di frasi generiche. Perdipiù il congresso si è guardato bene anche dal cimentarsi con i nodi del riformismo concreto: nessuno sa quali sono le posizioni dei Ds sulle pensioni, sulla legge elettorale, sulla gestione del «tesoretto», ecc. È anche del tutto irrisolto il nodo ideologico-culturale: oggi i Ds sono un partito che ha in se stesso una forte domanda di caratterizzazione ideologica mentre si ritrova del tutto senza ideologia, a meno che non vogliano considerarsi tali le eleganti esercitazioni retoriche di Veltroni su Luther King e su Mandela.
    Il partito democratico ha il suo unico, reale fondamento nell’assemblaggio del potere nazionale e delle molteplici forme del potere locale.
    Le giunte regionali, comunali, provinciali, e gli enti derivati, prevalentemente controllate dal centro-sinistra, hanno di fatto surrogato i partiti originari, per larga parte liquefatti, e sono esse le strutture portanti del superpartito diessino-popolare che si esprime in una organizzazione onnivora del potere: un pieno di appalti, di consulenze, di cooperative, di consorzi d’impresa, di organizzazione della cultura che si esprime in una spregiudicata gestione del potere che gode della più totale impunità grazie alla copertura di una magistratura.
    Per questo una dura e rigorosa battaglia di opposizione da parte del centro-destra può far esplodere le contraddizioni insite nella formazione del partito democratico dove la base moderata dei popolari si trova in una condizione di grande disagio. D’altra parte la sinistra radicale continua a segnare punti a suo vantaggio nella gestione del governo, come dimostra il recente disegno di legge sull’immigrazione. Sarà interessante vedere se il partito democratico, una volta formato, avrà la forza di misurarsi con la deriva estremista. Solo di fronte ad una opposizione del centro-destra che non fa sconti è ipotizzabile che si aprano serie contraddizioni all’interno di un centro-sinistra che oggi trova nella gestione del potere il suo unico mastice.

    F.C. Vicecoordinatore di Forza Italia

    Su il Giornale di oggi

    saluti

  2. #52
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    Predefinito

    Anche noi, come tutti, ci siamo costantemente interrogati nel corso degli ultimi mesi: sì, vabbè, il partito nuovo dei progressisti, però che cosa starà pensando un dirigente come Willer Bordon?
    E nessuno ce lo diceva.
    Ieri, grazie all’Unità, abbiamo finalmente avuto soddisfazione.
    Perché il senatore Bordon ha toccato il seguente approdo.
    Si è chiamato fuori dalla Margherita e con l’Italia dei valori di Antonio Di Pietro ha fondato la “Costituente dei cittadini” per il Partito democratico.
    Incalzato dall’Unità, il senatore Bordon ha perciò spiegato come stia lavorando “da quindicivent’anni anni perché in Italia si faccia una grande rivoluzione politica che abbiamo chiamato in vari modi”.
    Reincalzato dall’Unità, il senatore Bordon ha di seguito tenuto a precisare che “non faccio nomi, ma ho già avuto più di dieci colloqui con persone interessate che, come me, vogliono un Pd vero, al servizio dell’Italia”.
    Le domande si sono susseguite interessanti.
    La più interessante si è rivelata questa:
    “Il Pd avrà dunque la terza gamba?”.
    Essa appariva, per quanto azzeccata, una domanda francamente volgare.

    da il Foglio

    saluti

  3. #53
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    Predefinito

    interessante scissioni per ricomporre

  4. #54
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    Predefinito I compagnucci del cidierre

    Pagina 33 del Corriere di ieri, sezione economia, lungo comunicato del cidierre firmato Gorodinsky, Grasso, Lanzara, Soglio.
    E’ dai tempi del patto di Piero Ottone, che neanche un Romiti ebbe il coraggio civile e culturale di denunciare, o da quelli in cui il Consiglio di fabbrica faceva brutti titoli su democrazia e terrorismo, che non si leggevano parole tanto sfrontate e divertenti in un comunicato sindacale del Corriere, il giornale le cui maestranze giornalistiche hanno il complesso di non essere a Repubblica, e in cui le stesse si pongono il problema di togliere di mezzo, magari facendo fuori la direzione Paolo Mieli con un altro referendum, un quotidiano che ha idee borghese- moderate e sa ospitare la contraddizione culturale in modi diversi,
    non sempre e necessariamente migliori ma diversi, da quelli delle corazzate
    dell’Ingegner De Benedetti (e del suo circolo militante dei miliardari).
    Dicono mucchetticamente (dall’autore del Baco del Corriere, Massimo Mucchetti) che il loro editore è un “monstrum”, che fa business e si serve dell’editoria per il quattrino e basta, che la missione del giornalismo è dialogo sociale più concertazione, che la cultura non è una merce (questa si era già sentita), che gli editori non hanno nulla da dire alla democrazia, che Arthur Miller è meglio di loro (nel cidierre c’è anche un grande poeta, come si legge nella pagina culturale del giornale, e si vede).
    Tanti luoghi comuni perbenisti, per una missione di evirazione di un giornale più che di concertazione, era da tempo che non li leggevamo.
    Ci volevano quattro firme e una sigla, cidierre.

