L’assistenza sanitaria: un diritto che sta scomparendoNell’Italia di questi anni sciagurati l’ assistenza sanitaria sta diventando per i cittadini un servizio a pagamento, e non si tratta di pochi euro, ma di molti euro, che rovinano il bilancio familiare.
Anzitutto, da 10 anni si assiste al problema delle lunghe attese di 3, 4, 5, 6 mesi per ricevere una prestazione medica dalla sanità pubblica, cose spesso urgenti che se fatte in breve tempo e non aspettando mesi ti salvano la vita; nel 2006 si è notato un aumento dei tempi di attesa del 2.4%. In media, per una mammografia occorrono 400 giorni di attesa, per un ecodoppler 300 giorni, per una gastroscopia 240 giorni, per una visita chirurgica 180 giorni, per una TAC cardiaca 128 giorni, giusto per fare alcuni dei tanti esempi; a volte a seconda del caso una visita, un’ operazione, può essere fatta tra molto senza che vi sia problema, ma spesso una visita devi farla presto perché ci può essere un problema che va affrontato al più presto prima che peggiori; soprattutto nel caso di un tumore un intervento chirurgico va fatto il prima possibile per avere una possibilità di farcela. Invece si tira per le lunghe e arrivi il giorno della visita od operazione che sei ormai irrecuperabile!
Per “evitare” le lunghe attese, è previsto un sistema, la intramoenia, che consiste nel praticare un servizio sanitario subito che però va pagato, e molto, dal cittadino. In pratica nelle strutture pubbliche, 2 liste d’attesa: una lunga e gratuita, anzi a volte neanche perché c’è da pagare il ticket (i ticket nell’ultima finanziaria sono stati aumentati ed estesi), e quella breve ma molto costosa.
Vediamo alcuni prezzi medi: per la risonanza magnetica 800 euro, per una visita chirurgica 110 euro, per la radioterapia 8.000 euro, per l’ intervento andenocarcinoma ovario 14.000 euro, per intervento contro il cancro all’utero 25.752 euro, per intervento mastoplastica 4.500 euro, per “spese alberghiere” in seguito ad intervento sulla tiroide 800 euro.
Le prestazioni acquistate in intramoenia hanno riguardato nel 70% dei casi esami diagnostici ossia procedure per verificare la presenza e la natura di un disturbo di salute, nel 25% interventi chirurgici, tre quarti dei quali in ambito oncologico e l’ altro quarto per lo più di carattere ortopedico; in alcuni branche come la cardiologia, l’ ortopedia, la ginecologia, l’ intramoenia è diventata la regola al punto che non vi è più l’ assistenza pubblica.
Nel 2006 le spese sanitarie hanno mandato sotto la soglia di povertà 300 mila famiglie e altre 940 mila subiscono gravi danni a causa di costi sanitari esorbitanti superiori al 40% della propria capacità di spesa.
Se si considera che ci sono 2 diverse liste di attesa per una prestazione offerta nello stesso posto, dalle stesse persone, con le stesse attrezzature, sembra che ci troviamo dinnanzi ad una vera e propria estorsione, considerando che quando i servizi sanitari sono gratuiti sono ultimamente sempre più scadenti; sembra che ciò venga fatto a posta per costringere alla scelta di pagare. In questa tecnica di sabotaggio rientra la tendenza a cambiare continuamente il medico che segue un paziente durante un percorso di terapia. I medici spesso con un modo di fare analogo a quello di certi maghi, di fronte a pazienti in pericolo di vita o disperati, ricattano dicendo che “bisogna pagare se no si muore”, “che se non paghi poi il medico che ti segue cambia”. Anche gli addetti alle prenotazioni ti dicono che ti conviene pagare. Costretti a pagare sempre per curarci, ormai il nostro sistema sanitario con forme diverse è diventato equivalente a quello americano: chi ha i soldi si cura, a volte rimettendoci in ulteriore salute futura perché in seguito a quelle spese diventa povero, chi non li ha, soffre e crepa!
