Che cosa ha da dire in proposito la tradizione ebraica? Una posizione politica abituale tra gli ebrei e spesso condivisa anche tra i più osservanti è quella di non intervenire nelle scelte di libertà che lo Stato fa per i suoi cittadini, riservando solo alla coscienza individuale il diritto e dovere di fare scelte rigorose personali su argomenti nei quali la legge dello Stato concede spazi permissivi e di libertà. Ma questa non è una regola che può valere sempre: secondo la Torà gli ebrei devono osservare 613 regole, ma questo non vuol dire che i non ebrei non debbano avere alcuna regola, perché in realtà le hanno anche loro, inquadrate in sette capitoli fondamentali (i cosiddetti precetti Noachidi); ed è nostro dovere come ebrei indurre i non ebrei a rispettare le loro regole. Come questo si possa realizzare è difficile dirlo, certo è che non possiamo rimanere indifferenti al superamento di determinati limiti, acconsentendo per esempio che la legge dello Stato ammetta l’omicidio, il furto, l’incesto. L’argomento di cui ora si dibatte rientra per certi suoi aspetti (non le convivenze in generale, quanto specificamente le coppie omosessuali maschili) in limiti ritenuti insuperabili. Il problema non sembra neppure tanto nuovo, come testimonia un passaggio del Talmud Babilonese (Chulin 92b) nel quale si dice che tra i pochi limiti che le nazioni del mondo non hanno superato c’è quello che non hanno ancora consentito di scrivere la Ketubbà ai maschi, anche se non stanno certo attenti a rispettare il divieto delle pratiche omosessuali; la Ketubbà è il contratto nuziale nel quale lo sposo si impegna con la sposa; «scrivere la Ketubbà ai maschi» significa sancire l’omosessualità con un regime di garanzie giuridiche ed economiche.

Insomma, anche se questo atteggiamento potrà essere considerato poco politically correct secondo la sensibilità attuale, non dobbiamo ignorare che secondo la nostra tradizione la società che sta per compiere queste scelte supera abbondantemente limiti illeciti e nostro dovere è opporsi a queste scelte, non rimanere indifferenti. Ovviamente gli unici nostri strumenti sono quelli della democrazia: la parola, il voto, ma non possiamo fare a meno di usarli. L’obiezione fondamentale è che in questo modo andiamo contro il libero diritto alle scelte individuali; ma su temi di «frontiera» come questi, che non sono affatto condivisi da ampie maggioranze, c’è anche il diritto (e il dovere) al dissenso; e non esistono mai diritti illimitati e alla definizione del limite si è chiamati collettivamente a decidere. Il secondo motivo per il quale il dibattito in corso non ci deve lasciare indifferenti riguarda le tematiche generali della famiglia. Questa legge è l’espressione di un mutamento radicale nelle strutture della società contemporanea, nella quale il tradizionale istituto della famiglia non rappresenta più il modello assolutamente prevalente di organizzazione.
La società cambia e la legge ne deve tenere conto.

Riccardi Di Segni su il Giornale di ieri

saluti

p.s.
Che la società cambi è cosa ovvia; un po' meno è che la legge ne debba tener conto.
D'accordo se "cambiare" significhi studiare ed approvare una legge nuova, idonea "solo" per coloro che "cambiano".
Senza modificare le leggi che hanno regolato per secoli la "coppia" alla base della nascita ed evoluzione della società occidentale.