    G.F. su il Foglio

    saluti

  5. #55
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    Predefinito

    DS: BARBIERI LASCIA PARTITO E ADERISCE A GRUPPO MISTO

    DECISIONE NASCE DA VALUTAZIONI SU PARTITO DEMOCRATICO

    Roma, 3 mag. (Adnkronos) - Il senatore Roberto Barbieri, Presidente della Commissione Parlamentare di inchiesta sui rifiuti, gia' membro della segreteria nazionale dei Democratici di Sinistra e responsabile delle politiche per il Mezzogiorno, ha comunicato al Segretario nazionale Piero Fassino la sua decisione di lasciare il partito e di conseguenza di iscriversi al Gruppo Misto del Senato. "Resta immutato e convinto -si legge in una nota- il sostegno al Governo Prodi ed alle sue componenti riformiste".

  6. #56
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    Predefinito Il rag. D’Alema e la….

    …Margherita

    Roma. Vista da Massimo D’Alema, la rivoluzione democrat all’italiana deve risolversi in un grande partito a guida ragionieristica fino a che Romano Prodi non avrà concluso il proprio compito da Palazzo Chigi.
    Soltanto allora si farà di conto per eleggere un presidente che sia pure candidato premier.
    Per un osservatore freddo come Franco Debenedetti è “un colpo di genio da grande leader”.
    Perché “mette d’accordo tutti, guadagna tempo, evita che si brucino personaggi come Walter Veltroni e che venga gabellato per politica il generico vitalismo dei ‘comitati di appassionati’, come li ha definiti proprio D’Alema al congresso nazionale diessino di Firenze”.
    Vista da altri, la volontà dalemiana ha un altro sapore.
    S’intravede un obiettivo inconfessato ma chiaro: prenotare dall’alto della vecchia nomenclatura una doppia leadership – quella del nuovo soggetto e quella della coalizione – sacrificando la promessa di un nuovo modello di democrazia, nonché la robusta costituzione che soltanto un leader incoronato può assicurare al nascente partito. A meno che D’Alema non abbia in mente una spettacolare conversione allo stile americano, al partito che si gestisce dalla periferia, priva di gestori forti, di là dall’appuntamento quadriennale con gli elettori-azionisti.
    Ma non pare così.
    Interpellato dal Foglio, il professor Salvatore Vassallo, coestensore del manifesto per il Partito democratico, spiega:
    “E’ possibile che D’Alema sia alla ricerca di un uomo macchina da affiancare a Prodi, che amministri il rodaggio del Pd fino a nuove elezioni. Ma non potrà essere una figura di primo piano come Piero Fassino”.
    Oltretutto già risuonano le obiezioni dei partiti stanziati a sinistra: chi vi autorizza a credere che la prossima premiership spetti a voi senza alcun negoziato?
    “Obiezione comprensibile e legittima –dice Vassallo – quand’anche il Pd fosse già al 70 per cento dei consensi, qualsiasi piccolo alleato potrà pretendere altre primarie per una premiership di coalizione”.
    Per Vassallo c’è un ulteriore elemento:
    “Il coordinatore di cui parla D’Alema avrebbe l’incarico di fondere le dirigenze di Ds e Margherita. Avrebbe un ruolo di garanzia per i due apparati, in un’operazione che contraddice l’esigenza di un nuovo inizio”.
    Vassallo nota che “nella fase nascente di un’impresa rivoluzionaria come il Pd, c’è bisogno da subito di una leadership attiva, vigorosa, coinvolgente e capace di attirare consensi trasversali”.
    Evidenza disattesa. Ma tre o quattro anni di leadership vacante sono difficilmente immaginabili.
    “Tra ottobre prossimo e il 2008 verificheremo la determinazione con la quale Prodi intende procedere nell’assemblea costituente, ed emergeranno candidature alternative”.

    Forse a Prodi conviene sperare in Fassino
    L’intervista dalemiana ha anche avuto l’effetto di compattare le varie anime della Margherita sotto l’ombra del solito sospetto:
    non è cambiato nulla, i Ds ragionano da annessionisti, cercano di guidare la transizione intestandosi (attraverso Fassino) il seggio più alto di un partito che ancora non c’è. Popolari, ulivisti e rutelliani guardano alla circostanza immediata: sul territorio i diessini hanno il doppio delle loro forze, in termini di militanti e di strutture, affidare a loro anche il coordinamento – magari per quattro anni, come spera D’Alema – significa consegnarsi alla subalternità.
    A Prodi forse questa ipotesi può non dispiacere, perché si sentirebbe garantito da un commissario troppo debole per montarsi la testa e abbastanza forte da contenere la competizione interna.
    Ma ai suoi ex compagni di partito non sta bene. Di qui la richiesta di accelerare il percorso fondativo, motivata dal fatto che non si possono impiegare cinque mesi per concepire una costituente (Rutelli) e rinviare la selezione dei dirigenti.
    Lo conferma al Foglio l’ulivista Franco Monaco:
    “L’idea dalemiana di nominare un coordinatore è un’anticipazione spuria, sbiadita e burocratica del traguardo che il comitato dei costituenti deve raggiungere entro il 2008. Per ora il fondatore e capo del Partito democratico si chiama Prodi e sta a Palazzo Chigi. Ma da qui all’anno prossimo, invece di cedere a certi automatismi da logica delle quote, dobbiamo riformulare le adesioni al Partito democratico, applicarci nella stesura di documenti sul profilo del partito e metterli ai voti insieme con le liste che dovranno competere nella costituente”.

