"L'uomo è più capace di atti eroici che di gesti dovuti."
Avevo pensato di liquidare la sgradevole impressione che, nell'immediato, mi avevano lasciato le pagine del libro di Andrea Colombo sulla strage di Bologna con l'allusione del precedente scritto [su www.cultrura.net]. Dove è già segnata la distanza tra chi fa la guerra obbedendo alla Necessità e chi la fa per caso, per turbamenti e sommovimenti interiori; tra chi la fa impersonalmente e chi la fa per qualcosa di personale. Ma poi ho pensato che attardarmi un po' sulla questione potesse risultare non inutile.
La Necessità, anzi tutto. I protagonisti del libro di Colombo mostrano nei confronti dell'antica dea (Anànke) un'irritazione e un'incredulità molto moderne. Loro non agivano perché istintivamente consci, o presaghi, di una necessità sottesa agli eventi, ai gesti, alle dinamiche, alle persone. Pare di capire che si muovessero perché toccati nelle passioni dallo sdegno, e anche per una sorta di ansia di competizione, tra individuo e individuo, a chi fosse il più abile, il più dritto. Ma oltre (e prima di) questa ridda di pulsioni, il vuoto, l'assenza di mire e motivi alti: l'assenza totale della volontà del fine.
Perché, in fondo, la storia che Colombo racconta, e dice 'nera', è assolutamente non politica, se non, addirittura, antipolitica. L'esuberanza combattiva in cui si espressero, con raro coraggio e decisione (occorre riconoscerlo), i due ex rivoltosi fu una forma di disobbedienza esasperata. Contro i vili, contro gli ignavi, ma pure contro la gerarchia, contro l'autorità, contro il principio stesso dell'autorità e della gerarchia. Contro: e basta. No: e basta. Due anarchici senza colore, collocati all'estrema destra per uno scherzo dei casi. Le uniche loro motivazioni politiche erano, ancora, quelle passionali: i piccoli torti sociali, la difesa degli umili. Due anarchici di sinistra, ignari di Marx.
Irrequieti, esagitati, volsero la propria insofferenza anche verso la stagione dell'eversione che li aveva preceduti. Fanciulli orgogliosi, incapaci di decantare il coraggio e la decisione in tenacia e lucidità, allergici al 'pathos della distanza', che pretendevano di sapere e, non riuscendo a sapere ma credendo di intuire, aspiravano a costringere a giustificazione, per vendicarsi della confidenza che non veniva loro concessa. Ossessionati dalla purezza, ma del tutto privi di quella nonchalance e di quel distacco tipici di chi la purezza l'ha in sé davvero. E così astiosi nei confronti della ipotesi stessa di un capo cui mettersi a disposizione da andare alla cerca di ogni elemento curvo per insinuare dubbi di corruzione, di collusione, in una convulsione di moralismi, stente congetture e assurdità logiche. Di cui il libro di Colombo, 'rosso' da sempre, cui non parrà vero di aver potuto rimestare nella misteriologia intestina dell'ambiente dei 'neri', dà conto con zelo.
Ma o la pistola è il prolungamento dell'Idea (e quale Idea? - obietterebbero con un ghigno i due 'miscredenti'. L'Idea che generò il Partenone e Attilio Regolo - replicheremmo con un sorriso), o meglio lasciar perdere gli eccitamenti balistici e consentire con il sistema (questo sistema analogamente insensato). Nell'estremista si venera colui che è in grado di compiere, di portare alle estreme conseguenze, l'analisi delle circostanze in cui si muove e dei loro significati. L'estremo è infatti il punto cui la logica - e il buon istinto - tendono, e conducono soltanto il vigoroso, il rigoroso. Il furore dell'attivismo, le scalmane della disobbedienza fine a sé stessa, il no a tutti i costi, nulla aggiungono al senso dell'avventura umana: ne sono un semplice cortocircuito, una nevrosi. Nell'operare retto e rettificante, gli atti eroici sono i gesti dovuti. Che sia questo dovere, come coglierne la necessità, è domanda da non rivolgersi alla polvere della strada o al rumore di un conflitto a fuoco per caso.
"Agire sulla storia non significa tanto modificare avvenimenti pratici quanto dar forma con un gesto, un'opera, un libro a un significato eterno."
Certo, in Italia, i gesti significativi precedettero quegli anni dell'irrequietezza cui Colombo dedica la propria curiosità compiaciuta.
22 aprile 2007
Anna K. Valerio
Tratto da www.cultrura.net




Rispondi Citando