Ora che anche Gavino se n’è andato –senza una lacrima, a ciglio asciutto, con maschio vigore sardo – è davvero finita non solo la storia dell’ex Pci, ma anche la storia di una componente essenziale del Pci (ex e post): quella della sua sardità.
Non meno evocativo, il mite nuraghe, nel personale immaginario di un’intera generazione di comunisti, del turgido Cremlino. Non che fosse necessario essere sardi per essere comunisti, questo no, ma certo aiutava.
Alla Causa l’isola ha dato molto, e molto non per modo di dire, da Gramsci a Berlinguer.
Ora, l’addio di Gavino chiude il cerchio dopo che il tempo aveva chiuso la storia.
C’è tutta una mistica della sardità che attraversa l’italico comunismo.
Per stare ai padri nobili, sull’isola aveva fatto una puntata in gioventù anche Palmiro Togliatti, al mitico liceo Azuni di Sassari, “un alunno incredibile, si diplomò con tutti dieci”, precoce e già Migliore, ha ricordato Mario Segni – altro sardo finito a farsi onore nel continente, perché poi la sardità è faccenda che s’annidava nel cuore stesso del vecchio Pci, ma anche in molte altre famiglie politiche.
Sardo era Antonio Gramsci, di Ales (Cagliari), con quel nome così sardo che gli sbirri fascisti che lo sorvegliavano in ospedale, quando stava male, sbagliavano e scrivevano “Gramisch” nei rapporti, pure loro facendo tutt’uno tra nuraghe e Cremlino.
La casa di Ghilarza, persino la camera da letto del fondatore del Pci a Ghilarza…
Ed era Claudio Lolli, cantautore simbolo degli anni Settanta che cantava “Quello lì (Compagno Gramsci)” e doverosamente sottolineava che “forse non era allegro come goliardo, ma non ci dimentichiamo che era gobbo e sardo”.
Ma essenziale, nell’epica sarda e comunista, è stato Enrico Berlinguer. Che di sardo aveva nome, espressione, voce.
E quella strana educazione senza tempo che passava per tristezza – e la sardità si confondeva giornalisticamente
con una sorta di saudade isolana - e lui a spiegare a Minoli che, pur sardo, triste non era. E’ così che ogni compagno imparò – più sulla stampa “borghese”, casomai, che su quella di partito – il nome di Stintino, la spiaggia dove da bambino “Enrico faceva il capobanda”, ha raccontato suo fratello Giovanni, e ragazzo “andava al bar Rubattu, a via Roma, e lì ore a tresette o a mariglia, che è un gioco di carte sassarese, una specie di bridge dei poveri”. Poi il bar chiudeva, e dentro giocava a poker, il futuro segretario del Pci, “vinceva quasi sempre (…) e coi soldi si comprava i libri di filosofia”. O quelli di Marx.
Volumoni che poi Giovanni, e suo cugino Sergio Siglenti, usavano per “ammazzare le zanzare contro i muri”.
Era, quella di Berlinguer, la sardità come sottrazione piuttosto che come ostentazione, così da sfiorare un’apparente timidezza, e Alighiero Noschese doveva calcare sull’accento per rendere in televisione ciò che magari andava in scena tra i compagni in sezione.
Nell’immaginario rosso, quella famiglia di piccola aristocrazia isolana si faceva mito, e se tiravano fuori la parentela con Cossiga o con Segni, per i militanti era anzi motivo d’orgoglio: “Intanto Enrico è comunista…”.
Dunque, la sardità berlingueriana –mutata in tutta la sardità comunista – merita un’apposita riflessione rispetto a quella successiva. Se il nonno repubblicano antimonarchico di Berlinguer andava a ricevere il re in visita sull’isola perché “per un sardo il dovere di ospitalità viene prima di tutto”, suo nipote risponde secco a suo cugino, il presidente del Consiglio democristiano Francesco Cossiga, che “con i parenti si mangia l’agnello, non si è né severi né indulgenti”.
Stintino, il mare, il gozzo, magari le solite seadas e li frisgiori longhi, i minatori sardi ai funerali di Roma, fino a quell’ultima foto, il giorno dei funerali, foto con mare sullo sfondo…
Fu, in Berlinguer, la sardità una continua e insieme discreta presenza, che dal mito gramsciano a quello berlingueriano (e tenendo presente l’ottima pagella togliattiana) ha attraversato la storia del comunismo nazionale.
Ora, con Gavino, senza una lacrima, il sigillo finale.
Perché poi, la sardità è cosa complicata, mai definita per sempre.
Il professor Francesco Cesare Casula, sostiene che essa “è solo un modo per piangersi addosso”, e un libro di Eliseo Spiga, uno dei promotori della campagna per il bilinguismo sardo-italiano, ha questo titolo: “La sardità come utopia”. Appunto. Perché ha mille facce, mille aspetti.
Da quella di Berlinguer a quella di Cossiga, per dire, che infinite volte ha raccontato della “balentia” e Diliberto di come scuoia i capretti per poi arrostirli, e tutta la sardità che perseguita Arturo Parisi, sempre, in quanto sardo, definito “testardo”.
Ma nessuno fu più sardo dei comunisti italiani, finiti poi dissolti in continente…
Da il Foglio del 28 aprile
saluti




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