Cazzola e il partito degli assassini
Siamo l’unico paese europeo in cui, nel 2007, in una manifestazione
pubblica si chiede la liberazione di terroristi. E non lo fanno i reduci,
ma dei giovani. Non è opposizione sociale, è puro nichilismo omicida
Milano. “E’ vero, purtroppo. Siamo l’unico
paese europeo in cui, nel 2007, è ancora
possibile udire in una pubblica manifestazione
slogan a favore della liberazione di
terroristi. Terroristi che si ispirano a quelli
che solo qualche anno fa hanno ucciso
Marco Biagi, l’agente ferroviario Emanuele
Petri. Tutto questo in Germania è archeologia,
in Francia non esiste più da tempo. Da
noi invece sono ritornati i fiancheggiatori”.
Perplesso, amareggiato. Preoccupato, man
mano che riflette su quanto è accaduto a
Milano, e anche a Bologna, durante la manifestazione
del 25 aprile. Giuliano Cazzola,
politologo, economista, esperto di questioni
sindacali e del lavoro si addentra in
riflessioni che vanno al di là della riprovazione
di maniera. Perché quanto è accaduto
mostra qualcosa di più grave. “Sì, se vuole
possiamo davvero chiamarli ‘il partito
degli assassini’. D’altra parte, Bertinotti era
stato fischiato anche all’Università di Roma.
E gli avevano dato dell’assassino, solo
perché rappresenta l’istituzione, perché è
al governo e quindi diventa automaticamente
il nemico da abbattere. E’ la logica
della Terza Internazionale: chi era più vicino
diventa il peggior nemico, il ‘social-traditore’.
Lo stesso vale per Cofferati, che ‘ha
tradito’ sull’articolo 18 e ora sta dalla parte
delle istituzioni. Vero è che questa posizione
in certa sinistra c’è sempre stata: lo slogan
‘né con lo stato né con le Br’ è durato fino
all’omicidio di Guido Rossa, prima che
ci si decidesse a cambiare strada. Ma mi
pare che quanto sta accadendo oggi in Italia
è ancora diverso, più grave. ”.
I manifestanti che a Milano hanno sfilato
con cartelli inneggianti al rilascio dei
neo-brigatisti, che hanno scritto “libertà
per gli arrestati” sui muri, provenivano per
la maggior parte dal centro sociale Gramigna
di Padova. Ma è difficile liquidare la loro
azione come il “solito” estremismo giovanil-
sociale, no-global. Una cosa è gridare
contro Bush o la Nato, un’altra fiancheggiare
apertamente chi si definisce terrorista,
ed è stato arrestato perché intendeva uccidere.
“La logica è diversa. Negli anni di
piombo i fiancheggiatori facevano di tutto
per non farsi identificare. Di quelli che
hanno ucciso D’Antona”, spiega Cazzola,
“la sua vedova ha potuto dire: ‘Ma in quale
caverna avete vissuto in questi anni, per
non accorgervi che intorno a voi il mondo è
cambiato?’. Erano tragici epigoni del passato,
chiusi in una concezione dei rapporti di
classe ormai inesistente. Quanto avvenuto
a Milano dimostra invece che questi nuovi
brigatisti vengono da un humus sociale diverso,
quello dei centri sociali, della sinistra
radicale. Non hanno più nemmeno la
logica classica della lotta di classe, tant’è
vero che fischiano la Moratti e Bertinotti
senza nemmeno far finta di distinguere. Il
loro è puro odio”.
Come si può interpretare questo mutamento,
da dove trae origine? “I movimenti,
i centri sociali, esprimono un odio dimostrativo
quotidiano, diffuso. Ma c’è di più.
La radice di questo odio nei giovani – perché
sono giovani, non reduci – sta nella cultura
del declino, del rifiuto del lavoro. L’unico
orizzonte è il lavoro garantito, ma nel
senso del vivacchiare da parastatale; il precariato
è una minaccia, ma perché costringere
a rischiare. E’ una prospettiva nichilista,
per cui tutto quello che non ti garantisce
diventa il nemico, e in quanto tale merita
di morire. Del resto, il ragazzo della
strage in Virginia non odiava tutti perché
erano ricchi? Questo intendo per nichilismo,
perché non c’è nemmeno un’utopia comunista
a sostenerlo. E’ uno sfondo culturale
che ha come sbocco solo l’odio diffuso,
lo stare con gli assassini”.
il Foglio




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