    Da il Foglio di oggi

    saluti

  7. #57
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    Predefinito Cercando la bussola smarrita

    Tre settimane dopo i congressi di scioglimento della Margherita e dei Ds qualche considerazione in più va fatta per capire il percorso, ancora incerto e confuso, verso il partito democratico.
    La cosa che più ci colpisce è che dopo dodici anni di lavoro, di cui sette passati al governo, dietro il futuribile Partito democratico c'è un pensiero politico debole. Tanto debole da lasciare sconcertati anche quanti lo vedono di buon occhio.
    Se si legge attentamente il manifesto scritto dai dodici saggi si comprende come quel partito è ancora tutto da costruire nel suo profilo culturale e politico.
    Quel manifesto, infatti, nella sua genericità può essere firmato pressoché da tutti. Non c'è alcuna idea-forza, a stento vengono richiamate le proprie radici mentre ci sono buchi neri in ordine a questioni di grande rilevanza quali, ad esempio, il rapporto tra Stato-mercato e democrazia e tra globalizzazione, finanziarizzazione e sviluppo. Per non parlare del silenzio nel rapporto tra istituzioni-partiti e democrazia in un Paese come il nostro che in questi quattordici anni ha creato sistemi elettorali profondamente diversi tra le realtà locali (presidenziali) e quelle nazionali (un maggioritario mescolato ad un proporzionalismo).
    Entrambi i sistemi, poi, denunciano delle gravi anomalie democratiche.
    Nelle Regioni e nei Comuni se il presidente o il sindaco si dimette vengono sciolti anche i consigli regionali e comunali, unico caso tra i vari presidenzialismi presenti nel mondo.
    Sul piano nazionale, invece, si parla di democrazia parlamentare, ma siamo l'unico Paese in cui il Parlamento non decide nulla perché le alleanze politiche vengono fatte in cabina elettorale con l'indicazione di un premier senza i poteri di un presidente eletto direttamente.
    Insomma oscilliamo tra un presidenzialismo locale anomalo e un parlamentarismo annacquato.
    E su tutto ciò il silenzio dei democratici è assordante.
    Nel manifesto, infine, sembra emergere un tentativo pericoloso, quello di sostituire la democrazia dei partiti con il famoso popolo delle primarie.
    A questo popolo e non agli iscritti ai partiti si darebbe il diritto di scegliere i dirigenti e i candidati del Partito democratico (una testa, un voto) salvo poi a impedirgli di scegliere con il voto di preferenza deputati e senatori che restano designati, invece, papalinamente dalle ristrette oligarchie con le liste bloccate.
    Ma quale democrazia si vuole così costruire?
    Confusioni, vuoti, contraddizioni di un manifesto generico sono stati colti anche dai due congressi dei Ds e della Margherita che non a caso non lo hanno neanche discusso. Un pensiero politico debolissimo, dunque, salvo la certezza messianica di fare un «partito nuovo» che evoca una prosa togliattiana della fine degli anni '40.
    Un po' poco, in verità, dopo dodici anni di dibattiti il cui risultato sinora è solo la domanda angosciosa di chi sarà il leader di questo futuro partito.
    Anche questa ossessione di un modello leaderistico evoca un'inclinazione ad un tempo elitaria e populista (società civile contrapposta ai militanti dei partiti e rapporto diretto tra il leader e il popolo).
    Può darsi che la nostra analisi sia sbagliata e che, come spesso capita nella vita, si sa prima ciò che non si vuole e poi il resto. Un sistema un po' bizzarro, in verità, per chi vuole fondare un nuovo partito.
    Ciò che risulta chiaro, invece, è che gran parte dei democratici di sinistra può più facilmente trasformarsi in neo-democristiani (e la cosa ci lusinga) che non in socialisti.
    Si comprende bene, allora, l'iniziativa dei Mussi, dei Salvi, degli Angius e della metà circa dei dirigenti di prima fila della Cgil che puntano ad una nuova area del socialismo democratico.
    Mesi difficili, dunque, attendono i Ds e la Margherita ma sembra che nessuno ancora abbia nelle mani una bussola capace di indicare una strada lungo la quale far crescere un pensiero politico forte, un gruppo dirigente intercambiabile nelle sue funzioni e una selezione darwiniana dei parlamentari italiani ripristinando il voto di preferenza.
    Spiace dirlo ma fuori da queste condizioni e con la possibile confluenza anche di Di Pietro la confusione sarà massima e sarà sempre più difficile comprendere la parola «democratico».

    Geronimo su il Foglio di oggi

    saluti

 

 
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