Altro problema della sanità è il troppo tempo che una parte consistente dei medici ospedalieri pubblici dedica all’attività professionale privata o al lavoro in cliniche private, prendendo 2 stipendi, quello derivante dallo stipendio statale di medico ospedaliero e l’ altro derivante dalle attività del privato, ma togliendo tempo ed energie dalla sanità pubblica.
Nel 1998 venne sancito dal ministero della salute che i medici dovevano scegliere definitivamente se lavorare esclusivamente per la sanità pubblica con un buon stipendio, oppure lavorare esclusivamente nel privato: il 95% optò per la mansione di dipendente pubblico. Ma, come di consueto nelle leggi che si fanno nel nostro paese, quella legge ha avuto imponenti “se e ma”. Infatti venne stabilito che un medico ospedaliero poteva svolgere attività privata “solo”(!) all’interno della ASL con relativo adeguamento delle strutture e del personale in cambio di una parte dei proventi dell’attività professionale all’ospedale. Altra clausola: in caso l’ azienda sanitaria pubblica non abbia adeguato le strutture per un piacevole esercizio delle attività private dei dottori, questi conservano il diritto di lavorare negli ospedali privati.
Furono stanziati 900 mila miliardi di vecchie lire per l’adeguamento delle strutture sanitarie, ma solo la metà sono stati voluti dai primari degli ospedali, impegnati in prima fila a lavorare in ospedali non loro, quelli privati, più là che dove dovrebbero stare; niente adeguamenti, così la scusa è buona per fare i porci comodi.
Vi sono ben 35.000 medici che essendo per contratto medici ospedalieri esclusivi nel pubblico, lavorano nelle cliniche private: il fenomeno è ampiamente diffuso e generalizzato nel Lazio, dove si è fatta una vergognosa promozione delle cliniche private, e nel Sud.
Gli ospedali ricavano una parte dei proventi delle attività private esercitate dai medici nelle stesse strutture.
Gli ospedali pubblici, si può capire, sono diventati degli organismi aziendali a tutti gli effetti, che praticano un economia di mercato sulla nostra salute, appaltano per risparmiare lavori come cucina dei pasti, pulizia, manutenzione, a ditte esterne che praticano il precariato, ma a noi, di tutta questa condotta aziendale spregiudicata, traiamo solo sfortuna e i servizi restano scadenti: negli ospedali circolano topi, virus e batteri pericolosi, assistiamo quotidianamente a episodi di malasanità dove ci scappa il morto o l’ invalido sofferente a vita, ci sono sale operatorie con nuove moderne attrezzature mai usate.
Per finire, ultimamente c’è la tendenza da parte dei medici di famiglia a mandarci molto da medici specialisti che spillano molti quattrini dalle nostre tasche. Tutta un’ alleanza per fare soldi.
Ciò si riconduce ad un malcostume più generale che riguarda molti ambiti della nostra vita, risultato non solo della degenerazione dell’individualismo borghese ma anche di vizietti peculiari italiani relativi ad una mentalità del fare gli interessi propri senza curarsi degli altri e della collettività, tendente alla pretesa di diritti anzi di licenze ma non disponibile ai doveri, fatta di piccolo egoismo, superficialità, irresponsabilità, spavalderia, infantilismo. Significa che non è questione solo di strutture ma anche di mentalità, giacche è da essa che dipende la possibilità o meno di degenerazioni.
Tecnicamente parlando, ritengo che la sanità debba essere pubblica, integrata con meccanismi di controllo da parte dei cittadini per limitare abusi e disservizi, nella forma della cogestione Stato-cittadini. La sanità deve essere quasi completamente gratuita, non devono esserci cliniche private ne devono essere tollerate gestioni delle strutture ospedaliere sul modello di imprese mercantilistiche. I medici devono fare le ore di lavoro previste dal loro contratto in ospedale, se poi vogliono fare un secondo lavoro, lo facciano al di fuori dell’orario di lavoro per cui sono pagati dallo Stato e fuori dalle strutture sanitarie. La salute è un diritto fondamentale che non può essere oggetto di mercato ne trascurato nell’irresponsabilità.
Alfredo Ibba
25 aprile 2007www.avanguardia.tv sezione "nostre opinioni"


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