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Discussione: Immigrazione

  1. #31
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    Osservando cio' che succede nelle città mi sembra che sia chiaro come gli immigrati tendano a ricompattarsi fra di loro formando società quasi di tipo "nazionale",il cui unico contatto con le altre è dato solo per motivi economici.
    Cio' conseguentemente crea condizioni favorevoli allo smantellamento di una monocultura su un territorio e favorisce la frammentazione.

    Il problema è dunque "come agire".Le soluzioni a mio parere sono due:la primo,di natura egoistica,presupporrebbe un'integrazione forzata verso il modello culturale dominante (che poi è l'impostazione sistemica classica) .La seconda invece consisterebbe nella pacifica coesistenza delle micro-comunità basata sulla regola del rispetto per le differenze.Partendo da questo presupposto chiaramente si potrebbero individuare temi caldi e condivisi in cui poter fare confluire istanze comuni,di modo da riaggregare e ricompattare un blocco che attualmente risulta disomogeneo e conflittuale.

  2. #32
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    Sempre nell'ambito del discorso sulla migrazione, qualcuno ha leto l'ultimo libro di Badiale e Bontempelli, "La sinistra rivelata", edito da Massari? Ci sono punti illuminanti in merito.

  3. #33
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    Non ho letto il libro, ma spero di farlo prima possibile.
    Intanto porto avanti con uno spunto il discorso sull'immigrazione:

    dal momento che credo alla patria come ad una comunità politica in costruzione, dinamica, aperta, universale e allo stesso tempo definita in sè stessa da un progetto e da una storia, non posso che leggere il problema migratorio in maniera assolutamente antitetica rispetto ad un ipotetico forzanovista.
    Tale visione antitetica mi porta dire che allo stato attuale delle cose, in cui nel modello liberal capitalista di patrie politiche davvero non ce ne sono, non ci resta che impegnarci per costruirne di nuove, a partire dall'incontro di tradizioni, storie e culture, convergendo in un progetto comunista e comunitario.
    Ciò non significa dimenticare le proprie tradizioni, ma al contrario significa mettere la storia davanti a tutto, sfidando la vacuità e la nullità in cui viviamo, e ponendo la nostra storia e la nostra cultura, sempre più incerta e compenetrata, su una strada nuova, che sappia essere inclusiva e allo stesso tempo certa e carica di valori profondi condivisi. Per questo sono un fautore dello sviluppo degli spazi nazionali e statuali già esistenti in forme nuove, dove la storia di ognuno valorizza quella dell'altro in un progetto nazionale di unione e fratellanza. E per questo sono scettico ( pur se rispettoso ) verso le lotte di indipendenza nazionale all'interno di Stati di diritto liberali. Ritengo prioritario il lavoro di creazione unito alla valorizzazione delle particolarità, piuttosto che un processo di scissione politica ( spesso doloroso e difficile per tante ragioni, e quasi sempre non popolarmente ben inteso).
    Ma il dibattito in proposito, che è un punto focale distinto, deve essere ulteriormente sviluppato.

    Ciò che dico riguardo al cambiamento radicale di politica migratoria deve avvenire non per timore della perdita di identità, quanto per un sentimento profondo di giustizia. Fare di tutto perchè un migrante recuperi la propria patria è semplicemente un dovere di chi ama l'umanità e conosce la sofferenza di chi è costretto a lasciare la propria casa e i propri figli.
    Tutto ciò, è possibile iniziando a sovvertire l'ordine esistente. Ci vorrà del tempo, ma è una strada.

 

 
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