29/4/2007 (9:1) - A 30 ANNI DAL PRIMO SUCCESSO CON LA JUVENTUS
Trap eroe dei 4 Mondi: Salisburgo
gli regala lo scudetto della stella
Trapattoni e Mattheus con il trofeo del campionato austriaco
"Dedicato a Boniperti, l'unico
vero maestro. Qui mi adorano:
penso proprio che resterò"
ROBERTO BECCANTINI
C’è un giapponese di 68 anni, nato per caso a Cusano Milanino, che continua a combattere una guerra che, almeno nel suo caso, dovrebbe essere finita da un pezzo. Si chiama Giovanni Trapattoni. Patito di musica classica qual è, ha scelto il Red Bull di Salisburgo, la culla di Mozart, per conquistare il decimo scudetto da allenatore, lo scudetto della stella, a trent’anni esatti dal primo, quello che la Juventus contese spalla a spalla al Toro per trenta, roventi, corride. Gli mancava un punto. Se l’è preso contro i padroni dell’Austria Vienna: 2-2, gol-lampo di Zickler, doppietta di Acimovic per gli ospiti, testa di Niko Kovac, fratello dello juventino Robert. Più diciannove sul Mattersburg, sconfitto 3-1 dallo Sturm Graz. Campione a cinque tappe dal traguardo. Proprio come l’Inter. All’inizio, marcia trionfale dell’Aida a tutto volume, salvietta a preservare i sacri glutei (la usava a Torino, non più a Milano) e la tradizionale bordata di fischi a mo’ di breviario. Alla fine, festa mediamente alcolica, col Trap ad annaffiare di champagne i suoi prodi. «Sono strafelice - confessa -. Provateci voi a mettere d’accordo giocatori di tredici nazionalità. L’importante è continuare a divertirsi, cosa che per fortuna mi viene naturale. Inoltre, quando si vince va sempre bene. Le avventure mi tentano, ma qui mi adorano. Ho firmato un contratto, lo rispetterò. Il primo scudetto non si dimentica. L’ultimo, in compenso, ti fa capire che il futuro è lì, basta voltare pagina. Prossimo obiettivo, la Champions. Ringrazio la società, che mi ha trattato come un papa. Nello stesso tempo, non posso non ricordare il mio primo presidente, Giampiero Boniperti. Ho imparato più da lui che da tutti gli altri messi assieme».
Sinceramente: non è stata una gita-premio, Salisburgo. È stato un rifugio. L’ennesimo. Non ha più l’età, dicono. Sarà. Il Benfica non vinceva il titolo dal 1994, il Salisburgo dal 1997. E l’Inter, visto che siamo in tema, ha impiegato la bellezza di 18 anni per dare un «fratellino» al pargolo trapattoniano del 1989. «Ciovanni» non è cambiato e non cambierà mai. Non chiedetegli di raccontare il calcio da dietro una scrivania, come ha deciso di fare Arrigo Sacchi, il guru che si ribellò al suo catechismo. Si rischia troppo poco, a parlare o sparlare degli altri. Meglio la panchina. Meglio metterci la faccia e non la penna. Sempre. Comunque.
Ventidue trofei sparsi in quattro Paesi: Italia, poi Germania, poi Portogallo, poi Austria. La mortificazione cocente di un Mondiale buttato e di un Europeo sprecato. L’esonero di Stoccarda, non inferiore, come disinganno, al fallimento di Cagliari. Trap allena dal 1973. Non finirà mai d’incavolarsi in diretta e di predicare un calcio che non c’è più, troppo ruspante per competere con i sofisticati professorini del terzo millennio. Ci tiene a essere definito «allenatore». E sia chiaro: Lothar Matthaeus è il suo vice. Al cambio europeo, il campionato austriaco vale poco, nulla a che vedere con le vetrine griffate e laccate della Premier o della Liga. Conserva però un suo decoro, ideale per scendere a patti con l’anzianità di servizio che dovrebbe suggerire, carte alla mano, una gestione più moderata degli impulsi senili.
Trap non ha nessuna intenzione di mollare. Anche se è marito, padre e nonno, solo le scaramucce da spogliatoio riescono a riempirgli la vita. Nella mappa dei Mourinho e dei Capello, superpermalosi e superpagati, esiste e resiste un puntino oggi qui e domani chissà, metà isola e metà fortezza, che rifiuta l’etichetta di bollito e spiega ancora a Matthaeus perché difendersi può essere un errore: mai, però, una vergogna. Adesso che l’Uefa ha come presidente un suo discepolo, Michel Platini, non meno bisbetico di Lothar, il buon vecchio Trap tira dritto verso il crepuscolo con un motivo in più per sentirsi in pace con se stesso: quello di aver lucidato il fuoriclasse e plasmato l’uomo.
Chi scrive, è cresciuto alla sua scuola, rustica e spontanea come tutte le «cattedre» che vengono dal popolo. Trap, a differenza di Sacchi, ha sempre privilegiato il singolo. Non aveva bisogno di fondare un partito, per farsi riconoscere. «Figlio» di paron Rocco, ha accettato il confronto con le mode, sordo a tutti coloro che, in nome del nuovo e del diverso, lo invitavano alla fatidica, e noiosa, pensione. Il Salisburgo è stato una scommessa, una sfida, un modo come un altro per prolungare di un capitolo il diario di bordo. L’abbiamo parcheggiato e dimenticato. Sino a ieri. Sino a un flash d’agenzia che ha prodotto un brivido di memoria. Perché sì, il giapponese è sbucato da un cespuglio e ha buttato giù un altro bersaglio. A conferma che le guerre per un’idea - l’idea di non essere del tutto un passato remoto - sono le più nobili e, come gli esami, possono anche non finire mai.
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